Chiunque abbia anche solo sentito parlare de I Malavoglia si terrebbe ben lontano dal prenderli come un esempio virtuoso di impresa famigliare. Tutto il romanzo è imperniato sulle illusioni della famiglia protagonista e la mentalità calcificata e immobilistica, del tutto inadatta al fronteggiare le disgrazie che subisce.

Diversi tipi di rischio

È interessante come uno dei principali fattori che l’imprenditore deve affrontare, il rischio, sia dato per scontato dai Malavoglia, che lo affrontano fatalisticamente, in un modo cristallizzato in proverbi e detti popolari. A dir il vero la questione è che per loro esso è parte della loro vita di pescatori e tant’è.

Se il rischio da affrontare fosse semplicemente quello di alzarsi dal proprio letto e andare in un mare che è sempre lo stesso, e sottoporsi ai capriccci di Nettuno, un modus pensandi di questo genere potrebbe andar bene. Si tratta di ostacoli inevitabili che chi fa il mestiere non può che dare per noti. Se ne avesse timore, non avrebbe di che campare. Diverso è il caso di chi si mette nel commercio, soprattutto per mare.

A tutti i rischi di cui sopra si iniziano ad aggiungere l’investimento, l’andare per acque meno note, il saper vendere e comprare, il saper valutare la merce; tutte cose in cui i Malavoglia non eccellono; tutte cose che aumentano a dismisura il peso del loro fallimento.

Fallire come uomo e fallire come impresa

C’è però un aspetto più grave di tutti gli altri, ed è quello che costituisce il vero e proprio punto di svolta nella storia: il rifiuto di far bancarotta. Non si tratta, a dire il vero, di un vero e proprio fallimento dell’azienda, ma c’è un momento in cui si prospetta la possibilità di non ripagare i debiti accumulati, rimanendo puliti davanti alla legge e senza perdere i pochi beni che rimanevano ai nostri, perché di proprieta della Longa, la moglie del fu Bastianazzo, e non del marito (che era quello che si era impegnato nel debito).

I Malavoglia però tengono più alla loro reputazione di galantuomini (che pure si guasterà di lì a poco) che al sopravvivere; il tutto per non essere in debito con un usuraio che avrebbe comunque di che campare e che probabilmente già li aveva truffati con una partita di lupini avariati.

Checché se ne possa pensare, l’istituto della bancarotta è una delle cose che tengono in piedi il mondo dell’imprenditoria, e lo stesso si può dire per buona parte della finanza. Essa si comporta come un anno giubilare, o l’abolizione della schiavitù per debiti di Solone: azzera ogni cosa e permette di ripartire da capo. Per quanto a volte possa essere usata in modo fraudolento, è l’unico vero scudo dell’imprenditore contro le disgrazie, tanto che lo può essere anche per lo Stato nei momenti di massima crisi, a meno che esso non si costringa a sottostare a vincoli assurdi quanto la rispettabilità dei Malavoglia.

Negarsi questa possibilità significa mettere a rischio molto di più di qualche salario di dipendente e guadagno di fornitore. Ancora, il rischio che si prende l’investitore è proprio quello di scommettere sull’impresa contro le disgrazie; se essa fallisce, questo fa parte dei giochi, per quanto possa sembrare crudele.

La vera ricchezza del piccolo imprenditore non sta tanto nel suo denaro, ma nella capacità di fare il suo mestiere ed adempiere alla missione che si è prefisso, orientandosi nella porzione di giungla che si è scelto. Se questa ricchezza viene posta a dover ripagare debiti contratti per disgrazia, non può fruttare altrove, cosa che succede precisamente ai Malavoglia, che alla fine sono costretti a dare via pure la barca, lo strumento del loro lavoro.

Un’etica dell’impresa

La questione, a questo punto non è tanto di un errore pratico, quanto etico. La scelta di padron Ntoni è di preferire l’onore della famiglia al suo stare bene, ed è una scelta comprensibile ma ingenua. Le scelte morali possono essere motivate dall’immagine, ma questo non le rende sane e neanche in grado di camminare sulle proprie gambe. Se poi dall’altra parte della bilancia si pone la responsabilità, quale dovrebbe essere il piatto vincente dovrebbe esser chiaro fin da subito. Ciononostante si prende la strada opposta e le decisioni cattive a volte hanno conseguenze peggiori delle cattive decisioni.

La brutta strada che prende Ntoni è una di queste, ed è il frutto di un tentativo frustrato di risollevare a tutti i costi le sorti della famiglia. Le uniche prospettive che ha sono ricomprare la casa e la barca; poi ci sono da maritare le sorelle, ed è tutto un lavorare a vuoto, sempre per il piacere di altri e per una reputazione che già è ampiamente persa. Che può andare peggio? Persino il tentativo di far fortuna in città è andato a vuoto. Che giova spaccarsi la schiena senza nessun guadagno, senza nessun bene personale?

Si dirà che l’etica ci insegna a spenderci senza un ritorno; ma questo è proprio quello che etico non è. Anche il sacrificio personale ha sempre uno scopo; se lo scopo della morale è rendere un uomo buono, non esiste un uomo peggiore del nichilista vano e senza scopo. Non basta far le cose giuste, occore darci l’anima; e non si può dar l’anima se non è vantaggioso. I vantaggi sono molti, ma bisogna guardarsi dal diventare dei farisei che agiscono per essere ammirati, perché essi hanno già ricevuto la loro ricompensa.

Qui sorge una riflessione: leggendo I Malavoglia si può notare che si trovano parecchie volte citate le anime del Purgatorio, ma non si parla delle beatitudini del Paradiso e la dannazione dell’Inferno. Può sembrare non rilevante, ma questo tradisce quella che è la mentalità del romanzo, che in effetti si prospetta come un continuo soffrire per un bene che verrà e per riparare ai propri errori, che è un po’ la concezione semplificata e popolare proprio del Purgatorio. Una mentalità che non può che portare alla rovina.

Qual è allora la giusta etica di un’impresa? Quale la giusta etica del lavoro? La moderna teoria dell’impresa assegna ad ogni azienda una missione, uno scopo ideale a cui tendere. Qual era lo scopo dei Malavoglia? Mantenere la loro posizione di cittadini rispettabili all’interno di Aci Trezza e magari metter da parte qualche soldo. Si tratta di un’ottica di sopravvivenza sociale che è molto lontana da tutto ciò che è buono e giusto. La mediocrità è il peggior nemico della morale, e ha delle conseguenze reali e tutt’altro che leggere.

Se l’affare dei lupini fosse stato fatto con uno scopo più alto, il debito avrebbe avuto molto meno peso. Un uomo che tende all’eroismo può permettersi di non dover redimere continuamente il proprio passato, o di non dover fuggire da esso. Un uomo con un ideale sa di essere peccatore; dunque si adegua per puntare al fare il meglio, non a riequilibrare la partita. Così deve essere per l’impresa. Non basta essere in pari, occorre aver sempre chiara la missione; occorre puntarla e farne la propria stella polare attorno a cui far ruotare le proprie scelte. Ed occorre anche che questa missione sia davvero degna di essere inseguita e di diventare cardine della vita, oppure non si saprà neanche fallire.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.