Questa è l’incredibile storia di come un pugno di “morti viventi” dell’esercito russo ha respinto l’attacco di migliaia di tedeschi, durante la Prima Guerra Mondiale.

Siamo nel 1915, nella frazione di Osowiec-Twierdza, nel comune di Goniądz, nel distretto di Mońki, nel voivodato della Podlachia, nella Polonia nordorientale (che al mercato mio padre comprò). Qui c’è una vecchia fortezza del XIX secolo, la fortezza di Osowiec per l’appunto, uno degli ultimi baluardi che si ergono contro l’avanzata Tedesca durante la Prima Guerra Mondiale. In verità la fortezza non era direttamente sul cammino dei Tedeschi, eppure era già stata oggetto di due attacchi, ed ora se ne stava preparando un terzo. Al comando dei Tedeschi c’è il feldmaresciallo Paul von Hindenburg, che guida qualcosa come 8,000 uomini, 30 cannoni d’assedio e 30 batterie di artiglieria equipaggiate con gas; dall’altra parte troviamo invece circa 2,000 uomini, tra cui il valoroso tenente Vladimir Karpovich Kotlinsky. L’importanza (forse più storica che tattica) di questo punto si può ben capire dal fatto che i Russi, nonostante siano ormai certi dell’imminente offensiva nemica a base di gas velenosi, e pur non avendo l’attrezzatura necessaria a proteggersi, non pensano neanche per un istante di abbandonare la fortezza e di ritirarsi.

Fotografia del 1915 del tenente Vladimir Karpovich Kotlinsky.

Alle 4 di mattina del 6 agosto, col vento finalmente favorevole (l’avevano atteso per ben 10 giorni), i Tedeschi lanciano un attacco di artiglieria, sparando proiettili pieni di gas al cloro (o forse di una mistura di cloro e bromo). L’erba diventa nera e appassisce, le foglie si fanno gialle e cadono, e tutti gli animali nei dintorni muoiono quasi all’istante. La verde nube tossica raggiunge gli 8 km di larghezza e i 20 km di profondità, presto condannando a morte moltissimi dei difensori. Gli oggetti metallici, come armi e carrarmati, si ricoprono di ruggine. È l’inferno in terra. La maggior parte dei russi è costretta a coprirsi il volto con panni imbevuti di acqua o urina, non avendo maschere anti-gas sufficienti o adeguate. Nonostante tutto, dopo la mattanza, il tenente Kotlinsky raduna alcuni superstiti (circa un centinaio) e decide di partire alla carica del nemico, in un ultimo disperato attacco.


I Tedeschi non possono immaginare cosa li aspetta, mentre avanzano pregustando l’ormai scontata vittoria. Davanti a loro si para uno spettacolo degno della peggior puntata di The Walking Dead: i difensori li caricano alla baionetta, rantolando e sputando pezzi di polmoni (l’acido cloridrico creatosi dalla reazione tra il cloro e la condensa del respiro li sta disfacendo dall’interno), tenendo in mano le armi come meglio possono, le facce ricoperte di ulcere. I Tedeschi vengono presi dal panico e fuggono disordinatamente, finendo in parte preda delle loro stesse trappole e in parte colpiti dalle poche batterie russe ancora in grado di sparare. In breve il nemico è respinto e la fortezza è salva. Quella sera il prode Kotlinsky muore, come la quasi totalità dei suoi “zombi”. Purtroppo sull’economia delle operazioni, questa effimera vittoria non influì più di tanto: il 18 dello stesso mese, la fortezza fu fatta saltare in aria e abbandonata dagli ultimi sopravvissuti. Ma il significato della cosiddetta “carica dei morti” fu ampiamente e prevedibilmente celebrato dalla propaganda russa.


I più metallari tra voi conosceranno forse la canzone The Attack Of The Dead Men, dall’album The Great War del gruppo heavy metal Sabaton, un chiaro tributo a questo pazzesco episodio della Grande Guerra.

Edoardo Dantonia: classe 1992, sono il più giovane e il più indegno di questo terzetto di spostati che si fa chiamare Schegge Riunite. Raccontavo storie ancor prima di saper scrivere, quando cioè imbastivo veri e propri spettacoli con i miei pupazzi, o quando disegnavo strisce simili a fumetti su innumerevoli fogli di carta. Amante della letteratura, in particolare quella fantastica e fantascientifica, il mio sogno è anche la mia più grande paura: fare della scrittura, cioè la mia passione, il mio mestiere. Ho esordito lo scorso settembre col mio primo libro, Rivolta alla Locanda, racconto umoristico ispirato al mio modello letterario, Gilbert Keith Chesterton.