Di libri scritti male sono pieni gli scaffali, così come i cinema hanno sempre passato film mediocri e spesso anche brutti. Ma che una casa come la Disney, così piena di risorse e talenti e soldi, continui a produrre una tale quantità di lordura è qualcosa di incredibile. Incredibile non perché non ci si può credere, anzi; ma perché è davvero sovrumano, assurdo. Ci vuole un impegno notevole per produrre, creare e distribuire decine di film e serie tv scritte coi piedi e realizzate con altre parti ancora meno convenienti. In ognuno dei passaggi che portano alla realizzazione di un film, a nessuno viene in mente: “Ma che diavolo stiamo facendo?”? Nessuno dice: “Fermi tutti! Forse stiamo sbagliando qualcosa…”? No. Le campagne di marketing si sprecano, e spessissimo sono delle vere opere d’arte; a differenza del prodotto che stanno promuovendo.

Questo è reso ancora più grottesco dallo scarto che c’è tra l’immagine che la Disney tenta di mantenere e i risultati che inevitabilmente la dicono molto più lunga. Perché mentre le campagne marketing, le interviste, gli speciali eccetera ci dicono che la casa del topastro sta andando a meraviglia, che sforna un film dopo l’altro, che ha grandi progetti, i numeri parlano chiaro e ci dicono che stanno andando sempre peggio. Non ho bisogno di citare i numeri, chiunque può andare a vederli; ma gli ultimi film “Shang-Chi”, “Dr.Strange 2” e via dicendo, e senza contare le serie tv, sono stati decisamente deludenti al box office. Dice il sito Everyeye: “Ci si aspettavano incassi fenomenali da Doctor Strange in the Multiverse of Madness, se non equivalenti quantomeno in grado di avvicinarsi a No Way Home. Ma dopo una prima settimana a mezzo miliardo, il film ha rallentato di molto nelle successive. E non sfora ancora una vetta che molti credevano sicura.” Tenendo conto che questo avrebbe dovuto essere il film decisivo, lo spartiacque della nuova fase dell’MCU, l’Endgame del multiverso, è chiaro che qualcosa non va. E nemmeno un regista come Sam Raimi, costretto a sottostare a scritture scadenti, ha potuto evitare il disastro.

Ma veniamo alla pellicola che secondo me ha raggiunto il punto più basso dell’MCU e quindi della Disney: Dr. Strange 2. Complice il marketing sfrenato e altisonante, il film si è rivelato la più grande delusione dell’ultimo decennio. Non che mi aspettassi molto ormai; ma No Way Home è stato così alto (sì, è anche e soprattutto Sony, questo bisogna dirlo), che qualche speranza ce l’avevo pur riposta. Dr. Strange 2 è scritto male e realizzato peggio. E questo perché non solo non è coerente con l’universo di cui fa parte, ma anche e soprattutto perché non riesce ad essere coerente neanche con sé stesso. La storia si apre con quella che dovrebbe essere la chiave di tutto, America Chavez, una ragazzina che possiede il potere di viaggiare attraverso il Multiverso; lei è quella che gli “specialisti” chiamano MacGuffin, un elemento più o meno significante, usato come espediente narrativo per far procedere la trama. E qui sta il primo problema: America Chavez è molto importante, direi essenziale, o così la dipingono; lei non è solo un oggetto o un evento insignificante che serve alla trama. America è letteralmente la co-protagonista del film, laddove Strange è il protagonista e Wanda l’antagonista. Per giunta, e questo potrebbe sembrare banale da dire, è un essere umano (più o meno) in carne ed ossa, quindi non un oggetto che i personaggi si portano appresso. Un personaggio così rilevante deve avere una storia, deve avere una crescita di qualche tipo, deve avere un epilogo sensato; anche aperto, ma sensato. America invece non ha niente di tutto ciò. Non sappiamo perché ha quei poteri, sappiamo pochissimo del suo background (se non che aveva due mamme, perché gli sceneggiatori dovevano pagare la tassa “inclusivity”) e sappiamo ancora meno chi è lei nello svolgersi del film. All’inizio viene tradita da un Dr. Strange di un altro universo, il Defender Strange; perciò potremmo pensare che il suo “ghost”, ciò che la tormenta e determina, sia la fiducia malriposta. Ma pochi minuti dopo incontra un altro Dr. Strange, il nostro, e il dialogo va più o meno così. America: ‘Come faccio ad essere sicura che non mi tradirai anche tu?’. Dr. Strange: ‘Suppongo tu non abbia altra scelta’. America: ‘Be’ allora ok’. Ergo, la fiducia NON è decisamente il problema. E allora sarà qualcosa legato al suo potere? Dovete sapere che America non riesce ad aprire portali volontariamente, ma solo quando è spaventata. Sarà dunque questo il suo ghost? Un evento del passato che ha “bloccato” il suo potere? Ma ovviamente no. Più avanti Strange e America visitano un universo, quello degli Illuminati, dove lei ha un flashback delle due genitrici-tassa, nel quale la ragazzina si spaventa per un’ape e apre così un portale che risucchia le mamme portandole chissà dove. Quindi il suo ghost quale sarà, forse il senso di colpa per quell’evento che blocca il suo potere? No, perché è proprio la paura ad averle fatto aprire quel portale; lei già non sapeva controllare quel potere, già apriva portali a mentula canis. Non si sa: scena inutile (funzionale solo alla tassa inclusivity) e personaggio ancora perso nel multiverso della cattiva scrittura. Alla fine ciò che la caratterizza rimane un mistero. Non è nemmeno troppo spaventata dagli eventi, considerando che è una ragazzina che si trova a dover affrontare mostri inter-dimensionali e streghe onnipotenti; anzi, a tratti sembra quasi divertirsi. Non che sia un problema, ma allora dove diamine sta il dramma? In che modo questo personaggio dovrebbe crescere o compiere un qualunque arco? Il fatto è che il film continua a trattarla come un personaggio centralissimo e a fornirle tratti che di solito si forniscono a dei protagonisti. Ma questi tratti, poi, rimangono buttati lì, in un limbo. Pensate al Fabbricante di Chiavi in Matrix: è un esempio palese e plateale di MacGuffin, ha il solo scopo di portare i protagonisti dall’Architetto; e infatti muore nel giro di mezz’ora, dopo che ha compiuto il suo breve arco. Per giunta non ha una gran caratterizzazione; oltre ad essere un programma, quindi non l’esempio perfetto di umanità, è un vecchietto che fabbrica chiavi, piuttosto saggio per quanto riguarda il suo mondo digitale, “altruista” nei confronti dei nostri eroi (ma solo perché così è stato programmato). È niente più che un espediente. America Chavez è quasi la protagonista, eppure fino alla fine non si capisce chi diavolo sia, cosa diavolo voglia, dove diavolo stia andando (a parte il sacrosanto dimenticatoio).

Parliamo poi di Strange, il protagonista. Nel primo film il suo arco, certo non perfetto, era quello di un rigido razionalista, un rinomato chirurgo, egocentrico e pomposo, che deve fare i conti con il mondo sovrannaturale della magia, fino ad abbracciare il suo destino e diventare lo Stregone Supremo. Qua non si capisce un accidenti, proprio come per America. La pellicola inizia con il matrimonio della sua vecchia fiamma, Christine Palmer, a cui lui è invitato. Parrebbe che il punto della sua vicenda sia il rimorso per non aver coltivato quel rapporto, per aver perso la donna della sua vita. Invece, ovviamente, non accade niente di tutto ciò. Strange incontra un’altra versione di Christine in un altro universo, un universo in cui l’altro sé è morto, e sembrerebbe quasi essere tentato di rimanere lì con lei. Ma 1- per tutto il film questo aspetto non viene neanche accennato; Strange non sembra mai tentato di sostituirsi a un altro sé per coronare il suo sogno (il che sarebbe stato molto interessante, perché l’avrebbe messo in parallelo con il desiderio di Wanda), e 2- il dramma, per così dire, si risolve nel giro di due minuti sul finale, nei quali i due si guardano con occhi sognanti, dicono quanto sarebbe bello stare insieme e poi si dividono. Fine. Dr. Strange 2 è un’accozzaglia di elementi tutti slegati, gettati nel calderone perché qualcuno li ha letti di sfuggita in qualche libro di sceneggiatura. Mi ricorda molto quella puntata di South Park che prende in giro I Griffin, nella quale Cartman scopre che le puntate della serie sono scritte gettando delle palline con su scritti elementi casuali in una vasca di lamantini, i quali poi li spingono con il muso in un raccoglitore, dal quale è poi estrapolata l’ennesima e sconclusionata puntata.

Se vogliamo poi parlare dell’antagonista, Wanda Maximoff, tocchiamo proprio il fondo del fondo. Già nella serie a lei dedicata compiva un arco quantomeno dubbio (con il suo “sacrificio” finale, che consisterebbe nel non intrappolare e schiavizzare centinaia e centinaia di uomini, donne e bambini innocenti per creare la sua fantasia: che coraggio!); ma qui cadiamo direttamente nel grottesco. Venuta in possesso di questo libro oscuro, il Darkhold, Wanda viene corrotta e diventa pienamente la Scarlet Witch del mito, temutissima strega dal potere millenario. Dopo una scena pietosa in cui Dr. Strange le rivela in mezzo secondo l’ubicazione di America Chavez salvo poi scoprire che è proprio la sua vecchia alleata l’antagonista che la sta cercando per carpirne il potere (ma ormai è chiaro che i vecchi personaggi dell’MCU debbano essere dipinti come degli idioti, per far brillare la nuova, scialba generazione di Vendicatori), si scatena il caos. Strange e Wong organizzano le difese di Kamar-Taj, mistica città degli stregoni, che viene però spazzata via dalla furia della strega, ormai impazzita totalmente. Ciò che vuole Wanda è il potere di America di muoversi tra gli universi per ritrovare i suoi figli, che non non sono i suoi figli. Il problema sta qui. Ora, Wanda non è mai stata il cervello del gruppo; ma è imbarazzante quanto sia stupida in questo film. Avrebbe potuto pianificare qualunque altra cosa, come ad esempio trovare un universo in cui l’altra sé è morta e prenderne il posto. Grottesco? Sì. Di cattivo gusto? Sì. Sensato? Sì. Ma gli sceneggiatori quel giorno dovevano aver preso una randellata in testa, perché hanno pensato fosse perfettamente ragionevole che lei voglia invadere un altro universo, uccidere l’altra sé e prenderne il posto come madre dei suoi figli. Non c’è modo di rendere sensata una cosa del genere. Alla fine, poi, per giunta, i piani di Wanda vengono vanificati da un espediente a dir poco ridicolo. America Chavez magicamente prende il controllo dei propri poteri (perché Strange le ha detto qualcosa come “prendila a calci nel culo”: bastava poco, dopotutto), e comincia a picchiare Wanda come un fabbro. Quando poi la strega reagisce, lei apre un portale e la catapulta in uno dei mondi in cui i suoi figli esistono, direttamente nel salotto dell’altra sé. Ovviamente i piccoli si spaventano, lei lotta con sé stessa e tutto sta per finire in catastrofe. Ma poi, e qua il colpo di genio (nella giornata dei contrari), Wanda guarda i bambini spaventati e si rende conto di essere il mostro. Non si rende conto di essere il mostro quando schiavizza un’intera città, bambini compresi; non si rende conto di essere il mostro quando uccide decine di ragazzi innocenti, gli apprendisti stregoni di Kamar-Taj; non si rende conto di essere il mostro quando è disposta ad uccidere una ragazzina per rubarne il potere. No. Si rende conto di essere il mostro quando vede i suoi non-figli spaventati; proprio ora che il Darkhold, in teoria, l’ha corrotta fino al midollo. Ciò potrebbe anche avere un senso, se solo avessero fornito il personaggio di un paio di grammi di cervello in più.

Infatti a chiunque basterebbe ragionarci due minuti per capire che una Wanda così scatenata e senza scrupoli avrebbe potuto facilmente pensare: “Bene, questi bambini mi vedono come un mostro? Scelgo un altro universo, elimino l’altra me e la sostituisco senza che questi se ne accorgano”. Non ha senso che un personaggio così corrotto, così profondamente fuori controllo, d’improvviso abbia una presa di coscienza così radicale (quando ancora non era Scarlet Witch, ribadiamolo, aveva schiavizzato un’intera città). Ricordo che per molto meno la critica demolì Batman vs Superman, perché l’uomo pipistrello desiste dal suo intento di uccidere l’uomo d’acciaio solo perché questo ha fatto il nome di sua madre, che casualmente è uguale a quello della sua. Quest’ultimo è un espediente debole, ma molto più sensato rispetto ai mille usati in Dr. Strange 2.

Ma a questo punto bisogna chiedersi: perché la Disney crea dei prodotti così scadenti? Perché assume gente che non sa scrivere? Gente che scrive così male da rovinare la regia di uno come Raimi. Non pretendo di dare una risposta esauriente qui. Voglio solo proporre un paio di ragioni.

La prima è che la Disney è americana, e in quanto tale totalmente asservita all’ideologia. Non voglio dire “dominante”, perché qualcuno potrebbe sentire un prurito, siccome certe espressioni rievocano teorie complottiste e idee conservatrici. Però parliamo di un Paese pieno di contraddizioni, che salta di palo in frasca nel giro di dieci anni (anche meno), che segue disperatamente la corrente per non perdere consenso. La Disney è ottima in questo, e per questo è pessima nel fare film. Perché quando vuoi inserire temi sociali forzati nelle tue storie, quando il messaggio è più importante della trama, non può che venir fuori un prodotto mediocre nel migliore dei casi. Quando poi ti metti in testa di assumere un sacco di donne per soddisfare il criterio di inclusività di cui ti fai portavoce, succede che chiami gente come Jade Bartlett a scrivere uno dei tuoi film più importanti. La prima stesura di Dr. Strange 2 è sua. Ma chi è Jade Bartlett? Qualche famosa scrittrice, qualche sceneggiatrice di successo? No. L’unica cosa che ha scritto e diretto è “Miller’s Girl”, una commedia che non ha neanche una propria pagina su Wikipedia (che non dà il patentino di qualità, ma è indice della fama di cui gode qualcosa o qualcuno). Ora, è vero che una cosa buona degli USA è che ci sono molte più opportunità per molte più persone; ma assumere una perfetta sconosciuta perché scriva uno dei tuoi più importanti film è qualcosa che mi lascia esterrefatto. E infatti successivamente è stato scelto Michael Waldron per riscriverlo, che ha un poco più di esperienza nel campo (anche se è a lui che dobbiamo quella “poracciata” della serie su Loki).

Un altro punto è che è ormai chiaro che il pubblico è stato pian piano diseducato all’arte e presti molta più attenzione alle emozioni. E questo la Disney l’ha capito perfettamente. Perché sforzarsi, prendere scrittori e registi competenti, quando puoi prendere il primo arrivato, mettergli una penna in mano e fargli scrivere una storia mediocre (quando non pessima), piena di fan service che faccia eccitare un pubblico pigro? Alla gente basta vedere ciò che vuole, per reputare un prodotto di qualità. Volete vedere il dottor Xavier di Patrick Stewart nell’MCU? Eccovelo. Volete vedere John Krasinski che interpreta Mr. Fantastic? “Taac”, come direbbe Pozzetto. Volete vedere Obi-Wan Kenobi che combatte Darth Vader? Eccolo là. Volete che Obi-Wan dica “Hello there”? Voilà. Costellano film e serie con scene comiche, riferimenti, cameo e la gente se li beve godendo come scimmie. Poco importa che ogni singolo elemento del prodotto non stia in piedi; l’importante è dare al pubblico lo zucchero che renda la pillola meno amara (solo che qua la pillola non è certo un medicinale).

Non pretendo che tutto stia qui, ma queste sono per me le ragioni principali, o alcune di esse. L’MCU sta prendendo la via del tramonto, e la gente non sembra accorgersene. Per loro questo vomitare continuo film e serie tv è indice di successo; per me è un annaspare. Anche lo “sperimentare” nuovi generi assumendo gente del calibro di Raimi non è altro che il tentativo di un uomo che affoga di stare a galla. L’ultima serie uscita, Miss Marvel, che io mi rifiuto di guardare, è un altro esempio di “sperimentazione”, con quello che potremmo definire teenage drama. Il problema è che qua, almeno dal trailer, non c’è alcun drama, ma molto teenage; del genere peggiore, per giunta. Cosa ci hanno mostrato nel trailer? Una ragazzina tutto sommato ben inserita, integrata, alla moda, con amici e quello che sembra un fidanzato, che pensa “uffa, sono solo una musulmana negli Stati Uniti, non potrò mai diventare una supereroina”: alla faccia dello spessore, del dramma, delle motivazioni. Avevamo un miliardario arrogante che deve combattere contro il proprio ego per rimediare ai propri errori e creare un mondo migliore; avevamo l’eroe americano pronto a dare tutto, anche la vita, per salvare il mondo; avevamo il dio costretto a diventare uomo per capire cosa significa essere un dio; avevamo l’ex assassina russa ossessionata dal riparare ai propri errori e che alla fine dà la vita per questo; avevamo l’uomo che lotta contro il mostro che ha dentro, ma che alla fine capisce che deve accoglierlo come parte di sé. Adesso abbiamo una ragazzina triste perché vorrebbe essere forte e famosa come Captain Marvel; un’altra ragazzina che ha imparato arti marziali e tiro con l’arco (salvo poi camminare come una papera) perché un giorno Occhio di Falco le ha salvato il culo; un’altra ragazzina che viaggia tra le dimensioni che ha lo spessore di un francobollo; la versione femminile di Loki e per questo più brava, più forte, più intelligente, più talentuosa e via dicendo. Ovviamente tutte donne.

Non so cosa ci riserverà il futuro del cinema, che ora ruota attorno a questi blockbuster. Una cosa però la so: la Disney mi ha permesso di affrancarmi da una certa convinzione, cioè che tutto ciò che non è MCU o Lucasfilm o altro, non è ufficiale e perciò meno valevole. Fino a qualche anno fa per me la Marvel, e quindi i supereroi, erano quelli dell’MCU; per forza, perché erano quelli ufficiali, quelli fatti bene. Negli anni ’70 (mi sembra) c’era Captain America in motocicletta con quel casco tondo orribile; adesso c’erano i grandi film del cinema, con la CGI, i grandi attori e le benedette campagne marketing. Ora vedo la verità, cioè che la Disney non possiede un bel niente, e che le storie che raccontano sono solo alcune delle tante che esistono e che esisteranno. Lo stesso vale per Star Wars. Per me Obi-Wan Kenobi è la serie peggio scritta e realizzata di sempre; non solo nel mondo della Disney, ma dell’intera storia del cinema. E mi sento enormemente in pace a pensare che posso benissimo ignorarla e vivere la mia vita come se non esistesse. La Disney è caduta così in basso, che il rombo da lei prodotto mi ha prepotentemente risvegliato; ci sono film che hanno fatto così schifo, da destarmi dal sogno, o meglio dall’incubo. E ora posso andare leggero tra i pascoli di questo mondo, apprezzando ciò che è bello e ignorando ciò che non lo è.

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Edoardo Dantonia: classe 1992, sono il più giovane e il più indegno di questo terzetto di spostati che si fa chiamare Schegge Riunite. Raccontavo storie ancor prima di saper scrivere, quando cioè imbastivo veri e propri spettacoli con i miei pupazzi, o quando disegnavo strisce simili a fumetti su innumerevoli fogli di carta. Amante della letteratura, in particolare quella fantastica e fantascientifica, il mio sogno è anche la mia più grande paura: fare della scrittura, cioè la mia passione, il mio mestiere. Ho esordito lo scorso settembre col mio primo libro, Rivolta alla Locanda, racconto umoristico ispirato al mio modello letterario, Gilbert Keith Chesterton.