Il titolo forse oggi richiama per lo più questioni sessuali, ma mi dispiace deludere chi è venuto qui per leggere sconcerie, perché non ce ne saranno. Il tabù è una faccenda antropologica più che andrologica, e a questo bisogna rassegnarsi; qui, in ogni caso, lo affronterò a questo modo.

Ora, per molti il concetto di tabù si rifà ad un passato lontano e tribale, in cui eravamo ancora mezzi sugli alberi e, siccome non capivamo niente del mondo e della natura, proibivamo cose di cui avevamo timore. Una montagna, un vulcano, una pratica erano condannate e obliterate perché appunto non le si capiva a fondo. Oggi che abbiamo la scienza queste robe non esistono più; o forse sì.

So che è difficile da accettare per un uomo moderno che si ritiene civilizzato perché ha un telefono tascabile e una bella macchina, ma i divieti esistono ancora ed anzi, sono il fondamento della civiltà stessa. Ogni volta che evitate di indagare le ragioni di un divieto di accesso e andate oltre state rispettando un tabù, una proibizione che non vi è stata spiegata. E se preferite fare un frontale con il tir che sta uscendo, potete benissimo violarlo, ma non sempre è l’opzione più astuta.

Il fatto che si usi una parola tribale per definirlo non ne cambia la natura che è radicata profondamente nell’animo e nella comunità umana. D’altra parte, se usassimo la parola che abbiamo scelto noi per definire il concetto, saremmo guardati come altrettanto arretrati. Il dogma negativo infatti ci sembra di nuovo qualcosa di appartenente ad un tempo lontano e superato. Tuttavia non abbiamo altra possibilità che continuare a seguire i nostri dogmi, se vogliamo sopravvivere alla faccia della regola d’oro di Shaw.

La parte più interessante però è che in molti casi il tabù serve a proteggerci proprio dalla conoscenza della cosa proibita. Si tratta di un meccanismo simile al segreto di stato: ci sono alcune cose che è meglio che sappiano in pochi, meglio ancora nessuno. Gli esempi odierni non mancano: preferiremmo che il Mein Kampf non fosse pubblicato ancora e riterremmo scandalosa una casa editrice che editasse oggi William Joseph Simmons.

Ne consegue un fatto piuttosto interessante: quando qualcuno attacca uno di questi divieti, non sappiamo bene come argomentare. Se uno ci chiedesse perché un senso unico va in una direzione e non in quella opposta, difficilmente potremmo fare altrettanto: sono convenzioni che diamo per scontate, e che sono reali proprio perché non si discutono. Un antropologo direbbe che è reale perché funziona; un mistico direbbe che funziona perché è reale; in ogni caso, ad entrambi sembrerebbe alquanto sciocco ribaltare l’intera società per scoprire se lo è davvero. Sia il mistico che l’antropologo infatti sanno per lo meno di non sapere tutto, che è un buon punto da cui partire per imparare di non sapere. Il moderno scientista invece, da buon Etarcos, sa già tutto e, soprattutto, sa di saperlo. Così con questa inoppugnabile dialettica si slancia a demolire casualmente tutto quello che gli si mette sulla strada, il che normalmente gli va benissimo finché non prende il senso unico dalla parte sbagliata mentre ci sta uscendo una jeep con paraurti anticanguro, che dicono essere efficacissimo anche sull’Audi che il nostro scientista sta guidando.

Il nostro scientista procederà quindi a giurare a sua madre o alla sua ragazza che aveva fatto quella strada cento volte e non era capitato niente. Ed il bello è che avrà perfettamente ragione, perché l’antropologia ci insegna che le ragioni dei tabù non si capiscono su due piedi. Antropologia e sociologia, infatti, non hanno mai preteso di essere scienze esatte perché semplicemente avevano tra le mani un oggetto troppo complesso e imprevedibile: l’uomo.

Ora, nonostante i continui tentativi di abbattere i dogmi da parte di positivisti e neopositivisti, che si tratti della monogamia, del cannibalismo, del portare vestiti, questi hanno un semplice e banalissimo vantaggio che la scienza moderna, per quanto si sforzi, non può superare: sono vecchi. Lo scientista presuppone di poter dimostrare qualcosa in una serie condensata di esperimenti, e per questioni di fisica e chimica la cosa potrà andar bene. Le tradizioni però hanno bisogno di tempo per mostrarsi perché non calcolano solo le cento o mille o diecimila volte in cui le cose vanno bene: a loro non interessa il 99,9% ma lo 0,1, per il semplice fatto che quello 0,1 potresti essere tu o tuo fratello. Se un’azione portasse immediatamente e inderogabilmente a conseguenze negative, non servirebbe il divieto; a non infilare le dita nelle prese siamo stati quasi tutti educati dall’esperienza. La tradizione serve dove l’esperienza non può arrivare, perché è semplicemente l’accumulo di millenni di esperienze di migliaia di persone. Di fronte a questo le nostre menti superiori possono molto poco; l’unica cosa possibile sarebbe osservare per altri millenni, cosa che nessuno di noi è in grado di fare. Non ci resta che mantenerci fieri come nani a cavalcioni di giganti.

La questione, infatti, è di metodo, e non di conoscenza: per smentire una tradizione serve un’altra tradizione; occorre osservare a lungo e non argomentare perché gli argomenti non sono a nostra disposizione.

Se il moderno scientista vuole convincerci che dobbiamo mangiare carne umana o insetti per combattere il cambiamento climatico, non abbiamo argomentazioni contrarie, ma possiamo vedere come sono le società di chi lo fa. Nulla si oppone al permettere allo scientista di andare a verificare le sue teorie vivendo coi Tupinambà, sempre che non sia lui a diventare il pasto ecologico. In Cina si mangiano scorpioni e se uno ha la passione degli aracnidi può tranquillamente volare a Shangai e rimanerci. Però io non posso non notare che la società Tupi non è avanzatissima, anche se la loro lingua è affascinante e complessa; né posso fare a meno di chiedermi se c’è una correlazione tra la sottomissione cieca al potere orientale e la sua passione per gli animaletti striscianti e la zuppa di pipistrello. Ho qualche dimostrazione di questo? No. Però so che se voglio abbracciare una cultura, a meno di non voler rimanere un paria, la devo prendere tutta intera. E qui il tabù resta.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.