Esistono dei dogmi, giusti o sbagliati, in cui viviamo senza chiederci il perché: non bisogna fare il bagno prima di due ore dopo aver mangiato, nel medioevo non si lavavano, il cinque maggio è una bella poesia e 1984 è un romanzo geniale. La cosa interessante è che nessuno si è mai chiesto bene il perché e che quando gli viene chiesta ragione della sua opinione, il comune mortale per lo più sgrana gli occhi e guarda il suo interlocutore come un alieno o, peggio ancora, un alienato.

Non so come stessero le cose prima della Legge Basaglia, ma sono piuttosto convinto che i manicomi fossero più pieni di gente che credeva di aver scritto il cinque maggio, rispetto a quella che ne guardava con disgusto la metrica elementare e frenetica. Ma se Manzoni si è fatto ampiamente perdonare per le sue follie francesizzanti giovanili, Orwell ha preferito una strada diversa.

I complottisti dicono spesso che 1984 non è un romanzo, ma un manuale di istruzioni, e, a dirla tutta, hanno ragione. Non perché le istruzioni siano effettivamente tali, ma perché lo stile con cui è scritto, freddo, spoglio, meccanico, si adatta molto di più ad un foglietto illustrativo che ad una storia, e questo non è l’unico problema. Orwell d’altra parte non ci aveva certo abituato bene: la sua fatica precedente, La Fattoria degli Animali era un romanzo allegorico, uno dei generi abbandonati, e con ragione, da diversi secoli. L’allegoria è un genere predicatorio che funziona per qualche pagina e poi perde tutto il suo fascino; fa comodo per un pamphlet e, anche se il romanzo è un libello, diventa noioso molto prima di finire. Il fatto è che nessuno è realmente interessato a vedere riproposti dei fatto storici in un ambiente poco interessante come una fattoria; l’allegoria oltretutto spoglia totalmente gli stessi fatti di tutta la complessità e il senso che li accompagnava, trasformandosi in un’invettiva che non sa fare altro che antipolitica ante litteram. Forse proprio per questo in 1984 il nostro decise di togliere anche quelli.

Il fatto è che la genialità di Orwell, oggi tanto esaltata, stava nel non capire le cose e spesso nel non saperle. Orwell aveva capito il comunismo? No, ma non gli piaceva, quindi fece in modo di creare un’allegoria sciocchina e una distopia basata su propaganda per sconfessarlo. Il fatto è che era molto comodo esprimere le proprie opinioni piuttosto che sondarle e verificarle. In questo modo l’inglese non arrivò neanche lontanamente a sfiorare quali erano i veri pericoli del mondo sovietico e del socialismo in generale. Gli bastò far balenare una cancellazione della libertà di pensiero e di espressione per ottenere il premio di bravo liberale. Mi dirà il mio geniale lettore: ma dunque esistevano altri pericoli? E qui la mia risposta potrebbe continuarsi in un infinito elenco: culto della burocrazia, cosmismo, culto della produttività, disperismo, distruzione della famiglia, massacro di bambini orfani, lisenkoismo… Certo, forse per conoscere queste cose sarebbe stato necessario studiare e qui forse casca l’asino.

Orwell aveva capito Dostojevskij? Assolutamente no, ma non si fece problemi a citarlo storpiato nel suo “la libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro”. Lo scrittore russo faceva notare che un mondo in cui non si può scappare da una burocrazia che è diventata oggettiva e perfetta come la matematica è l’inferno; all’inglese non dispiaceva affatto la burocrazia, purché dicesse quello che pensava lui. Ora, si potrà dire quello che si vuole, ma la vera libertà è prima di tutto quella di sbagliare e Dostojevskij, che era cristiano, poteva concepirla perché poteva concepire il perdono. Orwell aveva paura che gli facessero dire o addirittura lo convincessero di qualcosa che non pensava, ma per una qualche ragione non si fece il problema di pensare che poter dire che due più due fa cinque è una cosa che ci rende estremamente liberi, anche se non sulla strada giusta. E, siccome di fondo era un materialista, non poteva accettare che uno che aveva sbagliato potesse correggersi: la scienza moderna esclude il pentimento, come ci ricorda Javert.

Orwell aveva capito la narrativa? Anche qui la risposta è un sonoro no. Una storia non è una sequenza di fatti legata in modo poco organico con dentro un bel po’ di discorsi che esprimono le opinioni dell’autore. So che i film Marvel cercano in ogni modo di convincerci del contrario, ma esistono dei racconti che procedono da un punto A ad un punto B con più o meno linearità e senza perdere pezzi nel mezzo. Se leggiamo 1984 ci troviamo di fronte ad una gran confusione, invece. Le motivazioni di Winston non sono chiare. Se all’inizio è in cerca di risposte per un indizio sul regime in cui vive, ad un certo punto la cosa passa in relativo secondo piano e il suo motore diventa l’amore. Di questo parleremo approfonditamente più oltre, qui basti dire che il passaggio non è spiegato né approfondito, le due cose non sono messe in relazione, né in opposizione, anche se il problema dovrebbe saltare fuori un po’ prima del finale. Il fatto è che l’amore è appena un banale e scontato espediente narrativo per mostrare fino a che punto il protagonista può essere costretto a tradire sé stesso.

D’altra parte grazie a quali mezzi si arriva a questa distruzione dell’io? Non è di nuovo per niente chiaro. Certo, i funzionari del Grande Fratello non si fanno problemi a perdersi in infiniti spiegoni riguardo ai loro metodi, ma sono talmente pieni di banalità e fesserie che non si può che restare in panne dopo averli ascoltati. L’ora dell’odio è sicuramente l’espediente più originale ed interessante. Tuttavia non spiega assolutamente come la propaganda è arrivata a condizionare tanto le menti e i sentimenti delle persone. Questo ovviamente perché Orwell non capiva la psicologia, cosa che ci è dimostrata anche dalla sua assoluta incapacità di tracciare una personalità di un qualche tipo al protagonista della storia.

La neolingua è una boiata talmente colossale che mi chiedo come possa esserci gente che ancora ci crede. Non occorre essere uno studioso di linguistica per sapere che siamo perfettamente in grado di formare idee e concetti nella nostra mente senza bisogno della lingua. Una persona particolarmente creativa e intelligente potrebbe tranquillamente dire che il nostro pensiero si serve di diversi linguaggi e che la lingua è solo uno di questi. Un musicista potrebbe figurare un concetto con una sequenza di note; un artista come un’immagine. Ma la cosa più meravigliosa è che anche la persona più comune e sciocca della terra, una volta formato un concetto nella sua testa, è in grado di esprimerlo con una perifrasi più o meno complessa se non ha a disposizione il termine adatto. La cosa più meravigliosa è che neanche Orwell si spinge fino a dire che la sua idea di neolingua funziona; lo fa dire ad uno dei cattivi della storia che ci crede fermamente e basta, e tutto questo perché la quantità e qualità di obiezioni che la sua idea poteva suscitare anche nel più stupido degli operai che lui disprezzava erano tali che non sarebbe stato in grado di rispondere. Ovviamente tutto questo è perché Orwell, nella sua assoluta genialità, non capiva né l’intelligenza, né la creatività, né tanto meno la lingua, dato che aveva basato la sua su una delle più ricche e flessibili, ovvero l’esperanto.

Orwell aveva capito l’amore? Potrei dire che qui la faccenda si fa più complessa ma mentirei. Chiaramente la risposta è no e si vede da come lo inserisce nella narrativa. Facciamo una premessa: l’amore romantico non è una cosa facilmente definibile ma il suo concetto, che ciascuno possiede dall’esperienza, va infinitamente oltre le parole. Comincia con una misteriosa preferenza per una persona, continua con una promessa fra due persone, si compie nella loro unione, e spero che su questo si sia tutti d’accordo. Nel nostro inglesino manca totalmente una vera e propria storia d’amore; c’è un accenno ad una scelta, ma non alla preferenza iniziale, non ci sono pensieri romantici, descrizioni romantiche, ragioni per questa preferenza. Il risultato è che anche l’unione sa di poco. Non si ha modo di affezionarsi a nessuno dei due personaggi perché non hanno quasi corpo, figuriamoci una personalità; non hanno occhi, non hanno contorni del viso, non hanno nulla di loro, di particolare, di prezioso. Oh diamine, perché dovrei innamorarmi di una Julia qualsiasi che popola questo mondo? Perché dovrei compiacermi di Winston che l’ha presa in simpatia se la sua profondità è quella di un foglio di carta velina? Ha forse un bel corpo, un bel viso, umorismo, arguzia, ideali… Qualsiasi cosa per cui mi ci possa affezionare? Nulla. Non che Winston abbia qualcosa di suo. A parte la sua casuale e frenetica ossessione per la verità, sappiamo solo che fa fatica a fare gli esercizi del mattino e tant’è. Gli incontri fugaci, se fossero appena più descritti, avrebbero il sapore della pornografia: due sconosciuti che si concedono l’uno all’altro.

Vogliamo parlare del Ministero della Verità, della Pace e dell’Amore? Nomi arguti che poi approdano a nulla. Quello della verità ci viene appena più descritto negli interminabili spiegoni perché la propaganda è il vero tema del romanzo, se davvero possiamo chiamarlo così.

E qui si pone il problema: era davvero così geniale il geniale Orwell da non capire tutte queste cose? O forse era accecato da un’ideologia opposta, che voleva ferocemente servire in ogni modo che gli era possibile fino allo scrivere un mediocrissimo romanzo?

Mistero che forse non sarà mai risolto; a noi dunque non resta da dire che Orwell è un genio, e Cristiano era bello.

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Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.