Quando sento parlare di bullismo con toni allarmati e qualcunofacciaqualcosistici mi scappa da ridere; non perché il problema non sia grave, ma perché c’è un’ironia profonda nel vedere qualcuno che punta il dito contro i videogiochi violenti, i problemi in famiglia, i traumi, l’autostima, la scuola e quant’altro. Fa un po’ sorridere quest’ansia di eliminarlo scovando il problema in un qualche meccanismo o fatto più o meno di cronaca per lavarsi la coscienza, che è in realtà quello che desideriamo, come sempre dalla tecnica.

La questione poi è che le soluzioni a questo problema sono sempre le stesse e non funzionano. I conservatori ci continuano a dire che bisogna farsi le ossa, che le parole non fanno del male vero e che alla violenza invece bisogna imparare a reagire. Il che sarebbe meraviglioso se la prima affermazione fosse vera, e non lo è, e se la seconda fosse possibile, e non lo è. Il bullo prende di mira chi è debole proprio perché non è in grado di reagire, e non basta una pacca sulla spalla per poter diventare forti a sufficienza. I progressisti invece punteranno il dito contro la cattiveria del carnefice, contro la sua situazione sociale, contro lo spauracchio del momento, il che è un ottimo modo per non risolvere il problema.

Ora, il fatto è che avendo entrambi torto si ritrovano nella paradossale situazione di avere entrambi ragione; solo che ne hanno preso un pezzettino e l’hanno eletta a verità assoluta. Gli uni hanno capito che si tratta di un problema personale e legato ad una certa narrazione della vittima; gli altri che si tratta di una questione sociale e che dobbiamo agire lì. Ciò di cui però entrambi mancano è di immedesimazione. Si potrebbe dire che è un problema di empatia: entrambi empatizzano, il conservatore con la vittima, il progressista con il carnefice. Ora il fatto è che l’empatia ci fa chiedere cosa faremmo una volta arrivati alla situazione, non come possiamo evitare di arrivarci; soprattutto però esclude totalmente il nostro coinvolgimento personale nella situazione stessa, di modo da poter dare un buon consiglio che non serva assolutamente a nulla.

Homo homini bullus

Invece il nostro coinvolgimento personale esiste eccome e questo perché di fatto la nostra società si fonda sul bullismo, o meglio sulla sua premessa fondamentale. Partiamo dal farci un esame di coscienza: quando è stata l’ultima volta che ho agito da bullo? O meglio ancora: cosa vuol dire bullizzare qualcuno?

La cosa mi è stata improvvisamente chiara durante una intervista/presentazione di un mio libro. D’improvviso mi è stata fatta una domanda: “Che cosa ne pensi delle persone LGBT?”. La risposta a questo tipo di domande, ovviamente è inesistente; sarebbe come chiedere cosa uno pensa degli indonesiani o degli iscritti alla bocciofila e uno può solo dire “buoni” o “cattivi” in base ad esperienze o pregiudizi personali. Ma il punto della domanda non era assolutamente quella di farmi esprimere la mia opinione o la mia idea; quello che si voleva era costringermi a dire una delle consuete frasette pro-cosa-del-momento e, stabilito tramite questo ingegnoso artificio che ero un essere umano degno di questo nome, passare ad altro.

Questo fatto ha riposato a lungo in qualche recesso della mia mente per poi tornare a galla quando ho iniziato a rendermi conto che anche io usavo questa modalità; ovvero che quando mi trovavo a discutere con qualcuno, spesso il mio scopo non era convincere o difendere chiaramente la mia posizione, ma tacitare l’altro. Perché? E qui si arriva infine alla premessa, che si può riassumere nell’homo homini lupus di Plauto: viviamo in una giungla feroce. Quello che sfuggiva al conservatore di cui sopra è che viviamo in un mondo in cui non solo le parole ma persino le opinioni possono offendere; quello che sfuggiva al progressista è che questo mondo lo ha creato lui.

Il postmodernismo ci ha insegnato che la verità non esiste e che piuttosto esistono solo dei rapporti di potere tra gruppi con idee diverse; il che andrebbe benissimo se agli uomini comuni, diversamente che agli accademici, bastasse pensare. Ognuno potrebbe dire la propria opinione e riceverebbe la sua bella pacca sulla spalla per essersi espresso. Il problema è che noi comuni mortali dobbiamo anche agire e agiamo, di solito, proprio secondo le nostre convinzioni. La cosa può ulteriormente sorprendere il Foucault della situazione, ma si dà il caso che le azioni abbiano delle conseguenze e che queste non siano sempre piacevoli.

Qui si arriva ad un ulteriore paradosso: se la verità non esiste, io non posso convincere un’altra persona della verità o della parte di verità che è contenuta nella mia opinione. Detto in modo semplice, mi ritrovo nella complicata situazione di dover dire a quello che mi sta prendendo a sassate che i sassi fanno male e che è male tirarli al proprio vicino, il che ovviamente è soltanto una mia opinione, a cui lui può controbattere con la sua che va tutto bene. A questo punto cosa mi resta da fare? Posso solo imporre la mia idea, magari tramite restituzione del favore. Ora, siccome il mondo è pieno di gente che la pensa diverso da me, il che è un presuppposto del postmodernismo stesso, l’unico modo che ho per assicurarmi di non essere danneggiato è impormi con la forza o con l’inganno.

Ora, tu, caro lettore, sicuramente ti senti innocente, eppure in quante battaglie negli ultimi tempi siamo stati coinvolti? Quante volte ci siamo trovati costretti ad esprimere la nostra opinione e a schierarci in un esercito costituito sul momento per annientare chi era diverso da noi? Quante volte ci siamo trovati a fare il più becero bullismo contro il cattivo del momento per il semplice fatto che aveva un’opinione che reputavamo pericolosa?

Il gioco postmodernista è sottile, ma ci costringe ad attaccare sempre la persona e mai l’argomento, perché nella sua idiosincrasia ci ha privato della possibilità di argomentare. Se si impedisce alle persone di impugnare la verità, l’unica cosa che resta è impugnare le armi. Per questo è sempre necessario demonizzare e distruggere il nemico del momento, che sia l’euroscettico, il no-vax, il terrapiattista o viceversa: non esiste un campo in cui dialogare realmente, o anche solo duellare lealmente. Quel che è peggio, e che sorprenderà ulteriormente il Derrida che sussurra dalla spalla sinistra di ciascuno di noi, è che questo esclude totalmente la possibilità del libero pensiero. Hobbes, che credeva nell’homo homini lupus, ci insegna che il suo figlio non è l’individualità, ma il Leviatano. L’uomo che si sente minacciato formerà un gruppo, ed un gruppo di persone impaurite non ci mette molto a diventare una folla inferocita contro la strega o l’untore di turno, annientando la volontà e la coscienza del singolo in quella della massa informe e mostruosa in cui si è rifugiato.

Ora, se nel mondo adulto che viviamo la natura dei rapporti è improntata alla paura, alla violenza preventiva, alla fazione, viene da chiedersi come si possa restare seri quando si sente parlare di bullismo. E forse bisognerebbe iniziare a combattere il piccolo bullo che è in noi.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.