La parola sosia per quanto possa suonare aulica ha una storia molto meno nobile di quanto non si pensi. Se si scorre la commedia classica non si potrà fare a meno di imbattersi costantemente in questo nome, senza però vederlo affibbiare a protagonisti ed eroi; Sosia è il tipico nome da schiavo. I grandi commediografi latini, che potremmo definire quasi dei traduttori della Commedia Greca, non lo usano per nulla di meno, e l’accezione della parola italiana deriva proprio da una Commedia Latina, l’Amphitruo di Plauto.

Sosia è il servo di Anfitrione, marito di Alcmena e patrigno di Ercole. Come è noto Giove per godere dell’amore della fedele Alcmena pensò bene di trasformarsi in suo marito, approfittandone dell’assenza. Mercurio di suo invece assunse le vesti dello schiavo per vegliare sull’unione e impedire che fosse disturbata. La cosa si fece più problematica, perché, per prolungare la notte di passione, Giove decise di farla durare ben tre giorni ed è a questo punto che il vero Sosia rientra ad annunciare il ritorno del padrone. Quale sorpresa quando la strada gli viene sbarrata… da sé stesso. Ne segue una discussione per determinare chi sia quello vero e chi il sosia, discussione ovviamente vinta da Mercurio a suon di botte.

Quello di prendere bastonate è uno dei ruoli tipici dello schiavo nella commedia dell’antichità. Si tratta sempre di schiavi domestici che, come abbiamo detto, godono di un particolare rapporto con il padrone e dunque di una particolare attenzione. Questo però non rende la loro condizione sempre migliore di quella dello schiavo di fatica. Fra i loro ruoli c’è quello di prendere botte, un espediente che risulta comico appunto perché sono schiavi ed il colpirli non costituisce una tragedia. Si tratta di certo di una mentalità crudele, ma d’altra parte il servo gode di alcuni privilegi che lo invogliano alla mediocrità: non deve badare a sé stesso, non ha bisogno di rischiare né di imparare nulla e non è mantenuto per essere virtuoso. La sua unica virtù è l’obbedire e, se non lo fa, occorre rimetterlo in riga quanto prima. Ne è un esempio paradigmatico Mirmece, lo schiavo che si trova nelle novelle licenziose nel IX libro delle Metamorfosi di Apuleio. Il suo nome significa formica e lo rappresenta alla perfezione. Mirmece deve compiere il suo dovere e, quando non lo fa, subisce botte e dal padrone e dall’amante della moglie della padrona.

La commedia però non è solo il regno in cui si parla della quotidianità, ma anche quello in cui le convenzioni vengono rovesciate, e ciò permette di guardare lo schiavo come qualcosa di più rispetto ad una macchina. Sosia, da semplice esecutore materiale che prende botte per riavviarsi si può trasformare in un servus callidus, spesso il vero protagonista e motore dell’azione. Ovviamente non tutti i servi sono “callidi” (astuti), e la maggior parte anzi rimangono nel novero degli animali da soma, eppure quell’unico schiavo furbo diventa nella maggior parte dei casi uno dei perni attorno a cui ruota l’azione e l’azione comica. Che si finga uno straniero o infili uno schiavo travestito da donna nel letto dell’antagonista, il giovane padrone può fare ben poco senza di lui. Non è solo il braccio, ma spesso anche la mente dell’azione.

Il ruolo dello schiavo in questo caso non è troppo dissimile da quello del supereroe. Come il secondo si eleva al di sopra delle convenzioni sociali e dunque può agire senza remore, così il primo ne è già per sua natura al di sotto. Sosia può essere picchiato, ma la vera autorità su di lui l’ha solo il suo padrone. Se il padrone non può compiere qualcosa di compromettente o poco adatto al suo status, nulla è inadatto allo status dello schiavo. La sua capacità di essere al di sotto delle convenzioni sociali, unita al fatto che si parla di ambito familiare dove queste sono allentate e mitigate dagli affetti, lo rende il trickster perfetto che d’altra parte può essere punito senza turbare il pubblico, anzi facendolo ridere.

La schiava

Abbiamo parlato di Mirmece e Sosia, ma si tratta sempre di figure maschili. Se lo schiavo ha un ruolo notevole nella commedia e nel comico, la sua controparte femminile gode di spazio molto più limitato, terribilmente ridotto rispetto a quello dell’Odissea.

Sembrerebbe fin troppo facile criticare la cultura patriarcale maschilista dell’antichità e risolvere così il problema, e di fatto si tratta di una semplificazione becera e molto pregiudiziale di un mondo molto diverso per noi. Nella commedia il ruolo delle donne è tutt’altro che marginale, purché siano libere; se la donna nell’antichità è tanto più virtuosa quanto meno se ne parla, come ricorda il discorso di Pericle in Tucidide, la commedia diventa uno dei luoghi in cui parlarne, soprattutto nell’Archaia. La Neà e la commedia latina comunque vedono donne intraprendenti e in grado di agire e indirizzare l’azione, anche se non direttamente da protagoniste. Per la schiava la situazione è diversa. Il suo essere al di sotto delle convenzioni, diversamente dal suo corrispettivo maschile la rende una facile preda soggetta allo sfruttamento di lenoni e padroni.

Nelle Metamorfosi di Apuleio Fotide è subito puntata come compagna di letto da parte del protagonista, ruolo che accetta di buon grado. Nella commedia non si contano le ragazze non libere costrette da lenoni e mezzane a fare da cortigiane a giovani liberi. L’agnizione finale le libera da questo status ma non lo mette minimamente in discussione, né d’altra parte viene loro assegnato un ruolo meno marginale.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.