Cos’hanno a che fare un elefante e una lampadina? Poco, in teoria. Tutto, nella pratica. Questa è la triste storia di Topsy.

Topsy è il nome di un’elefantessa indiana, nata alla fine del XIX secolo nel sud-est asiatico. Oggi abbiamo fatto passi da gigante (da elefante, verrebbe da dire), in quanto a diritti degli animali (almeno, in buona parte di quello che è comunemente detto Occidente). Ma siamo alla fine del 1800, e il lavoro minorile è ancora una realtà con cui fare i conti, perciò figuratevi quale considerazione si poteva avere per una semplice bestia. Difatti Topsy viene presa senza troppe cerimonie ed importata illegalmente negli Stati Uniti, per intrattenere gli spettatori del celebre circo di Adam John Forepaugh, dove viene spacciata per il primo esemplare di elefante indiano nato sul suolo americano.


Topsy impara in fretta e presto diventa uno dei fenomeni di punta del circo: va in monopattino, fa capriole, si alza sulle zampe posteriori e balla in gonnella. All’inizio è docile e mansueta, non sembra poter creare problemi, e così gli anni passano e Topsy gira tutti gli States a dare spettacolo. Fino a un disgraziato giorno del 1902, quando un custode ubriaco tenta di farle bere del whiskey e le brucia la proboscide con una sigaretta (o un sigaro). L’animale allora s’imbizzarrisce, lo afferra con la proboscide e lo scaraventa a terra, uccidendolo. Come si leggerà poi sui giornali, che la descrivono come un animale ingestibile e pericoloso, Topsy mieterà almeno altre due vittime. Se consideriamo poi il fatto che consumava circa 25 dollari di biada alla settimana, quando il salario medio del suo custode era di 20 dollari, i conti sono presto fatti: si constata che la misura è colma e che l’elefante va tolto di mezzo tramite una vera e propria esecuzione, una condanna a morte in piena regola. E perché non si parla di soppressione? Il fatto è che fu organizzata una vera e propria esecuzione pubblica tramite impiccagione, come se si trattasse di un efferato killer umano. L’opzione del cappio fu però osteggiata dalla S.P.C.A., cioè la Society for the Prevention of Cruelty to Animals (Società per la Prevenzione della Crudeltà sugli Animali), che si presentò per imporre delle condizioni che non andassero contro la morale pubblica (sic!). Ma dalla padella si finì, probabilmente, nella brace: si scelse infatti l’avvelenamento, seguito dalla rivoluzionaria elletrocuzione, che in molti luoghi aveva già cominciato a sostituire i classici metodi destinati agli esseri umani (come la decapitazione o l’impiccagione ). A dire il vero, qualcuno aveva anche pensato di utilizzare un classico fucile, di quelli utilizzati nella caccia agli elefanti; ma a quell’epoca quel tipo di armi si trovava quasi esclusivamente nel Regno Unito, e la circolazione delle merci non era una questione così semplice e immediata.

Un’illustrazione di Topsy subito dopo aver ucciso il custode ubriaco, apparsa sul St.Paul Globe del 16 giugno 1902.

A propugnare l’uso dell’elettrocuzione fu niente popò di meno che Thomas Alva Edison. E qui bisogna aprire una parentesi. All’epoca si stava svolgendo una vera e propria guerra, detta “Guerra delle Correnti”, una competizione commerciale per il controllo dell’allora crescente mercato mondiale dell’energia elettrica. La contrapposizione, per farla breve e non troppo tecnica, era tra il sistema a corrente alternata e quello a corrente continua. Il brevetto di quest’ultima era in mano proprio a Edison, che non perdeva occasione di lanciare accuse agli avversari della corrente alternata. Una di queste era la pericolosità, effettivamente corroborata anche dalle notizie di alcuni incidenti occorsi in quel periodo. La storia diede torto all’arroganza di Edison, poiché ancora oggi utilizziamo ovunque la corrente alternata. Ma all’epoca si era ancora pienamente in ballo, e per molto tempo nelle case si preferì la corrente continua, con cui si caricavano le batterie per poi alimentare le lampadine.


Tornando a Topsy, l’occasione si fece ghiotta per il buon Tom. Questi spinse perché per l’esecuzione venisse usata la corrente alternata, per instillare nelle menti della gente, in un evento di rilevanza pubblica, che questo tipo di corrente elettrica era pericolosa. L’equazione, in sostanza, doveva essere corrente alternata = morte. Non sappiamo se Edison fu poi effettivamente e direttamente coinvolto nell’esecuzione di Topsy, ma sicuramente ne fu un accanito fautore e il suo peso nella faccenda è indubbio; soprattutto se teniamo conto che a filmare l’avvenimento furono proprio gli studios che portavano il suo nome…


Il 4 gennaio del 1903 l’elefantessa fu portata sul luogo della sua morte, nel luna park di Coney Island. Come se avesse capito cosa l’aspettava, Topsy si rifiutò di avanzare fino all’attrezzattura che l’avrebbe uccisa. Si trattava di una piattaforma nel mezzo di un lago, realizzata proprio per le uccisioni dei pachidermi. Qui la sventurata avrebbe dovuto consumare il suo ultimo pasto, delle carote avvelenate con cianuro; dopodichè sarebbe stata uccisa con una scarica di 6,600 volt, tramite degli elettrodi di rame collegati alle zampe (uno su una delle zampe anteriori e l’altro su una di quelle posteriori). Si pensi che per ottenere un tale voltaggio, tutte le luci dell’isola dovettero essere spente. Sul posto erano presenti 500 persone, anche se probabilmente erano molte di più. Stando al giornale The Sun del 5 gennaio 1903, il parco non richiese alcun pagamento agli spettatori; anche perché si trattava di persone invitate dalla direzione stessa. Fatto sta che il gestore di un locale pensò bene di rendere disponibile il proprio balcone per assistere all’evento al costo di 25 cent, e nessuno si prese la briga di impedirglielo, consentendogli di raccimolare un bel gruzzolo.


Ad ogni modo, la povera Topsy non intendeva fare un passo di più. Qualcuno disse che fu perché si trovava in prossimità di un ponte, e gli elefanti non sono entusiasti di attraversare i ponti. Fatto sta che bisognava muoverla, e le provarono davvero tutte. La imbottirono di carote per farla avanzare, ma quella non schiodava. Si pensò anche di farla avanzare di spalle, ma Topsy non era stupida e si fermava sempre nello stesso punto. Mandarono a chiamare un ex impiegato, il suo vecchio custode Whitey, che era l’unico che ai tempi riusciva a convincerla a fare qualcosa. Gli offrirono 25 dollari, ma quello, che non era in buoni rapporti coi suoi vecchi colleghi, disse: “Neanche per 1,000 dollari”.


Alla fine, come si suol dire, se Maometto non va alla montagna… E invece del pachiderma, a muoversi furono cavi ed elettrodi. Pochi istanti prima dell’ora X, che dovevano essere le 13 ma finirono per diventare le 14 e 30 passate, Coney Island spense tutte le sue luci. La gente era trepidante, la telecamera puntata. Topsy mangiò le carote avvelenate che le porsero, poi subì tutta la potenza di quei seimila e passa volt. Durò pochissimo, circa 10 secondi, e Topsy non dovette soffrire eccessivamente. La S.P.C.A., dal canto suo, affermò di non avere mai visto un modo più umano di procurare la morte. Un operaio, Joseph Johansen, rischiò la vita quando la corrente passò dalla leva di attivazione al suo corpo, lasciandolo a terra svenuto. I medici dissero che era un miracolo che fosse sopravvissuto.


Per chi avesse il fegato (e il cuore), esiste un filmato dell’epoca, Electrocuting an Elephant (Elettrocuzione di un Elefante) targato Edison Studios (per l’appunto), in cui si può vedere lo sventurato animale accasciarsi al suolo fumante. Subito dopo, per essere sicuri che fosse spirata, decisero comunque di impiccarla, traendola in alto con una gru per il cappio che aveva già al collo, e tenendola sospesa per ben dieci minuti. Adagiata infine al suolo, presero ulteriori misurazioni e decretarono che sì, Topsy era decisamente morta.


Cento anni dopo, nel 2003, proprio nel museo di Coney Island, fu eretto un monumento in onore di Topsy, ad imperitura memoria della follia (e della crudeltà) degli uomini che la condannarono a morte.

Edoardo Dantonia: classe 1992, sono il più giovane e il più indegno di questo terzetto di spostati che si fa chiamare Schegge Riunite. Raccontavo storie ancor prima di saper scrivere, quando cioè imbastivo veri e propri spettacoli con i miei pupazzi, o quando disegnavo strisce simili a fumetti su innumerevoli fogli di carta. Amante della letteratura, in particolare quella fantastica e fantascientifica, il mio sogno è anche la mia più grande paura: fare della scrittura, cioè la mia passione, il mio mestiere. Ho esordito lo scorso settembre col mio primo libro, Rivolta alla Locanda, racconto umoristico ispirato al mio modello letterario, Gilbert Keith Chesterton.