Conosco alcuni che, per condividere un’esperienza con degli amici musulmani, hanno fatto un giorno di Ramadan. Raccontano della fatica e delle capacità dell’uomo e via discorrendo e questo può essere interessante, tuttavia trovo che in quest’idea ci sia per lo meno un errore di fondo, ovvero che ciò che distingue gli uomini siano le pratiche e non le idee e le convinzioni profonde su cui le pratiche si fondano. Solo il musulmano convinto fa davvero Ramadan, solo lui gode dell’esperienza completa, perché il Ramadan è un digiuno per una ragione ben chiara e precisa e non per cultura casuale; si tratta di uno dei cinque pilastri dell’Islam e non del carnevale di Ivrea. La gente che digiuna non lo fa perché si è sempre fatto così, ma perché lo crede davvero importante per la propria crescita e purificazione, anche se è faticoso. Un impegno e un sacrificio che non valgono di per sé, ma in vista di qualcos’altro senza cui non hanno alcun significato e sono, anzi, stupidi. I miei amici hanno condiviso l’esperienza del Ramadan? No, hanno condiviso l’esperienza della sete e della fame per un giorno, senza sapere bene il perché e qui comincia la nostra tristezza occidentale. Ripetiamo come una litania senza fine le virtù che sono il fondamento della nostra società e modernità e soprattutto parliamo di tolleranza e accettazione dell’altro fino ad essere pronti a condividere, per un po’, le sue fatiche, fino a mettere sudore e sangue, fino a mettere le mani al portafoglio per dare del nostro, ma non ci impegniamo veramente a comprendere l’altro. Diciamo tolleranza, ma intendiamo indifferenza per le idee; siamo pronti ad accogliere le pratiche, finché ci sembrano sensate, ma non le idee che realmente le renderebbero sensate. La tolleranza è la più superficiale di tutte le possibili virtù umane, perché parla alla mente e non scuote il fondamento del nostro essere, non ci muove, né ferisce, né ama fino alla fine e dunque non è in grado di comprendere l’altro, o forse semplicemente non gli interessa ed ecco che tutta la nostra nobiltà umanitaria ricade sul suo nulla

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Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.