La rivolta giacobita del 1745

Novembre 22, 2020
Samuele Baracani

23 Luglio 1745, Isola di Eriskay, Ebridi, Scozia. Una nave francese si avvicina alla costa e sbarca cento uomini in abiti militari. Fra quei cento, con un tartan rosso vivido, avvolto sulla spalla c'è un giovane principe, il legittimo re di Scozia e Inghilterra. La rivolta giacobita ha inizio.

La strada per il 1745

Questioni dinastiche

Che un re sbarchi alla chetichella sulla propria terra con appena un centinaio di uomini può sorprendere, e di certo la storia della Gran Bretagna che ha portato fino a questo punto è tutt'altro che ordinaria.

Nel 24 marzo 1603 muore, senza lasciare eredi, la Regina Elisabetta I. Per quanto celebrata nella letteratura e cultura moderna, questa regina non è stata esente da controversie ed errori. Trovandosi fra le mani un regno ampiamente diviso e in difficoltà ebbe i suoi meriti nel riportare l'ordine, ma lo fece col pugno di ferro e non si premurò di garantire un futuro stabile oltre la sua dipartita.

Il regno dunque passa a Giacomo I Stuart, figlio di quella Maria regina degli Scozzesi che proprio lei aveva fatto decapitare. Giacomo I non fu un sovrano forte. Forse abituato a farsi manovrare dalla nobiltà che già lo aveva insediato sul trono di Scozia costringendo la madre ad abdicare, si dimostrò più interessato ai libri e allo studio dell'occulto che alla politica. Viene ricordato come uno dei re sapienti, e di sicuro fu un grande erudito, ma da punto di vista della gestione del regno molto poco incisivo. A differenza della madre, cattolica, abbracciò il protestantesimo e promosse la traduzione della Bibbia in inglese.

La situazione nel nuovo regno non poté che peggiorare quando Carlo I succedette al padre. La complessa situazione richiedeva compromessi e diplomazia e Carlo era incapace di entrambi. Le sue forti simpatie cattoliche gli inimicavano i protestanti, e la mancanza di un vero e proprio ritorno alla Chiesa di Roma lo facevano vedere con sospetto dai cattolici. Oltre a ciò, Carlo aveva sposato in toto la dottrina del diritto divino del re, gestendo in modo assoluto e autoritario il regno, evitando di convocare il parlamento se non quando era estremamente necessario. La cosa era aggravata dalla sua posizione di capo della Chiesa d'Inghilterra; i suoi tentativi di riordinare dottrina e struttura di questa e di quella Scozzese non fecero che procurargli altre inimicizie e guerre civili, fino all'ultima, quella fatale.

Il prospettarsi di un'alleanza con i paesi cattolici del continente fu la goccia che fece traboccare il vaso. L'Inghilterra si divise con a nord zone controllate dal re e a sud quelle controllate dal parlamento. I Parlamentariani, guidati da Oliver Cromwell riuscirono a schiacciare a più riprese i Realisti e anche la Convenzione scozzese, che era accorsa in loro aiuto. Il re viene decapitato nel 1649, si istituisce il Commonwealth, e Cromwell regna di fatto come dittatore in una repubblica de iure.

La furia puritana di Cromwell però non è un miglioramento per una grossa parte del Commonwealth che era ancora cattolica. Il Cattolicesimo è l'unica religione non tollerata e repressa il più possibile, principalmente in Irlanda. D'altra parte il vantaggio di Cromwell è che piace ad una fetta di popolazione più ampia rispetto a Carlo I, e soprattutto ai nobili, ma la sua durezza e inflessibilità fanno cambiare presto opinione a molti. Le nostalgie realiste spingono ad una rivolta in Scozia, che viene sedata malamente. Cromwell governa quindi con pugno di ferro fino alla sua morte, scogliendo anche lui il parlamento, affrontando guerre e lo scontento con una rigidità non troppo diversa da quella del re che lo aveva preceduto. Alla sua morte, non appena il figlio che gli succede come Lord Protettore si dimostra meno capace di lui, una nuova calata di scozzesi prende Londra, riforma il parlamento e richiama Carlo II, figlio di Carlo I.

Carlo II nel 1660 si ritrovò una situazione semidisperata, a capo di una realtà divisa, con una nobiltà ed un parlamento dotati di una potenza mai vista in precedenza e pieni di fazioni, il tutto reso ancora più problematico dalle varie ostilità religiose. Il governo di Carlo II fu però più saggio ed equilibrato, riuscendo a durare ben venticinque anni senza l'esplosione di conflitti civili rilevanti. La peste, l'incendio di Londra, i vari conflitti con il parlamento, furono gestiti con equilibrio. Il punto problematico restava sempre quello religioso; Carlo aveva delle forti simpatie cattoliche ed un fratello cattolico che sarebbe dovuto essere il suo successore. I notabili inglesi, per lo più protestanti, dapprima arginarono le sue concessioni ai cattolici, poi tentarono di di assassinare lui e il fratello, per impedire un ritorno della corona al Cattolicesimo Romano. L'uso della propaganda del popish plot lo spinse ad approvare il matrimonio fra la nipote, figlia del fratello Giacomo, e Guglielmo d''Orange, protestante.

Quando alla sua morte il regno passo a Giacomo II, suo fratello, da subito il parlamento cominciò a vedere male le sue concessioni ai cattolici. Bastarono tre anni per dichiararlo deposto e sostituirlo con il marito della figlia. Ma la Scozia non stava a guardare.

La prima rivolta giacobita

Nel 1689 la Convenzione scozzese decide di accettare a sua volta Guglielmo III come re. Giacomo II intanto dall'Irlanda organizza una rivolta con i suoi pochi fedeli. La Scozia, che già ha reinstallato suo padre sul trono, è ovviamente il posto perfetto. Con una Chiesa separata da quella inglese e ancora un buon numero di cattolici è il punto su cui fare leva per riottenere il regno.

John Graham, Visconte di Dundee è il brillante comandante e stratega di questa operazione. Inizia con soli quaranta uomini, cui si uniscono quelli raccolti dai clan delle Highlands. Il castello di Edimburgo è tenuto dal Duca di Gordon, cattolico devoto a Giacomo II. Mackay, comandante delle forze governative, evita la battaglia. Gli highlander dopo poco tornano a casa, mentre il castello cade. Arrivano trecento uomini di rinforzo dall'Irlanda e con quelli e tutti quelli che riesce a raccogliere Dundee inizia ad occupare punti strategici. Arriva alla fine allo scontro con Mackay a Killecrankie, dove, pur essendo in numero molto inferiore all'avversario, le cui truppe erano oltretutto molto ben equipaggiate e con un buon numero di solidi veterani delle guerre anglo-olandesi.

Tutto questo giova a poco. Nonostante le tre scariche di moschetteria, la carica delle Highlands non si arresta e devasta totalmente le linee avversarie. La vittoria ha però una piccola pecca: Dundee è fra i caduti. I successivi comandanti sono decisamente meno abili di lui, così che le successive battaglie vedono la dispersione del piccolo esercito e la fine della rivolta. In ogni caso gli inglesi nel 1692 approfittano dell'ospitalità concessa dai MacDonald di Glencoe, giacobiti, per massacrarli tutti, per rappresaglia e vendetta.

La seconda rivolta giacobita

I notabili inglesi sono del tutto decisi a non avere più un monarca cattolico e lo rendono di nuovo chiaro nel 1714 quando, morto Guglielmo III nel 1702, muore anche la moglie, la regina Anna. Questa aveva emesso uno degli Act più problematici della storia della Gran Bretagna. Lo Union Act, che univa le corone di Scozia e Inghilterra.

Se la propaganda governativa la presentava come l'occasione di creare amicizia fra due popoli che fino a poco prima avevano fatto a botte, la nobiltà scozzese (soprattutto quella cattolica) non ne fu così entusiasta. Se ad alcuni poteva piacere l'idea di accedere ad un potere superiore, mischiandosi nelle faccende di un regno più grande, questo voleva dire rinunciare al proprio parlamento e dunque alla propria indipendenza, soprattutto in materia fiscale, ma non solo. Questo atto fu considerato da molti un tradimento e da parte della regina, e da parte dei nobili che lo avevano appoggiato.

Alla sua morte il parlamento fece valere l'Act of Settlement promulgato nel 1701, secondo cui la successione sarebbe passata ai discendenti di Sofia del Palatinato, ovvero Giorgio I di Hannover.

La cosa piacque particolarmente poco agli scozzesi i quali non avevano ratificato l'Act of Settlement e si erano poi ritrovati a non avere un parlamento per poterlo accettare o respingere dopo lo Union Act.

Era l'occasione per una nuova rivolta giacobita. Giacomo III raccolse i suoi partigiani e li scagliò contro gli inglesi. Le forze lealiste erano guidate dal Duca di Argyll, quelle giacobite dal Conte di Mar. Quest'ultimo, agendo con prudenza riuscì a riscuotere un buon numero di successi, riuscendo ad occupare praticamente tutta la Scozia. A lui si unirono i partigiani inglesi, ma a questo punto le forze furono sconfitte e quando Giacomo III sbarco a Perth ormai la guerra era già persa.

Il 1745

Il fronte giacobita però si è tutt'altro che arreso. Anche se gli anni passano e le generazioni si succedono, sia in Inghilterra che in Scozia restano famiglie e clan fedeli alla causa degli Stuart, sia cattoliche che protestanti. In entrambi i casi sono guardati con sospetto, spesso marginalizzati, cosa che per assurdo li rende più pericolosi. Ed è così che arriviamo al principio della nostra storia.

Dopo trenta anni di nuovo il piede di uno Stuart calca la terra patria, dopo aver eluso la flotta inglese. I messaggeri partono ad avvisare tutti i clan giacobiti: il re è tornato. E i clan rispondono.

Attorno al Bonnie Prince Charlie, come lo hanno soprannominato i giacobiti, si raccolgono in breve tempo duemila uomini, con cui marcia rapidamente verso Edimburgo. La città apre le porte, ma il castello resta nelle mani dei lealisti. La velocità a cui avviene tutto è sorprendente. Gli inglesi sono poco preparati, ma inviano ugualmente quello che hanno, reclute bene armate, ma male addestrate sotto il comando di John Cope. Dall'altra parte i giacobiti sono intrepidi ma armati molto male. Un altro vantaggio dei lealisti è l'artiglieria.

I due eserciti si scontrano a Prentonpans. La fanteria giacobita, predispostasi il mattino prestissimo nella foschia ad aggirare le formazioni nemiche, sbuca dal nulla e carica le giubbe rosse che pure avevano avuto il tempo di schierarsi in modo adeguato per contrastarla. La carica delle Highland è come sempre devastante e le linee avversarie cedono. Gli artiglieri lealisti abbandonano i pezzi senza aver praticamente sparato e nel giro di una ventina di minuti la battaglia è finita, con l'esercito inglese e il suo comandante costretti alla fuga.

Il morale giacobita è alle stelle. Carlo Stuart annulla lo Union Act, e gli scozzesi sognano finalmente di essere liberi; proprio per questo però non sono così entusiasti quando decide di invadere l'Inghilterra. Gli inglesi intanto richiamano le armate dalle Fiandre per poter difendere Londra. L'esercito giacobita avanza incontrastato fino a Derby con le promesse di supporto francese quanto prima. I francesi però non arrivano e l'armata è costretta a ritirarsi.

Le cose comunque non andrebbero male se alla lunga il blocco navale inglese non fosse in grado di bloccare tutti i rifornimenti e impedire che l'esercito ribelle riceva cibo e denaro. Gli inglesi preferiscono logorare al combattere; il tempo è dalla loro parte e se i giacobiti si mettessero ad assediare una qualche città avrebbero comunque il tempo di intervenire in forze. D'altra parte agendo in anticipo sulle famiglie giacobite inglesi sono riusciti a contenerne le adesioni e a renderle inabili a sostenere economicamente la rivolta.

Culloden e la fine

Nell'inverno però l'esercito inglese si muove. Ha oltre settemila effettivi, bene armati, ben addestrati, ben pasciuti ed è dotato di artiglieria pesante. L'esercito giacobita di suo invece ha visto arrivare numerose defezioni, dovute alla stagione e alla mancanza di rifornimenti. Ciononostante riesce ad infliggere una piccola sconfitta agli inglesi a Falkirk. Più il tempo passa e più però si trova alle strette, fino ad essere costretto ad affrontare il nemico nella piana di Culloden.

L'artiglieria inglese è nettamente superiore e il terreno inadatto alle tattiche scozzesi. Oltre a ciò gli inglesi hanno potuto disporsi con più agio, riparando delle truppe dietro un muretto sul loro lato sinistro.

I MacDonald, che costituiscono una componente notevole degli insorti, vengono schierati, contro la tradizione e i loro privilegi sul lato sinistro. Per questo si rifiuteranno di intervenire nel combattimento. Il principe Carlo è in una posizione poco adatta ad un comandante, in cui ha una visione insufficiente del campo di battaglia. Le scariche dei cannoni pesanti si abbattono sulla schiera giacobita, la cui artiglieria, mal piazzata, non riesce a rispondere. Carlo attende a dare l'ordine dell'attacco, non avendo contezza di cosa sta succedendo.

Alla fine l'ordine viene lanciato. La fanteria giacobita carica, mentre le si abbatte addosso la fucileria lealista. Il terreno acquitrinoso rallenta l'avanzata e costringe la schiera a schiacciarsi verso destra, divenendo un facile bersaglio per l'artiglieria e la moschetteria, inclusa quella appostata dietro il muro. Pochissimi arrivano a contatto col nemico, e vengono colpiti dalle seconde linee. Il morale è sotto le scarpe, la schiera si disperde, caricata da dietro dai dragoni inglesi.

Carlo e le sue truppe di riserva riescono a ritirarsi ordinatamente e a fuggire. Le perdite sono ingenti, ma la rivolta giacobita ancora non è stata domata. Carlo però rinuncia alla sua crociata e ordina alle truppe di disperdersi. Senza il supporto francese non sembra esserci altro da fare.

Carlo si diede quindi alla fuga, sfruttando la compiacenza di una dama scozzese, Flora MacDonald, che lo nascose e gli permise di raggiungere l'isola di Skye, su una barca con lei e sei rematori, travestito da donna.

Da qui Carlo Stuart si imbarcherà su una nave francese e tornerà oltremanica, senza più riuscire a riprendere ciò che era suo. Come hai potuto vedere, però, mio caro lettore, il Bonnie Prince Charlie non ha perso ogni cosa. Il suo mito ha colonizzato l'immaginario, le canzoni, i romanzi, guadagnandogli una vita e un affetto più duraturi di quelli che ebbe in vita, e così proviamo ad onorarlo anche noi

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