Leggendo la storia si ritrova sbucare da tutte le parti questa magica locuzione: “classe media”. Il che suona un po’ come una non definizione; si tratta di chi non è ricco e non è povero, chi non è nobile ma non è neanche un pidocchioso che zappa la terra. E nel suo esser né l’una, né l’altra cosa questa classe sociale ha raccolto tutto l’odio e l’amore possibile, spesso dalle stesse persone. Il borghese, fino al 1800, è una persona assolutamente perbene che si oppone al potere oppressivo della Chiesa e dell’aristocrazia; poi, al volgere del secolo, ecco il miracolo! Tra fumi e scoppi si trasforma nel cattivo padrone che opprime il popolo, il capitalista col cilindro in testa e i favoriti che gode a veder sputar sangue i suoi operai per poter aggiungere un’altra ala alla sua villa di campagna.

Com’è possibile? Lo stesso rivoluzionario che aveva scritto i diritti dell’uomo è quello che poi va a violarli? Ovviamente no, soprattutto perché la maggior parte dei rivoluzionari avevano allegramente passato il tempo ad ammazzarsi fra di loro. D’altra parte è davvero possibile che ci fossero centinaia e centinaia di migliaia di oppressori? Come facevano ad avere tutti qualcuno da opprimere?

Il fatto è che, come la stessa definizione dimostra, la classe media non esiste, e chiaramente questo permette di attribuirle tutti i pregi e i difetti possibili. Se i critici di Anselmo potevano immaginare un’isola perfetta e fingerserla nella loro mente in ogni dettaglio, non si capisce perché non si potrebbe fare lo stesso e il suo contrario con la borghesia. Come le meraviglie dell’intelligenza artificiale oggidì ci dimostrano, è assolutamente possibile per l’immagine essere contraddittoria, totalmente priva di senso, e allo stesso tempo che nessuno se ne accorga, perché chi mai sta a vedere i dettagli?

Se infatti andassimo ad analizzare i criteri con cui questa benedetta classe media viene definita, ci ritroveremmo subito in un impasse. Se il criterio fosse la proprietà privata, non si capisce come mai il piccolo contadino non sia considerato borghese, e l’impiegato che vive di uno stipendio miserabile per farsi le vacanze una volta l’anno invece sì. Se invece fosse l’essere cittadini e non campagnoli, beh, le città sono piene di operai che non definiremmo mai borghesi. Se si tratta di una soglia di ricchezza, o di un modo di vita, o di una cultura le cose si fanno ancora più spinose: la vita di chi ha un negozio è molto più umile e sacrificata di quella del bancario. E d’altra parte quale sarebbe questa cultura borghese? Quella che esalta il rischio, l’avventura, il successo, o quella mediocre che vuol solo tirare avanti? La creatività imprenditoriale o il compromesso?

Dobbiamo arrenderci: la classe media non esiste. E d’altra parte la divisione tra piccola, media ed alta borghesia è solo una cristallizzazione dell’invidia sociale che ci permea tutti da quando la rivoluzione industriale ha fatto le sue porcherie. La divisione della nostra società in tre classi è forse un relitto medievale, quando si divideva chi lavorava, chi pregava e chi combatteva; non ci interessa, è inutile al momento dato che praticamente tutti lavorano, inclusi i combattenti, e si prega nel segreto della propria stanza. Ora, infatti, le classi sono molte di più: c’è chi produce, chi vende, chi smista, chi gestisce il denaro, chi fa pubblicità e via discorrendo; c’è chi è ricco, chi è povero in canna, e chi sta nell’immenso mare di mezzo. La meraviglia di una società complessa è non è riducibile ad uno schemino semplicistico come quelli che ci vengono insegnati alle elementari.

Questo vuol dire che i pregi di quella che chiamavamo la classe media non esistono, come l’isola immaginaria di cui sopra? Certo che no! Gli ideali di operosità, il correre rischi, l’imprenditorialità, l’inventiva sono tutte cose reali; ma più reali ancora sono i difetti, non frutto dell’appartenere ad una certa classe, quanto di una cultura che ha penetrato ogni ambito. L’arte orrenda della mediocrità la conosciamo tutti; ipocrisia e borghesia sono diventate ormai sinonimi; l’individualismo e l’invidia sono cose di cui ci lamentiamo ogni giorno. Sono le caratteristiche di chi tira avanti e si accontenta, di chi non vuole lasciare di sé un’impronta buona, per quanto minima nella storia; questa sì che è una classe di mezzo, né fredda, né calda, persa nell’illusione epicurea del proprio orticello. Si tratta di quell’illusione che si possa avere la serenità senza la letizia e la felicità senza la gloria, un morbo che lentamente paralizza e soffoca ogni alito di novità, di freschezza e di ideale. Bisogna esser buoni, ma non troppo; intelligenti, ma non troppo o ci si trova a diventare autistici; originali, ma non troppo, oppure sarà difficile farsi capire e via discorrendo. Il conformismo è la borghesia che uccide sé stessa e noialtri, uomini moderni e medi.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.