C’era una volta il puritano. Il puritano era talmente religioso da essere convinto che il piacere fosse il male fino ad arrivare a proibire il festeggiamento del Natale. Sono passati i secoli e la religione è passata di moda, ma il puritanesimo no e continua a bacchettarci, ogni volta in una nuova forma.

Le ragioni storiche dei bacchettoni non sono così incomprensibili, sia chiaro. L’opulenza quattrocentesca e cinquecentesca pareva poco adatta alla morigerata vita che dovrebbe fare un cristiano. Questo indusse anche i cattolici, che di per sé reagivano all’eccesso di stoica rigidità calvinista, ad assorbirne alcune idee. L’edonofobia ha radici antiche, ma ha preso la maggior parte della sua forza dal 1600, travolgendo l’intero secolo. Certo, finiamo sempre con lo studiare i libertini che si opposero ai moralisti, ma erano una ridicola minoranza, e hanno influenzato minimanente il nostro pensiero, che invece pende dalle labbra dell’ipocrisia vittoriana. D’altra parte una delle principali accuse della Riforma al Medioevo era quella di essere stato troppo permissivo e allegro.

Non è sorprendente quindi che Blaise Pascal tremasse di fronte al divertissement. Non diversamente da Cromwell, anche se in modo decisamente più profondo ed elaborato, vedeva il divertimento come una pericolosa distrazione da Dio e dal bene, un autoinganno che impediva di essere seri e determinati nel proprio percorso morale. Da allora è come se ci fosse un assedio costante all’idea di evasione culminato col vittorianesimo.

In barba a Qoelet (“Non c’è cosa buona per l’uomo se non mangiare, bere e godere”) e alle stesse regole della civiltà, si è preferito demonizzare per intero il divertimento piuttosto che capire quale e quando è lecito e quale no. Anzi, per rendere lecito il piacere lo si è dovuto ridurre a necessario, quasi fosse l’unico modo per non impazzire. Tanto per fare un esempio, uno degli slogan un po’ sciocchi della liberazione sessuale era definire represso e malato mentale chi non seguiva semplicemente i suoi istinti, ignorando le conseguenze.

Si potrebbe discutere su quanto questo puritanesimo senza religione abbia portato esimi accademici a ignorare completamente delle grandi opere di letteratura, ma mi riservo per questo un altro articolo. Arriviamo invece ai giorni nostri. Oggi molti pensano che siamo in un periodo estremamente edonista; se fosse vero ci si aspetterebbe per lo meno di vedere persone allegre quando si va in giro per le nostre strade, ed è palese che le cose vanno piuttosto in direzione contraria.

“Eh perché il piacere non è davvero quello che soddisfa” dirà il puritano, lisciandosi i suoi favoriti che non ha più perché non vanno più di moda, e godendosi il piacere del rompere i maroni agli altri. Sarà, ma il bacchettone è davvero soddisfatto? O si accontenta di essere migliore degli altri? E soprattutto, l’uomo triste e insoddisfatto del nostro tempo sta sperimentando dei veri piaceri?

D’altra parte non si capisce perché un prigioniero non dovrebbe tentare di evadere, ci ricorda Tolkien, piuttosto che restarsene a considerare shopenauerianamente la malvagità del mondo. Se Sartre invece di percepire e basta il sasso de La Nausea avesse provato a farlo rimbalzare sulla superficie del fiume, ne avrebbe tirato fuori un romanzo ed una filosofia migliore. Ma a quanto pare solo gli sciocchi sono felici e il rincorrere la tristezza è ciò che ci rende intelligenti. A questo punto sarebbe davvero meglio essere una pecora di un pastore errante dell’Asia. In ogni caso l’intelligente non può fare a meno di avere la premura di toglierci dalla nostra dotta ignoranza. Ha cominciato intristendo la filosofia ed ora sta arrivando di gran carriera a intristire anche l’intrattenimento.

Infatti, dopo averlo condannato come immorale per secoli, si è reso conto che la gente continuava a divertircisi lo stesso ed è passato alla fase successiva: renderlo più grigio. Se per Lucrezio doveva essere il miele sul bordo della tazza di medicina amara, il bacchettone post moderno ha iniziato a chiedersi se era davvero necessario mettere tutto quel miele per far bere una medicina. Magari ne basta di meno, o ancora basta qualcosa che ci somiglia e costa meno; già la medicina ha il suo costo…

La cosa si sta facendo sempre più palese nelle ultime produzioni cinematografiche occidentali. Non si tratta solo di un’incapacità di scrivere, di cui abbiamo già parlato più volte, ma di una mancanza di volontà di farlo. I personaggi mal descritti, i dialoghi innaturali e sciocchi, le vicende poco credibili sono frutto, tra le altre cose, di una mancanza di impegno.

Ci sono molte ragioni, sia chiaro, dietro a tutto questo. Una di queste è che pare sia sempre più necessario far passare il miele tramite la CGI (che però si sta impoverendo a sua volta), una seconda è la necessità di buttar fuori una grande quantità di prodotti per riempire le piattaforme di streaming. Ma la principale è che conta molto di più il messaggio che si vuole far passare piuttosto che il suo contenitore. Lasciando da parte la questione della qualità del contenuto, questo fatto non può che portare ad un notevole impoverimento artistico. Eco ci ricorda che esistono diversi livelli di interpretazione di un’opera e che ciò che essa comunica non è esattamente sovrapponibile a quello che l’autore voleva comunicasse. Per questo l’Iliade è ancora interessante e uno spot pubblicitario supera raramente i pochi mesi.

D’altra parte se si dovesse spogliare un’opera di tutto tranne che del suo messaggio, più o meno buono, non saremmo nel campo dell’arte, ma della divulgazione. Sia chiaro, non discriminerò nessuno per il desiderio di vedere due ore di Alberto Angela che spiega che She-Hulk è una donna forte, ma preferirei decisamente vederlo rappresentato.

Ciò che sfugge qui è che le medicine curano, ma non nutrono e che il miele nutre e ha anche proprietà curative. Il piacere è uno degli scopi fondamentali della letteratura perché ha qualcosa di suo da dire, ha una verità da cui non è distrazione, ma anzi indicazione. Tutte le cose portano scritto più in là diceva Montale e più una cosa è bella e piacevole più lo ha vergato chiaramente. Per questo è estremamente necessario che custodiamo con cura ed educhiamo il nostro gusto, che è il modo personale di percepire la bellezza ed il piacere. Più che il gatekeeping sulle opere che ci sono care è necessario farlo su noi stessi; educarci al piacere astenendoci dai paiceri da poco, insoddisfacenti e volgari, non lasciandoci neanche sfiorare da uno di essi.

Noi edonisti, noi esteti, noi che cerchiamo il Sommo Piacer vediamo di non accontentarci di cose da poco per riempire una serata. Evadiamo bene, non fingiamo di farlo per tirare avanti un altro giorno nella nostra prigione di dispiaceri e mediocrità quotidiani. Se abbiamo bisogno di una medicina, cerchiamone una opportunamente melata, o godiamoci il miele stesso.

7 Va’, mangia il tuo pane con gioia, e bevi il tuo vino con cuore allegro, perché Dio ha già gradito le tue opere. 8 Siano le tue vesti bianche in ogni tempo, e l’olio non manchi mai sul tuo capo. 9 Godi la vita con la moglie che ami, per tutti i giorni della vita della tua vanità, che Dio ti ha data sotto il sole per tutto il tempo della tua vanità; poiché questa è la tua parte nella vita, in mezzo a tutta la fatica che sostieni sotto il sole. 10 Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze; poiché nel soggiorno dei morti dove vai, non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza.

Qoelet, Capitolo 9

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.