La distopia è uno dei generi più popolari di questi tempi. Questa predilezione riflette una fiducia nelle istituzioni che, in modo più o meno giustificato, si va sempre più assottigliando, ed anche una perdita di speranza nel futuro che continua a crescere. Oltre a ciò, è sempre più comune il paragonare il presente a varie distopie in modo non sempre opportuno.

Una realtà immediata

Questo in realtà non fa che mettere in luce gli estremi limiti del genere. Va notato che questi limiti sono presenti fin dallo scopo che esso si prefigura. La distopia non nasce per descrivere un futuro più o meno probabile, ma per portare all’estremo dei problemi del presente. Che si tratti di uno dei primi tentativi di dimostrare i limiti della scienza come in Verne o Salgari, o di questioni maggiormente legate alla politica come in Orwell ed Huxley, l’obiettivo resta di stigmatizzare una cosa presente mostrandone le conseguenze. Il distopista, di conseguenza, è estremamente calato nella sua contemporaneità e parla prima di tutto ai suoi contemporane, il che rende molto difficile ai suoi lavori di sopravvivere alla prova del tempo. Oltretutto siamo in un mondo che cambia sempre più rapidamente, soprattutto nella sua apparenza esteriore, il che rende particolarmente più difficile identificare qualcosa che possa durare tanto da produrre effetti negativi. Ancora di più, è difficile che gli aspetti che vengono portati e stigmatizzati siano anche solo ancora vivi.

Un problema di forma

Questo ci conduce ad un secondo punto: la distopia identifica molto di frequente una questione esteriore e formale che è la causa di una qualche forma di decadenza e distruzione. Ora, già per una ragione narrativa, la ragione profonda di questa forma, la sua sostanza, non può essere nota, almeno da principio al protagonista. Magari qualcuno ha conservato i segreti del mondo di prima, ma chiaramente non può apparire da principio. Questo toglie una grandissima quantità di spazio all’approfondire la sostanza del cambiamento, che a volte proprio non esiste. Uno dei problemi più gravi dell’idea dietro molta distopia è che il potere abbia trovato o inventato un qualche meccanismo per condizionare il popolo. Lo scopo per cui dovrebbe farlo però resta per lo più ignoto, o ridotto ad un’idea di mantenimento del potere stesso, il che è quantomeno ridicolo. Il potere serve sempre a fare qualcosa, o non avrebbe neanche questo nome; d’altra parte se non avesse uno scopo preciso, una direzione precisa a cui puntare, un ideale strutturato a cui tendere il tutto collasserebbe. L’uomo ha bisogno di un mito o di una fede, altrimenti la sua unica soluzione è il suicidio, o il lasciarsi morire; il leader di una distopia, sottoposto al peso e allo stress del poter fare, più di tutti.

La mancanza di una soluzione

La questione ideologica è affrontata quasi sempre in un modo estremamente superficiale e questo per i problemi che abbiamo già affrontato. Il distopista è interessato a criticare qualcosa del suo presente, non del futuro. Quello che vuol fare è lanciare un monito: se si fanno le cose in un certo modo si finisce in una certa distopia. Criticare un modo di agire, ovvero una forma, è criticare solo il futuro e proporre una soluzione pratica, ovvero il non fare una determinata cosa. Il monito del distopista è “per adesso sembra funzionare, ma col tempo…”. E quel “col tempo” porta inevitabilmente ad una devastazione e distruzione molto più grandi dell’uomo, quasi non fosse stato l’uomo a crearle. A seconda dei casi, la distopia deve essere vista come un oracolo o come una profezia. La soluzione è ora, non quando gli eventi previsti si saranno verificati. Ma in verità, a dirla tutta, non esiste neanche in questo momento un vero modo di impedirla. Il distopista non è troppo diverso da Giona che, quando Ninive non fu distrutta per la sua penitenza, si infuriò perché non venne la punizione divina. Per questo non offre nessuna risposta radicale al male del suo tempo, fino a non arrivare ad analizzarne le ragioni profonde. Forse la sua distopia è un po’ la sua creatura, e ci si è un tantino troppo affezionato.

Un’idealizzazione del passato

Occorre però una qualche forma di ideale con cui rispondere all’anti-ideale proiettato nel futuro. La soluzione più banale è ovviamente rifugiarsi nel passato. Ma alla distopia non basta un passato reale per essere controbilanciata, occorre un passato utopico. Ed è qui che il distopista solitamente tocca il punto più basso della sua creazione. Esiste qualcosa di più banale della parola amore? Eppure è l’unica reale soluzione che Orwell propone alla sua distopia. Un amore tralaltro tremendamente indefinito e fragile, romantico nell’accezione più mielosa e ridicola del termine; un amore da operetta, per nulla approfondito, né reso oltre la sua irrazionalità.

In The Giver la soluzione sarebbero le emozioni ed il ricordo del passato. Se è davvero necessario commentare questa somma banalità, mi limiterò a notare che tutto questo descrive esattamente la questione dei limiti della distopia stessa. Chiunque sappia appena come funziona una qualsiasi forma di manipolazione, saprà che le emozioni sono il materiale primario del manipolatore e del retore, molto più di quelli che vengono definiti come sentimenti, che sarebbero meno intensi e di durata inferiore.

Per Ray Bradbury la soluzione sarebbero i libri; senza andare a valutare quanto la lettura sia sopravvalutata, basterebbe notare a quante porcherie il mercato dell’editoria lasci pubblicare, cosa già dei tempi di Fahrenheit 451, ed in realtà di molto prima.

La necessità di una contaminazione

Qual è allora la risposta ai tentativi di potere, burocrazia e tecnica di arrivare a determinare le nostre vite? Forse sarebbe opportuno osservare perché, nonostante la cosa fosse salutata come prossima ventura fin dalla fine del 1800, non si è verificato un tale avvenimento. La risposta più semplice è che la distopia non funziona, e non perché i suoi mezzi siano insufficienti, ma perché lo è la sua ideologia. Persino nella realtà distopica più riuscita, ovvero l’Unione Sovietica, le premesse leniniste sono riuscite ad andare avanti solo 9 anni; poi il sistema è dovuto cambiare totalmente, rinunciando ad un buon numero di punti ideologici che prima apparivano irrinunciabili. Da lì in poi le riforme sono state parecchie e tutte necessarie per la sopravvivenza stessa dell’Unione.

Se prendiamo il nazismo come esempio, basta conoscerlo appena per capire che fu in breve tempo la causa della sua stessa rovina. L’espansionismo folle, basato su di una teoria della razza ormai confusa e sconfessata da decenni dall’accademia, era parte integrante della sua natura, e fu ciò che lo frantumò.

Il fatto è che l’ideologia nasce sempre zoppa; il suo vero problema non è che è malvagia, ma che è incompleta e pretende di non esserlo. Il male del demonio, zoppo a sua volta, è nel suo volersi sostituire a Dio, non nel suo esserne diverso.

Il problema è che la distopia non smette di credere all’ideologia. La vede come un Ahriman pari a sé che deve in qualche modo contrastare. La distopia è essa stessa zoppa, perché pretende esista un mondo in cui l’ideologia possa funzionare immutata per un tempo indefinito. Si tratta di un limite colossale perché mina totalmente il realismo e la sospensione dell’incredulità, e spesso anche l’immedesimazione con il protagonista.

L’unico modo che la distopia ha per poter uscire dall’impasse è rinunciare alla sua pretesa di descrivere completamente una realtà anche solo immaginaria. Le occorre aiuto e deve andarlo a pescare da generi che hanno molta meno pretesa di nobiltà. La mia scelta personale è stata l’azione e l’avventura, ma anche il thriller e il poliziesco possono funzionare molto bene. L’importante è che il contraltare dell’ideologia non sia mediocre. Persino la banalità di una resistenza segreta la rende più plausibile rispetto a vederla come dominante il mondo intero. L’uomo sarà sempre di più dell’organizzazione che si impone, e cede ad essa solo per convenienza.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.