Sembra che nella guerra non possa accadere nulla di buono. Ma la storia dei gatti che salvarono Leningrado è una favola a tutti gli effetti, con tanto di lieto fine.

Gli anni sono quelli della Seconda Guerra Mondiale. Adolf Hitler progettava di assediare e prendere Leningrado, uno dei caposaldi del bolscevismo sovietico e centro nevralgico del commercio e della produzione di acciaio e carri armati, nel giro di poche settimane; ma si sbagliava di grosso. L’assedio durò in totale due anni e cinque mesi (dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944), e fu il più lungo dell’intera guerra ed il secondo più lungo della storia moderna, dopo quello di Sarajevo degli anni ‘90.

Come in tutti gli assedi, a rimetterci fu in primis la popolazione, che fu presto ridotta alla fame. A peggiorare le cose, la tremenda invasione di ratti, ormai liberi di scorrazzare per le cantine di tutta la città, visto che dei gatti non si vedeva più neanche l’ombra (e possiamo facilmente immaginare perché). Mobili, muri, cavi, scorte di cibo: niente era più al sicuro. Anche il museo Ermitage rischiò grosso: presenza costante fin dal XVIII secolo, i felini erano scomparsi, lasciando le opere d’arte in balia dei famelici roditori. Se al computo aggiungiamo poi le pericolose malattie di cui i ratti sono portatori, possiamo ben comprendere come l’assenza dei mici fu per l’odierna San Pietroburgo una disgrazia che si aggiungeva all’interminabile conflitto.
Ma prima, un po’ di contesto: che ci facevano i gatti, nel museo?

Bisogna sapere che l’Ermitage, prima d’essere un museo, era il famigerato Palazzo d’Inverno, sede della famiglia imperiale per oltre due secoli. Sembra che il primo felino fu introdotto nel 1703 dallo zar Pietro il Grande, di ritorno da un viaggio in Olanda. Sua figlia Elisabetta dev’essere rimasta quantomeno affascinata dal micio, poiché quando salì al trono, ordinò che una torma di gatti fosse inviata a palazzo per sbarazzarsi dei topi. Da quel momento, s’instaurò una tradizione, per cui ad ogni bimbo della famiglia imperiale veniva regalato un gattino. Ciò diede vita a una vera e propria dinastia pelosa, che conquistò letteralmente il palazzo. Dopo la caduta degli zar e la nascita del Soviet, e anche quando il palazzo era ormai divenuto un museo, i gatti non vennero disturbati. Quando però la fame ruppe questo tacito accordo, sia la città che il museo tornarono in balia dei roditori e Leningrado, già assediata dai Tedeschi, si trovò inondata da un altro tipo di invasori.

Ma il suo grido d’aiuto non rimase inascoltato, e le città russe della Siberia risposero all’appello. Per primi, giunsero i felini di Yaroslavl, che avevano fama di essere ottimi cacciatori e valevano un sacco di soldi. Poi vennero da Tyumen, Omsk, Irkutsk e altri centri abitati siberiani. Pensate che in totale dovettero arrivare qualcosa come 5.000 felini. Nel giro di poco i ratti furono eliminati, e la città poté tirare un sospiro di sollievo. Alla lunga, grazie alla strenua resistenza della popolazione e ad alcune accorte manovre tattiche da parte dell’Armata Rossa, che dall’esterno era riuscita ad aprire più di un corridoio di rifornimenti, la città fu salva. Il prezzo in vite umane fu altissimo: si stima che i soli civili morti furono quasi un milione. Si può dire, comunque, che i gatti svolsero un ruolo determinante e, forse, la pur mutilata vittoria si ottenne anche grazie a loro.

Gatti scendono da un treno inviato da una delle città della Siberia, in un disegno del regista russo Aleksey Minchenok (per gentile concessione dell’autore).

E l’Ermitage?
I gatti che oggi popolano San Pietroburgo sono i discendenti di quel peloso esercito, che tanto sarebbe piaciuto ad un certo solitario di Providence. Lo stesso vale per gli abitanti del museo, che sono tornati ad essere presenza fissa e costituiscono, in un certo modo, parte dell’attrazione. Ma non si tratta di semplici inquilini; essi la fanno da padrone, in senso letterale. Esiste infatti un’addetta stampa a loro dedicata, custodi che se ne prendono cura, cucine apposite e persino un piccolo ospedale per i poveri mici malati. I gatti sono più di una settantina, di ambo i sessi, e frequentano per lo più il seminterrato, facendo qualche capatina sul terrapieno e la terrazza di tanto in tanto, mentre da tempo non si vedono più per le gallerie.
Involontari e miracolosi salvatori della gente di Leningrado, oggi San Pietroburgo, i gatti si sono così assicurati una casa accogliente ed una rendita costante per generazioni e generazioni di amici a quattro zampe.

Edoardo Dantonia: classe 1992, sono il più giovane e il più indegno di questo terzetto di spostati che si fa chiamare Schegge Riunite. Raccontavo storie ancor prima di saper scrivere, quando cioè imbastivo veri e propri spettacoli con i miei pupazzi, o quando disegnavo strisce simili a fumetti su innumerevoli fogli di carta. Amante della letteratura, in particolare quella fantastica e fantascientifica, il mio sogno è anche la mia più grande paura: fare della scrittura, cioè la mia passione, il mio mestiere. Ho esordito lo scorso settembre col mio primo libro, Rivolta alla Locanda, racconto umoristico ispirato al mio modello letterario, Gilbert Keith Chesterton.