Non credo si possa obiettare al fatto che ultimamente la narrativa stia diventando sempre più scadente, fatto che vale in particolar modo per quella cinematografica. Se però qualcuno intendesse farlo, può rispondere agli ultimi due articoli di Edoardo a riguardo, perché qui non intendo criticare, ma solo lanciare una stoccata.

Una delle ragioni per cui non ci sono più buone storie è che non sappiamo più scrivere i cattivi. L’antagonista non è certo un elemento necessario ad un racconto, quindi viene da chiedersi perché se ne continuino a scrivere di pessimi e totalmente disutili alla vicenda. Certo, occorre qualcosa che si opponga all’azione del protagonista e ne impedisca o ritardi il successo, altrimenti ogni narrazione sarebbe un semplice procedere da un punto A ad un punto B. Per carità, alle persone spicce che devono lavorare, mica come noialtri, la cosa potrebbe andare benissimo; eppure sono abbastanza sicuro che non sarebbero entusiaste di pagare i loro otto euro mensili di abbonamento a Netflix per poi poter guardare solo episodi di cinque minuti. Resta che noi gente poco seria vogliamo un buon intreccio, che sia con o senza antagonista, e che veniamo quasi costantemente delusi.

Un interesse mal riposto

A questo punto l’accorto lettore potra chiedere: se il ruolo del cattivo è di ritardare l’azione, e l’azione viene ritardata, per che cosa lamentarsi? Domanda sensatissima indubbiamente, che però i moderni scrittori paiono non porsi. Per una qualche ragione, infatti, molto spesso i cattivi sono fin troppo indagati. Il fatto è che un antagonista che sia un mero ostacolo è tranquillamente accettabile; che invece rubi tempo e attenzione al progagonista rischia solo di rompere il ritmo e trasformare il racconto in una lunga descrizione psicologica.

Lo stereotipo del cattivo reso tale da un trauma infantile era ridicolo nel 2007 col Doofenshmirtz di Phineas e Ferb ma ora non lo è più. Che cosa è successo nel frattempo? Perché il passato del nemico ora è così importante, mentre un tempo era per lo più un gioco di prestigio per dare l’illusione di una sua tridimensionalità?

Non vorrei sbagliarmi, ma temo che una delle cause sia indirettamente uno degli ultimi buoni film Marvel. Infinity War aveva un antagonista molto ben tratteggiato con pochi accenni al passato e molti alla filosofia personale, la versione incarnata di un Neomalthusianesimo che ci sta diventando piuttosto familiare. Ed il problema sta proprio qui: le tesi di Thanos, le sue ragioni, a molti piacquero. Ora, il problema non è che queste persone andrebbero mandate in terapia, ognuno è libero di pensarla come vuole, quanto che questo diede a molti scrittori e sceneggiatori una particolare intuizione: se si vuole far passare un messaggio o un’idea controversa, metterlo in bocca al cattivo della storia è un ottimo modo per non prendersene la responsabilità.

Nella narrativa questa modalità c’era già da tempo, ma non era arrivata ad essere così pervasiva, forse perché si viveva in un mondo meno isterico, che non reagiva esplodendo ad ogni opinione che non si uniformava a quella “buona”. Fatto sta che da quel momento in poi si sono moltiplicati gli antagonisti che avevano delle valide ragioni per quello che facevano e che sbagliavano solo nei modi. La cosa produce un abominio concettuale. Può sembrare un paradosso, ma un buono scrittore approfondisce il cattivo per approfondire il protagonista: la visione del mondo dell’antagonista è l’occasione per mettere alla prova quella del suo avversario, metterne in luce i punti deboli e quelli di forza, trovare le ragioni perché l’una o l’altra deve o può vincere. Quando il nemico ha una filosofia sensata, o delle buone ragioni, che senso ha combatterlo? E che senso ha che lui combatta noi? Eppure la situazione si è riproposta, e continua a riproporsi, in un nutrito numero di storie; da “Falcon and the Winter Soldier” a “Doctor Strange 2”, senza dimenticare Kenobi, per rimanere solo in ambito topastrico, il conflitto tra le due parti coinvolte è totalmente pretestuoso ed incomprensibile. Certo, ognuno ha i suoi obiettivi da raggiungere, e a volte questi sono in contrasto, ma non si capisce bene perché le strade dei vari personaggi dovrebbero incrociarsi o ancora di più scontrarsi. Oltretutto questa situazione costringe a porsi una domanda.

Che cos’è il male?

Può sembrare una domanda troppo grossa perché un uomo osi risponderle, eppure è quello che ogni storia vagamente impegnata prova a fare, sia pure in minima parte. O almeno ha provato a fare fino a qualche anno fa’. Quando uscì Il Trono di Spade fu una rivoluzione non inferiore a quella di Thanos; sia chiaro, l’idea fondante dello Sword and Sorcery è sempre stata quella di un mondo moralmente grigio, dove è difficile trovare persone davvero buone e ciascuno insegue il suo scopo senza farsi troppi scrupoli. Buoni autori come Joe Abercrombie hanno saputo sfruttare questa ambiguità per creare aspettative e deluderle, o far piombare dal nulla un personaggio buono in modo davvero sorprendente.

Quello che fece il Trono di Spade fu di mescolare una tematica High Fantasy in cui era chiarissimo che gli Estranei fossero il nemico vero, ad un mondo Sword and Sorcery in cui ciascuno perseguiva i suoi obiettivi. A ciò si aggiunge il fatto che usare per ogni capitolo il punto di vista di un particolare personaggio creava un forte coinvolgimento. Le ragioni di ciascuno erano comprensibili anche se non sempre condivisibili. Lasciando da parte come (non) è andata a finire la vicenda, in tutto questo non c’era nulla di particolarmente malvagio; eppure col procedere dei libri e poi delle stagioni televisive la filosofia di fondo si faceva sempre più confusa e contraddittoria. Si è passati mano a mano da “ognuno ha le sue ragioni” a “ognuno ha un po’ ragione”. Nel mondo reale, se lo desidera, uno può tranquillamente abbracciare questa ideologia; uno scrittore e un lettore però non possono farlo in alcun modo. Un autore è un dio per la sua opera e come tale non può fare a meno di porle degli assoluti. Il fatto che poi se li rimangi lo rende semplicemente un genio inaffidabile se non proprio malvagio, se dobbiamo stare a sentire Cartesio.

Con tutta probabilità a George Martin ad un certo punto vennero a mancare le idee, più o meno al momento del Red Wedding che era già un tentativo di retcon. Da lì in poi, tra morti che tornano in vita, personaggi dimenticati che appaiono e scompaiono quando non si sa più che altro fare, linee narrative che vengono iniziate e poi abbandonate, le cose hanno iniziato a farsi talmente complicate che l’unico modo per tenere il lettore attaccato alle pagine era rafforzare una componente sentimentale e un po’ melensa che c’era sempre stata.

Cosa ha a che fare tutto questo con la domanda? Semplicemente Il Trono di Spade ha fatto balenare in testa a molti l’idea che una storia impegnata abbia una morale, ma non sia una morale. Il continuo entrare nell’intimo di personaggi negativi e criminali è come se avesse rimosso il peso della responsabilità delle loro azioni. Certo, per Martin i personaggi continuano a raccogliere quello che hanno seminato, eppure per il lettore la cosa non è così gradita; dispiace che muoiano o che siano umiliati anche i più spietati perché in fondo semplicemente non erano stati amati o capiti o accolti. Alla fine non erano davvero malvagi, si potrebbe dire, avevano i loro traumi che li avevano portati ad essere egoisti. Ora la questione è che nella realtà le cose non funzionano così. C’è forse una ragione per cui non possiamo leggere i pensieri degli altri, ed è che i pensieri delle persone malvage sanno essere tremendamente convincenti. Non è un caso: devono convincersi ogni volta che fanno il male che erano giustificati, e non manca certo l’allenamento. Per questo quando ci confrontiamo con uno stronzo, non vogliamo sapere perché è stronzo in generale, ma perché lo è con noi.

Cosa è davvero importante in un antagonista?

Qua si arriva ad un punto cruciale: se il nemico si oppone al protagonista ci deve essere una ragione particolare, ed è questa che interessa davvero al narratore ed al suo pubblico. Certo, la cosa può includere la psicologia, ma le convinzioni personali sono molto più interessanti. Se la differenza tra l’essere cattivi o buoni sta nell’aver subito o meno un trauma, penso di poter scommettere le mutande che quasi nessuno vorrebbe essere cattivo.

D’altra parte, il tratteggiare il malvagio come traumatizzato è un’ottima scusa per non dover affrontare il malvagio che è in noi. Sembra quasi un determinismo tardo-ottocentesco in cui i figli di criminali non potranno che essere a loro volta criminali e via discorrendo, e forse ragioniamo ancora davvero con quel fariseismo vittoriano che ci fa dire: “Grazie per non avermi creato traumatizzato come quel pubblicano che neanche osa entrare nel Tempio”.

Allora, però, cosa è interessante nell’antagonista? Cosa descrivere e raccontare?

Ora, siccome chi scrive non è sistematico, mi servirò di un esempio. Uno degli antagonisti perfetti è Charles Muntz di Up. Viene costruito per essere un totale contraltare di Carl (e credo che i due nomi non siano casualmente simili) di modo che all’ultimo quando Carl deve fare la scelta tra continuare a inseguire il suo sogno già mezzo sfiorito e salvare Kevin e Russel, la cosa diventi particolarmente pregnante. Carl è costretto ad affrontare uno dei suoi eroi d’infanzia che è diventato vecchio proprio perché ha continuato ad inseguire un sogno sfiorito e idolatrare il suo scopo.

Oltretutto è introdotto subito nella storia, e il suo degradare e impazzire nell’ossessione di catturare Kevin è raccontato e tratteggiato piuttosto che spiegato in un lungo monologo. D’altra parte non è necessario fornirlo di una backstory troppo dettagliata perché semplicemente funziona.

Charles vive una vita avventurosa fino a che non si ossessiona con Kevin. A quel punto si chiude in una caverna in un posto sperduto. Carl ha una vita normale ma lieta, fino a che non perde Ellie. A quel punto di per sé è rinchiuso in una vita monotona e intrappolata nel passato fino a che non fa un balzo e vola via. Charles ha avuto successo e fama, per poi perderla. Carl ha passato la sua vita a mettere da parte qualche soldo per poi vederlo sparire per una disavventura o l’altra. Charles ha bisogno di vincere per darsi consistenza. Carl ha bisogno di non essere solo.
Alla fine Carl ha la scelta tra rimanere nel passato e diventare come Charles o lanciarsi all’avventura e batterlo per poi tornare ad avere una vita “tranquilla” (con un dirigibile, ma quello è il premio all’audacia) facendo da nonno acquisito a Russel. In altre parole, Charles è un altro sé in cui Carl si può immedesimare per vedere le conseguenze della sua scelta.

Il diario di Ellie è il nodo che lo convince ad andare a salvare Russel perché semplicemente non ha mai voluto l’avventura fine a sé stessa, o meglio, l’avventura fine a sé stessa, che non coltiva e non costruisce rapporti è inutile. D’altra parte tutta la sua vita è ruotata attorno ad Ellie. La casa in cui vanno ad abitare è quella in cui ha incontrato Ellie. L’idea di andare alle cascate paradiso era una sorta di sogno condiviso. Muntz invece è talmente ossessionato dal suo scopo che chiunque si sia avvicinato al suo uccello è stato eliminato. D’altra parte, Charles non dà a nessuno la possibilità di salvarlo; la sua unica compagnia è il suo stuolo di cani, che sanno solo obbedirgli, ed un uomo che si sta perdendo ha bisogno di uno che gli piombi nel giardino per sfidarlo a duello per salvarsi. E qui forse bisognerebbe iniziare a parlare del problema narrativo degli archi di redenzione, per cui mi riserverò un altro articolo.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.