All’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Francesco di Castro, Conte di Castro, Duca di Taurisano, Commendator de Hornacos, del consiglio della Maestà Catolica, e suo ambasciatore in Roma.

Io confesso di non avere altro merito, né altro adito alla persona di V. E. se non quello che può meritare, ed impetrarmi un incomparabile affetto d’osservanza e di riverenza che le porto, e l’esser, per natura e per l’abito di Cavalier di Cristo, vasallo e suddito della Maestà Cattolica, da V. E. rappresentata in questa insigne ambasciata, con notabile splendore e dignità. Onde altri potrebbe ascrivermi almeno a soverchio ardire, se non a manifesta temerarità, che io venga ora alla sua presenza, e per esprimerle in qualche parte la devorissima mia volontà, non dubiti di offerirle dono così diseguale alla sua grandezza, come è il presente mio libro dell’Armata Navale.

Con tutto ciò ha Dio arricchita V. E. di tante prerogative, e l’eroiche virtù che in lei rilucono sono tali, che qualunque le mira, e non solo invitato, ma da secreta violenza si sente anco quasi dolcemente in un certo modo sforzato, non tanto a dedicarle in perpetuo l’affetto, ed i pensieri dell’animo, quanto ad onorarla con ogni estrinseca dimostrazione. Perciò non pure non credo di riportare biasimo, come troppo ardito, ma quello che averebbe potuto parere in me presonzione confido che appresso sinceri giudici sia per acquistarmi nome di riverenza.

Supplico dunque l’Eccellenza Vostra a degnarsi di gradire il testimonio che io le faccio dell’umil mia servitù, ricevendo lietamente questa opera; la quale, oltra alle sudette ragioni, ho particolarmente eletto di dedicare al suo glorioso nome, accioché, essendo appoggiata dalla protezione di personaggio così grande per nascimento, per valor d’ingegno e per auttorità, come è V. Eccellenza, resti più sicura dalle offese dei detrattori; stimando che all’Eccellentissimaa sua persona, quando conforme all’eminenza del suo valore, venga dalla Maestà Cattolica deputata all’amministrazione de suoi regni, sia per riuscire forse a qualche tempo non discaro l’avere in questo picciol volume brevemente e distintamente raccolti alcuni discorsi di cose di Mare, per le frequenti occasioni che potranno offerirsele di trattarne. La qual cosa, quando mi succeda, mi reputarò d’avere intieramente conseguito il fine che mi sono principalmente proposto, che non è se non di mostrarmi a V. E. devoto e non affatto inutile servitore.

E qui pregando Dio che felicissima la conservi, le bacio umilmente le mani.

Di Roma alli 11 di Genaro 1614

Di V. S. Illustrissima ed Eccellentissima

Umilissimo e devotissimo servitore

Il Cavalliero Pantero Pantera

Del signor Gieronimo Moriccuci

Ben nel vasto Ocean gl’ondosi campi,
Come debba solcar legni spalmati,
Tu scrivi, e come infra guerrieri armati
Fiamma di Marte in mezo all’onde avampi.

Ma più dell’opre tue co i chiari lampi
Mostri, come da spirti alti, e pregiati,
E da nobil desio tutti infiammati
Il sentier di virtù d’orme si stampi,

E come de la vita il mar solcarsi;
E perché dall’oblio non resti absorto
Com’altri debba di valore armarsi:

E da fido splendor guidato e scorto,
Come poss afelice al fin recarsi
D’onore a riva, e de la gloria in porto.

Del signor Antonio Beni da San Severino

Pantera, in quale scola alto apprendesti
Solcar del vasto Egeo gl’instabil regni?
Come vincer si ben dell’onde i sdegni,
E d’Eolo raffrenar l’ira vedesti?

Ben vegg’io, tu dal Ciel la penna avesti
Onde si dottamente ad altri insegni
Reggere, armare i torreggianti legni,
E di qual’arme in mar guerrier si vesti.

Ecco nel suo gran regno armato il Trace,
Ch’ammira il tuo valor, paventa l’arte,
Se la spada, o la penna adopri audace,

E rimirando el tue eccelse carte,
T’appella il mondo in cruda guerra, ee in pace
Dedalo, Tifi, e glorioso Marte.

Del signor Cavallier Giulio Cesare Buttifanghi

Pugnar solcando in varie forme i campi
Dell’ampio mar, con sì mirabil arte
N’additan le tue dotte, illustri carte,
C’hai già di gloria introno ardenti lampi.

Ond’Argo avien ch’or feli, or Tifi avampi,
Rimirando lor pomper a terra sparte,
Ma ne gioiscon poi Minerva e Marte,
Sì bei vestigi a’ lor teatri stampi.

Penna felice, or qual nemica schiera
Fia, tua mercé, ch’a noi sicuro il varco
Non apra, e ceda della pugna il vanto?

Così stellata in ciel nobil Pantera
Scorgo all’Orsa, e a nettun (felice incarco)
All’un toglier lo scettro, all’altra il manto.

Del signor Pietro Di Giovanni

Queste, o gran re dell’onde, altere carte,
Onde con puro, e regolato inchiostro,
Spiega raro scrittor del secol nostro
Come ne i campi tuoi guerreggi Marte,

Come esser possan dissipate, e sparte
L’armi, e domo il furor del Tracio mostro;
Qual la natura sia di Borea e d’Ostro
E ciò che in tanto sen può senno, ed arte.

L’antica emula tua di pace in segno,
A te dona,e consacra, a te cui solo
Deesi in carte ritratto il proprio regno.

Or tu l’accogli e dall’instabil suolo
Manda sirena omai, ch’altiero e degno
Canti il suo nome all’un e all’altro polo.

Libro Primo

Capitolo I
Del mare e come si divida

Parrebbe quest’opera un corpo senza capo, se, dovendo io trattar in essa delle armate, della navigazione e delle cose che si deveno far nel mare, non dicessi del mare al meno quello che può servire all’intenzione della medesima opera, poiché ‘l ragionar della grandezza, e profondità, del flusso e reglusso suo, della salsedine, delle procelle, degl’animali che prduce e nutrisce, del dominio che ci hanno i venti, delle delizie e furori e di molte sue meravigliose qualità eccederebbe le forze dell’ingegno mio, e non averebbe proporzione con questo picciolo volume. Però, lasciando agl’Idrografi il peso di parlar più distintamente del sito, della divisione e delle misure sue, ed a’ Filosofi la cura di specular la natura, le occulte qualità, e le cause degli effetti suoi, dirà solamente in universale che cosa sia il mare, secondo l’opinione d’alcuni Filosofi, e mostrarò succintamente come si divida. Hanno tenuto alcuni di loro più approvati da Aristotele (come egli medesimo accenna nella Meteora) che, essendo circondato la terra dall’acqua, una parte di quell’umore si sia convertita in vapori col calor solarre, dei quali siano generati gli spiriti per le conversioni del Sole e della Luna, e che ‘l resto sa il mare che vediamo, il quale (continuandosi il medesimo calore) si vada tuttavia scemando tanto, che al fine sia per seccarsi totalmente. Alcuni hanno creduto che ‘l mare non fosse altro che un sudore della terra riscaldata dal Sole, e che per questo fosse salso come ogn’altro sudore. Platone disse, che nel mezo della terra era una grandissima massa d’acqua, da lui chiamata Tartaro, dal quale avessero avuto origine, non solo i fonti ed i fiumi, ma l’istesso mare ancora. Alcuni altri hanno dette altre cose poco degne di esser riferite, le quali perciò io tralascio, perché, come giudico, apporterebbero più tosto noia che gusto al lettore; sapendo noi per cosaa certa che ‘l mare è stato creato di niente per la mano di Dio, e che, se bene da principio copriva da ogni parte la terra, tuttavia dapoi per commandamento del suo Creatore (che così volse per servizio e beneficio dell’uomo) si ristrinse in minor luoco, come lo vediamo,e fu dall’istesso Dio chiamato mare.

Veniamo ora al sito suo e dividiamolo. Alcuni vogliono che ‘l mare sia più alto della terra; altri all’incontro che la terra sia più alta della terra, della qual controversia lasciando la risoluzione a i più savii ed intendenti, tengo io, secondoo la mia capacità, che della terra, e dell’acqua si faccia un globo solo, simile, dirò così, ad una palla di pietra mischia, dove, se bene appariscono e monti e valli, non però vi si altera punto la forma sferica.

Il mare si divide in cinque parti principali, cioè: nell’Oceano, nel Mediterraneo, nel Rosso, nel Persico e nel Caspio L’oceano, che vince tutti gl’altri di grandezza e che perciò si chiama il padre de i mari, abbraccia tutta la terra, cominciando dallo stretto di Zibelterra, detto da gl’antichi le colonne D’Ercole, e diffondendosi verso l’Occidente circonda tutto il mondo nuovo, diviso in due gandissime pinisole, e lo separa dall’altra parte opposta all’Austro, entrando nello stretto che si chiama di Magaglianes. Della parte che risguarda il Settentrione (per non si essere scoperta tutta intieramente) non si possono assegnare particolari confini.

Voltandosi poi verso il mezo giorno, circonda l’Africa, e la separa totalmente dall’istessa terra Australe al capo di Buona Speranza; indi scorrendo poi verso l’oriente, abbraccia tutta l’Asia, sinché, piegando di nuovo verso il Settentrione, tocca i più freddi paese dell’Europa e finalmente si va a ricongiungere nell’America. E se bene l’Oceano è un sol mare, nondimeno pigliia diversi nomi, secondo i luochi, o regioni, che bagna; e sì come dall’Occidente si chiama Occidentale, e dall’Oriente Orientale, così dall’Etiopia, dal monte Atlante, dalla Scizia, dalla Britannia, Dalla Germania, e da gl’altri luochi acquista nome d’Etiopico, d’Atlantico, di scitico, di Britannico, di Germanico, e di mano in mano, secondo che si piega ed applica, riceve il nome dal luoco, a canto al quale passa, e di questo basti quanto abbiamo detto sino a qui.

Il Mediterraneo è quello che comincia, dove termina l’Oceano, tra i doi promontorii Abila e Calpe: questo nella Spagna e quello nella Mauritania, chiamati dagli antichi, come si è detto, le Colonne d’Ercole, e si stende verso l’Oriente fin nella Soria, dividendo l’Africa dall’Europa per lunghissimo spazio di camino, nel qual piegando più verso il Settentrione viene a far diversi seni, e golfi. E se bene questo ancora (come abbiamo detto dell’Oceano) è un mar solo, ed una continuazione d’acqua, nondimeno si divide in diversi mari, che pigliano anch’essi il nome dalla diversità de i paesi, per i quali passano, come sono l’Iberico, il Balearico, il Gallico, il Ligustico, il Tirreno, e gli altri, così denominati dalla Spaagna altre volte detta Iberia, dall’isole di Maiorica e di Minorica, dette anticamente Baleari, dalla Gallia, dalla Liguria, dalla Toscana, e dall’altre Provincie che bagnano. Del Mediterraneo sono parti principali l’Adriatico, detto altramente il golfo di Vanezia; l’Egeo, oggi chiamato l’Arcipelago, la Propontide, e l’Eusino, o Ponto, o Mar Maggiore. L’Adriatico fu così detto da Adria, antica città della Marca Trivisana. E chiamato anco mar superiore a differenza del Tirreno, che si chiama inferiore, per esser meno Orientale dell’Adriatico, de i quali mari intese di parlar Virgilio, quando disse in persona d’Enea:

nos si pellat, nihil abfore credunt,

Quin omnem Hesperiam penitus sua sub iuga mittant,

Et mare, quod supra, teneant, quodque alluit, infra.

Oggi, come ho detto, da Venezia, città celeberrima fondata nell’intimo seno di questo mare, è chiamato il Golfo di Venezia, e comprende tutto quel tratto che è tra l’Italia, la Dalmazia e l’Albania. L’Egeo, così nominato, secondo alcuni, da Egeo padre di Teseo e re d’Atene che vi si precipitò, oggidì per la moltitudine dell’isole che visono, tra le quali è la famosa Candia, si chiama l’Arcipelago, e contiene quanto si rinchiude tra l’Europa e l’Asia, dall’isola di Candia fino allo stretto di Sesto e d’Abido, che anticamente si disse Ellesponto da Elle, figliuola d’Atamante, che vi si sommerse, ed ora si chiama lo stretto di Gallipoli, e di qua passando per la Propontide, o mare di Costantinopoli, entra nel mare Eusino, chiamato da’ moderni il mar Nero o Maggiore, alla bocca del quale è l’antica Bisanzio, oggi chiamata Costantinopoli, e l’abitazione del Gran Turco in un picciolo stretto detto già il Bosforo Tracio, per il quale passano continuamente con incredibile piacere di chi vi si trattiene grandi ed innumerevoli vascelli d’ogni sorte, per occasione di mercanzie. Questo mar Maggiore si distende da Costantinopoli verso l’Oriente per grandissimo spazio di paese. Dal mezo giorno ha l’Asia minore; dal Settentrione la Taurica Chersoneso, dalla quale per il Bosforo Cimerio entra nella palude Meotide, oggi chiamata il mar di Zabacche. Polibio vuole che il Ponto, altramente chiamato Eusino e mar Maggiore, abbia di circuito ventiduemillia stadii, che sono duemillia settecento cinquanta miglia, ed otto milia la palude Meotide che fanno mille miglia, la quale stima, chee per le molte secchie che vi si trovano non possa esser navigata da vascelli grossi, come aviene anco in alcuni luochi del mar Maggiore. Nella palude Meotide adduunque finisce il mar Mediterraneo, secondo quelli che attribuiscono l’origine sua all’Oceano; ma, secondo l’opinione d’Aristotele bisogna dire che ‘l Mediterraneo abbia il suo principio nella istessa palude Meotide, la qual si scarica nell’Eusino e per la Propontide manda l’acqua nell’Egeo, dal quale scorrendo dirittamente fino allo stretto di Zibelterra, se ne formi il Mediterraneo, così chiamato perché tra l’Europa e l’Africa entra nell’Oceano, come diremo al suo luoco nel progresso del nostro ragionamento.

Il Mar Rosso è una parte, o più tosto un seno, dell’Oceano tra l’Arabia Felice e l’Africa, del cui nome sono varie opinioni, ch’io non riferisco per non fastidire i lettori. Ma paree che la moaggior parte delli scrittori voglia ch’abbia l’origine dal color dell’istesso mare, che pare rosso a chi lo vede, tenendo gl’antichi che quell’acqua fosse veramente rossa. Ma Giovanni Barrio nell’Istoria dell’Indie scrive che, passandovi alcuni Portoghesi e vedendo che quell’acuq rappresentava il color rosso, per saperne la causa, ne empierono alquanti vasi e, tiratili nelle lor navi, trovorono che era chiara, trasparente e senza alcun colore, onde conclusero che quella rossezza non procedeva dall’acqua, ma dalle arene rosse, o da i coralli che nascono in quel mare in molta abbondanza. Si chiamò questo mare anco seno Arabico dall’Arabia che ne è bagnata in gran parte, ed Eritreo da Eritra, figliolo di Perseo.

Il Mar Persico fu così detto dalla Persia, che esso divide dall’Arabia Felice. Il suo principio è allo stretto vicino all’isolda d’Ormuz. Da i moderni è chiamato il mare di Mesendin. Esso parimente è parte e seno dell’Oceano; ma forse per la grandezza sua ha acquistato nome di mare, come il Rosso.

Ci resta a dire alcuna cosa del quinto mare, che è il Caspio, differente da tutti gl’altri perché comincia e finisce in sé stesso, né si communica con alcun altro mare, come si vede manifestamente, essendo circondato tutto dalla terra, senza aver bocca né esito, né segno alcuno che si derivi da altro principio, sì come gl’altri mari si uniscono, e fanno un sol corpo continuo senza interposizione o separazione alcuna. Di che, se ben gl’antichi hanno dubitato, credendo alcuni di loro (e tra gl’altri Plinio) che ‘l Caspio per meati sotterranei pigliasse principio dall’Oceano Scitico, o dalla palude Meotide, tuttavia, oltra che Tolomeo nella sua Geografia è contraria opinione, ne abbiamo anco sufficiente indicio dalle relazioni di persone degne di fede, che hanno fatto molti viaggi per quei paesi per terra e per mare poco inanzi all’età nostra, a i quali si deve credere più che a i discorsi e alle congietture che hanno dato occasione a questo dubbio, convinto dall’istessa esperienza, e tanto più che, se l’acque del mar Caspio venissero dall’Oceano, o dalla palude Meotide, non sarebbono salate, dovendosi purgare nel lungo camino che sarebbono sforzate a fare per le viscere della terra, come vogliono gli speculativi, che si purghino l’acque salse del mare quando per le medesime vene del corpo terrestre tornano nelle parti montuose e per i fonti escono libere d’ogni salsedine, e massime che l’acque che entrano nel mar Caspio per il concorso de i grossi fiumi che vi si scaricano sono tutte dolci, né per altro vi è causa alcuna di salsedine. Questo mare si chiama Caspio ed Iracano da i monti Caspii ed Ircani che gli sono a canto, ed ancora con più nuovo vocabolo di Bacù, nel qual entrando gran quantità d’acqua dolce, e non derivandosi dall’Oceano né da altro mare (come crediamo) si averebbe a chiamar lago, o palude più tosto che mare; ma per esser salso, forse ha acquistato e conserva questo nome.

Averei in questo luoco a parlar de i porti, come ho parlato de i mari; ma lascio di farlo perché ne è stato scritto da altri diligentemente, ed io non ci potrei aggiunger cosa alcuna di rilievo, che fosse grata a i lettori. Ne parlarò più a basso, quanto conoscerò convenirsi per servizio della nostra Armata.

Capitolo II
Dell’origine dell’arte nautica e dell’armata navale e quanta utilità si cavi dall’una e dall’altra

Non è dubbio che, essendo corrotta la natura ed incostante la condizione delle cose create, tutte le arti hanno avuto incerti e debili principii, e che l’utilità che ne riceve il mondo si deve attribuire all’ingegno umano, come quello che le ha seminate, nutrite e condotte con incomparabile industrie e studio a somma perfezione; tra le quali la nautica, essendo altrotanto nobile e preziosa per le difficoltà che si sono incontrate nel darl eanima e moto, quanto è pericolosa, non meno per la fragilità dell’instrumento con che è esercitata, che per la instabilità del soggetto a cui è appoggiata; è cosa meravvigliosa ch’ella sia stata messa in uso e fatta familiare a gl’uomini, come la vediamo essere a i tempi nostri.

Cominciorono gl’uomini prima con le zattere e con gl’arbori cavari, e poi con picciole e roze barchete a tentare il mare, come abbiamo detto altrove, scostandosi poco dalla terra, e poi di mano in mano si sono tanto allargati con i vascelli amggiori, ed hanno fatto tanta prattica della natura del mare e de i venti, che ne hanno formato con l’aiuto della calamita un’arte perfetta, con la quale, quasi emuli dle sole, sprezzate le procelle ed i pericoli, si sono arrischiati d’andar sino a gl’estremi termini dell’Oriente e dell’Occidente, e non solamente di scorrere e girare il mondo conosciuto, ma anco d’andar cercando nuovi mondi, rendendo facile in questa maniera una delle tre cose che’l sapientissimo Salomone diceva essergli difficile, cioè il camino della nave, mentre solca il mare.

Dell’origine di quest’arte, prima che trattiamo dell’Armata navale, faremo un breve ragionamento, per esser materia curiosa e conveniente al titolo di questo nostro libro. Vuole Diodoro Siculo che Nettuno trovasse l’arte nautica ed ordinasse l’armata, della quale essendo fatto capitano da Saturno, en acquisrasse il titolo di Signor del Mare. Plinio disse che’l Re Eritra cominciò a navigare nel mar Rosso con le zattere trovate in quell’isole, e che dapoi Danao, trovata la nave, passasse con essa dall’Egitto nella Grecia. Alcuni attribuiscono l’invenzion della nave a i popoli di Tiro de i quali scrive Strabone che, essendo molto eccellenti nell’arte nautica, le dessero grande accrescimento. Ma ella acquistà maggior perfezione da diverse sorti di navi, che furono trovate dopo l’invenzione de i Tirii (come si mostrarà altrove) e da molti instrumenti nautici; Oltra che molti altri con diverse altre invenzioni resero la nave più atta alla navigazione. Dedalo trovò l’arbore e l’antenna. Icaro l’uso delle vele, ancorché Diodoro Siculo l’attribuisca a Eolo; i popoli Copi trovorono i reemi, ed i platei le pale de i remi; Tifi il timone; I tirreni l’ancore ed Eupalamo l’ancora di doi uncini.

Aiutò Eolo grandemente il progresso di quest’arte, insegnando come i venti si possono distinguere e conoscere; ma più di tutti gl’altri l’illustrorono i fenicii, mostrando l’osservazione delle stelle, ed il modo di guidare ed indirizzar la nave al suo camino; perilché tengono alcuni che essi fossero i primi che per luoghi remoti ed incogniti navigassero, e da quel tempo in qua le navigazioni si sono sempre guidate con la scorta delle stelle. Ma, tra tutti gl’instrumenti che si sono introdotti per servizio e commodo de i naviganti, utilissimo e perfettissimo è stato il bussolo con la calamita, trovato, come vogliono alcuni, da Fabio d’Amalfi circa trecent’anni sono, col mezo del quale la carta nautica si è fatta tanto giusta e tanto distinta, e la prattica del mare così familiare, che i vascelli possono fare i loro viaggia nco senza l’osservazion delle stelle, come diremo al suo loco.

Hanno molto illustrato quest’arte le meravigliose navigazioni de i Portoghesi e de gli Spagnoli, co ‘l mezo di Cristoforo Colombo, d’Americo Vespucci e di Ferdinando Magaglianes e d’altri valent’uomini. I Portoghesi, avendosi fabricato vascelli atti a mantenersi in una lunga navigazione, furono i primi che, partendosi di Lisbona, e costeggiando l’Africa, si condussero all’isole di Capoverde, anticamente chiamata Esperidi, che sono distanti quatordici gradi dalla linea Equinoziale verso il Polo Artico, e da poi, navigando con lungo circuito verso il capo di Buona Speranza, più distante di tutti gl’altri dell’Africa dalla medesima linea, e lontano da essa trentotto gradi verso il polo antartico, e di là girando verso l’Oriente, andassero fino a i golfi Arabico, e Persico, e penetrando nel mar Indico e di Calecut, passassero in molti altri luochi più intimi dell’Oriente, con gran meraviglia di tutto il mondo, avendo caminato per mare sedici millia miglia sotto altre stelle ed altri climi, e con nuovi instrumenti, e per mari e paesi incogniti, diversi di linguaggi, di costume e di religione, barbari ed inimicissimi de i forastieri, con tanto beneficio de i posteri che con tutte queste difficoltà quella navigazione è divenuta così familiare e così facile che, non si potendo fornire una volta in meno di dieci mesi di tempo, ora con pericolo molto minore si fornisce in sei, essendosi aperta la trada d’andar dal nostro Emisperio, non solo a i golfi Arabico e Persico, a ancora a quelle parti dell’India che furono scoperte dalle vittorie d’Alessandro Magno, le quali inanzi a quei tempi erano tenute inacessibili, o tali almeno, che volendosi andarvi, fosse stato necessario fare il viaggio per terra.

Molto più meravigliosa è stata la navigazione dee gli Spagnoli, cominciata da Cristoforo Colombo Genovese l’anno 1492, il quale, essendo ottimo amrinaro, e molto versato nella prattica de i moti de i ciel e dell’Astrolabio, persuaso anco da un’espertissimo piloto, e da una diligente osservazione ch’egli aveva fatta intorno ad alcuni venti che soffiavano dalla parte dell’Occidente ne i mari di Spagna, aveva concepito certissima speranza di trovar nuovi paesi, perilché, ottenuti tre vascelli da Ferdinando re, e da Isabella regina di Spagna, navigò verso l’Occidente, e dopo trentatre giorni scoperse nell’Oceano alquante isole incognite. Dopo lui Americo Vespucci Fiorentino ed altri hanno scoperte altre isole e porti e paesi in terra ferma senza comparazione maggior di quelli della terra cognita, come ha mostrato il lungo e famoso viaggio della nave Vittoria, che era una delle cinque navi con le quali Ferdinando Magaglianes Portoghese, offertosi all’imperator Carlo V di andare all’isole Molucche per i mari dell’India occidentale senza toccar alcun luoco de i Portoghesi, navigando tra il Ponente e ‘l Mezodì, passato l’equinoziale, giunse in pochi giorni al capo di Santa Maria, e continuando il viaggio alla costa della terra ferma, passato il Tropico del Capricorno in 53 gradi di distanza dall’equinoziale sotto il Polo Antartico, trovò un euripo (che si chiamò poi lo stretto di Magaglianes) e poi un profondissimo pelago, per il quale, navigando verso il vento Maestro, ripassato l’equinoziale, tornò sotto il Polo Artico, ed indirizzatosi verso il Levante, trovò molte isole, e particolarmente le cercate Molucche, e di là, perso il camino per la strada de i Portoghesi, dopo sedici mesi di viaggio da che s’era partito dalle Molucche, tornò in Siviglia, avendo consumato in circondar tutto il mondo tre anni, un mese e dodici giorni.

Le quali navigazioni hanno manifestato l’eccellenza dell’arte nautica e fatto conoscere che gl’antichi non solamente non l’hanno posseduta perfettamente, ma che si sono grandemente ingannati nella cognizione e descrizione della terra e del mare, vedendosi chiaramente che sono state falsissime le opinioni ed i presuppositi de gl’Astrologi e de i Cosmografi, e particolarmente di Tolomeo, tra loro in questa professione eminentissimo, i quali tenevano che non si potesse passar l’equinoziale,, per esser dentro alla zona torrida caldissima per la vicinanza del sole, ed inabitabile (come essi affermavano) e che perciò non si potesse dal nostro emisperio andar ne i paesi sottoposti alla istessa zona, né in quelle che sono verso il Polo Meridionale, come ancora contra l’opinion loro si è trovato, per altre navigazioni de i moderni scopritori, che si può abitar sotto le zone propinque a i Poli, da essi credute inabitabili per l’immoderato freddo (come dicevano) causato dal sito del cielo lontano dal camino del sole, e si è trovato esser vero quello che alcuni de gl’antichi credevano, ed alcuni riprendevano, cioè che sotto i nostri piedi fossero altri abitatori chiamati Antipodi, e negati assolutamente da Lattanzio Firmiano. Per il che l’industria, l’ardire e le fatiche de i Portoghesi, delli Spagnoli e del Colombo non meritano d’esser meno lodate ed esaltate che ‘l valore e l’ingegno de i primi inventori dell’arte nautica, avendola condotta alla somma perfezione, e col mezo di essa fatto venire alla notizia del nostro secolo tante e così rare cose a i nostri progenitori totalmente incognite; e questo basti quanto ad essa arte nautica ed alla navigazione.

Veniamo ora all’armata navale. Ancorché da principio l’arte nautica sia stata trovata ed usata per aiuto e conservazione del commercio umano, acciò che col mezo suo le cose che nascevano in un paese si potessero communicare ad un altro; nondimeno, cominciando gl’uomini ad allontanarsi a poco a poco da i proprii lidi con l’occasione della mercatura scoprirono nuovi paese da i quali, allettati o per la benignità de i climi, o per la fertilità de i terreni, o per le ricchezze de i luochi, o per dominare, o per rapire, applicorno i loro legni fabricati per trasportar le merci a i latrocinii ed a i danni de gl’uomini; ed i primi che lo facessero con l’occasion del trafico furono i Fenicii, i quali, giunti a caso a i lidi della Grecia, poiché ebbero venduto le lor merci, rapirono Io, figliola d’Inaco, re de gl’Argivi; e poi, seguendo il loro esempio, i Carii ed altri popoli, lasciando la mercatura, si misero a corseggiare e, non contenti di questo, andorono anco occupando a poco a poco molte isole e molti luochi della terra ferma, scacciandone i veri signori; onde nacque che, procurando i ladri di levare violentemente la robba a questo ed a quello, e sforzandosi i legitimi possessori di essa di conservarla, ne seguirono contese ed offese dall’una e dall’altra parte, ed a poco a poco vi s’introdusse la guerra maritima, e fu necessario aggiunger l’arte militare alla nautica; perciò che, vedendosi che i primi legni fatti per la navigazione e per trasportar le merci non erano atti alla abttaglia, furono trovate in progresso di tempo molte altre sorti di vasi che, armandosi di soldati e d’altri instrumenti atti ad offendere e difendere, servirono all’una ed all’altra; co ‘l mezo de i quali, crescendo la cupidigia della robba e la forza in mare, i re ed i popoli cominciorono a pensare a i modi non solamente di poter scacciar gl’inimi e difendere i proprii stati, ma ancora di allargare i lor confini; però, conoscendo che la moltitudine de i vascelli, quantunque bene armati, se non fossero stati unidi ed ordinati non averebbono apportato molto giovamento a i lor disegni, trovorono mezi ed instumenti d’uniirli e ridurli quasi in un sol corpo, acciò che si potessero difender meglio, ed offender di più l’inimico; e questa fu l’origine dell’armata navale, la quale non è altro che una ragunanza di vascelli forniti delle cose necessarie alla navigazione ed alla battaglia sotto un supremo capo con particolari leggi ed ordini convenienti al governo ed alla conservazione sua.

Il primo che facesse l’armata, secondo Diodoro Siculo nel citato luoco, fu Nettuno. Plinio vuole che fosse Minos, e che con essa combattesse anco in mare. Tucidide ha la medesima opinione, tenendo ancora che Minos con l’armata vincesse i corsari Fenicii ed i Carii, e che per ciò gli spogliasse delle isole che avevano usurpate e del mare e ne assicurasse la navigazione. Strabone tiene che Minos fosse il primo che avesse imperio nel mare. Ma, lasciando alle persone più oziose di noi la cura di cercare il nome dell’inventore, parlaremo dell’invenzione, la quale ha fatto col tempo così alte radici e progressi così notabili, che le potentissime anzioni si sono messe in arme l’una contra l’a’ltra e con validissimi esserciti navali hanno fatto spaventosa esperienza delle forze loro, combattendo in sieme con spargimento d’infinito sangue per il dominio del mare, anzi, trasportando con le armate da un luoco ad un altro gente guerriera, munizioni, machine e materia per fabricar nuove fortezze in paesi lontani, hanno occupato nella terra ferma le città, e le Province intiere con tanto successo e con tanto applauso de i posteri, che alla conquista dei maggiori imperii del mondo si tiene essere state sempre necessarie le armate maritime; E quei Re e popoli che hanno avuto i membri delli Stati e Regni loro sparsi in diverse parti della terra e divisi e lontani l’uno dall’altro, communicando le forze dell’uno e soccorrendo i puù bisognosi col mezo delle amate, gl’hanno mantenuti uniti e difesi dalle pericolose incursioni ed alcune volte gl’hanno accresciuti con molta lor riputazione, oltra che hanno tenuto vivo il commercio ne i lor paesi, senza il quale gl’imperii non possono durar lungamente. I Medi ed i Persiani col mezo delle armate sono passati in Europa, e non solamente l’hanno infestata, ma ne hanno soggiogato una parte. Hanno anco occupato molte isole, e città dell’Asia nelle riviere della Panfilia, della Soria e dell’Egitto, e molti luochi del mar Mediterraneo. L’armata navale fu il più potente mezo che avessero i Greci per allargare i confini del lor dominio, con la quale, passando nell’Asia e penetrando nell’Egitto, vi fecero maravigliosi acquisti, oltrache con pochissima gente hanno sostenuta l’immensa potenza di Dario e di Serrsee, anzi, hanno liberata la Grecia dalla tirannide de i barbari.

I Cartaginesi, avendo debilissimi principii, allargorono talmente con le armate in terra ed in mare l’imperio loro, che occuporono la maggior parte del mar della Libia e l’istessa Libia, la Sicilia, la Sardigna, e le isole Baleari e del mar di Spagna; con i quali acquisti infestorono poi l’Italia sedici anni sotto Annibale, e misero in gran pericolo la libertà de i Romani, avendo acquistato un imperio non inferiore di potenza a quello de i Greci, e per abondanza emulo del regno di Persia.

I Romani parimente dilatorono e mantennero la lor grandezza, non meno con l’armate navali che con gl’eserciti terrestri, percioché acquistorono la signoria del mar Mediterraneo, di tutte l’isole che vi sono, di tutti i lidi che lo circondano, dell’Africa, dell’Asia, dell’Inghilterra con quella parte dell’Oceano che è tra quell’isola e le colonne d’Ercole e conservorono e difesero i luochi acquistati valorosamente e lungamente. Però, quando Ottaviano e Marco Antonio contendevano insieme della monarchia, considerando l’uno e l’altro che averebbe potuto disporne interamente quello di loro che fosse stato signor del mare, volsero terminar le lor differenze con le armate navali più tosto che con le terrestri; e l’esito lo mostrò chiaramente, percioché Pttavoammp vincitore, abbattuto il concorrente, restò signore assoluto del mare, ed occupò l’imperio Romano; il quale poi e da lui e da i suoi successori fu per lunghissimo tempo conservato e difeso con armate tenute in luochi opportuni e particolarmente per guardia dell’Italia a Miseno, a Brindisi ed a Ravenna; le quali al tempo d’’Adriano (come riferisce Appiano Alessandrino) giungevano al numero di seicento navi, di millecinquecento galee e dd’altritanti navigli minori con grandissimo apparecchi d’instrumenti navali; oltraché vi tenevano per pompa ottanta navi ornate di poppa e di prora d’oro.

I Portoghesi e gli Spagnoli, poi che hanno scoperto l’Indie, l’America, il Brasil e i molti altri paesi che abbiamo accennato di sopra, hanno acquistato e mantenuto con le armate un nuovo mondo, come mantengono tanti altri stati che possedono nel mar Mediterraneo. Per il che si può concludere che sì come l’arte nautica e le armate sono state cagione delle maggiori conquiste che si siano fatte nel mondo, così sono state instrumento della conservazione e difesa di esse, onde si viene a verificar il proverbio Castigliano, il qual dice che un regno che non abbia armata e porto è simile ad un camino che non abbia fuoco.

Capitolo III
Delle qualità de i vascelli che furono usati da gl’antichi

Dovendo io, per servar l’ordine delle materie appartenenti all’intenzione di questo nostro libro, con l’occasione de gl’esempi che vi si allegano, far menzione d’alcune navi antiche, ho pensato dover essere grato ai lettori ch’io tratti prima diffusamente de i vascelli usati da i Romani, da i Greci, da i Cartaginesi e da molte altre anazioni per poter con maggior facilità ragionar poi delle qualita e forme de i vascelli che s’usano oggidì, particolarmente nel mar Mediterraneo. Gl’antichi, aduunque in due sorti di vascelli ristrinsero tutti quelli che usavano per far le armate, cioè nelle navi onerarie, che facevano il viaggio a vela senza l’aiuto de i remi, e nelle navi lunghe, che si governavano con i remi e a vela. Sotto il primo genere (del qual fu inventore Hippio Tirio) si comprendevano tutti i vascelli che servivano per portar la materia mercantile, ed ogn’altra cosa da carico, chiamati con nomi particolari seconod le qualità loro, e secondo che erano applicati, e molti di assi da i luochi dove erano stati messi in uso, overo inventati.

I Grec ebbero le Hippagoge, le quali ernao navi fatte per condur la cavalleria per mare, e furono usate da gl’ateniesi quando fecero l’armata di cento navi per guerreggiar nella Morea, dove trasportorono trecento cavalli in navilii che furono poi detti Hippagoge. Ebbero un’altra sorte di nave oneraria chiamata Gaulo, ch era di legno di gran corpo e molto capace come si legge in Erodoto, dove dice: Confestim quidem duas triremes simulque; cum ipsis ingente Gaulum impleverunt varia, multiplicique praeda. E poco dopoi soggiunge: Ablatoque Gaulo, quem simul duxerunt, reversi sunt in Asiam. La nave frumentaria appresso i Romani era una sorte di vascello che portava il formento, come si legge in Cesare, dove dice: Nocturno tempore non intermisso, comitatu equitu triginta ad mare pervenit, navemque frumentariam conscendit. V’era anco la Vinaria, nella quale si doveva metter il vino senza altro vaso, come s’empiono in Venezia le barche dell’acqua che si porta a vendere per la città, dicendo Ulpiano: Quid deinde, si de nave vinaria, ut sunt multae, in quas vinum infunditur?

Ebbero ancora un’altra sorte di nave oneraria di forma grandissima da Cicerone chiamata Cibea, della qual egli parla nella settima Verrina così: Navem vero Cybeam, maximam, triremis instar, pucherrimam, atque ornatissimam, palam aedificatam sumptu publico, sciente Sicilia, per magistratum senatunque Mamertinum tibi datam, donatamque esse dico. Della qual dapoi nell’istesso luoco soggiunge: Postremo tu tibi numquam criminosum, numquam invidiosum fore putasti, celeberrimo loco aedificari tibi onerariam navem in ea Provincia, quam tu cum imperio obtinebas?

Ebbero ancora un’altra sorte di nave oneraria chiamata Corbita, così detta, coem io credo, dalla gabbia che portava nella cima dell’arbore, che corba era chiamata. Di questa Corbita fa menzione pur Cicerone, così scrivendo ad Attico: Sed putabam, cum Rhegium venissem, fore, ut illhic longam navigationem ingressi, cogitaremus, corbitane patras, an actuariolis ad Leucopetram Tarentinorum, ast inde Corcyram; et, si oneraria, statimne freto, an Syracusis.

Vi fu anco un’altra sorte di nave che chiamarono Paralo, la quale era molto commoda per trasportar i soldati, e ne ragiona Diodoro, quando dice: Venerunt Argivi cum propugnatoribus, qui in nave, Paralo dicta, esse solebant. Le quali navi con tutte le altre che sotto il nome di onerarie o da carico si chiamorono non andavano a remi, ma solo a vela, come chiaramente si vede in Tito Livio, dove, parlando dell’assedio di Tarento, dice che Quinto Fabio Consolo in quella occasione non solo prese le navi che andavano a remi, ma anco le onerarie, ed in un altro luoco che Lucio Quintio, poi che ebbe licenziato Lucio Apustio, a cui succedeva nell’officio, era cgiunto molto tardi a Malea, per aver avuto a remorchiare le navi onerarie cariche di vettovaglie che lo seguitavano: onde si vede che le navi di carico non avevano remi, perché, se gl’avessero avuti, Livio non averebbe fatto quella distinzione nelle navi che assediavano Tarento, né sarebbe stato bisogno che Lucio Quintio le avesse remurchiate, ma averebbe potuto condurle con l’altre a remi senza remurchio e fare il viaggio più presto.

Oltra le navi onerarie che andavano solamente a vela, avevano il faselo, il quale, secondo Strabone ed Appiano Alessandrino era una sorte di nave mista di forma mezana tra l’oneraria e la trireme e poteva andar a vela ed a remi. Le parole d’Appiano sono queste: Octavia insuper fratrem donis prosecuta est, et decem onerarias naves ex fortioribus amplioribuusque; phaselis triremicis immixtis, ab Antonio petitas, illi tradidit.

Il faselo, secondo alcuni, fu trovato da i popoli campani, o come vogliono alcuni altri ebbe origine nella Provincia della Panfilia, in un luoco chiamato Faselide dal qual fu chiamato faselo. Di questo si legge in Virgilio:

Et circum pictis vehitur sua rura phaselis.

E in Catullo:

Phaselus ille quem videtis, hospites;
Aiunt, fuisse navium celerrimus:
Neque ullius natantis impetum trabis
Nequivisse praterire, sive palmulis,
Opus foret volare, sive linteo.

Simile al faselo fu il mioparone, vascello di diversa grandezza, il quale, quanto alla forma, participava della nave oneraria e della trireme, ed era familiare a i corsari, come afferma il medesimo Appiano nel libro della guerra di Mitridate, dove parla dei corsari della Cilicia dicendo così:

Nam patria extorrese, deficiente victu, ob assiduum bellum ad inopiam maximam delati, vice telluris mari fruebantur, myoparonibus in primis, et sescuplis usi, dicrostis postmodum, ac triremibus separati, enavigantes.

Questo ne dice anco Cicerone:

Hic, te Praetore, Heracleo archipyrata cum quattuor myoparonibus parvis ad arbitrium suum navigavit.

E del mioparon grand dice l’istesso Cicerone così:

Milesios navem poposcit, quae eum praesidii causa Myndym prosequeretur: illi statim myoparonem egregium de sua classe ornatum, atque armatum dederunt; hoc presidio Myndum profectus est.

Ed altrove, parlando di questo vascello

Navem quandam pyratarum praeda refertam non ceperunt, sed adduxerunt onere suo plane captam, atque depressam; erat ea navis plena iuventutis formosissimae, plena argenti facti, atque signati multa cum stragula veste.

E poco dapoi soggiunge:

Interea Syracusani homines periti et humani qui non modo ea quae perspicua essente, videre, verum etiam occulta suspicari possent, habebant razionem omnes quotidie pyratarum, qui securi ferirentur, quam multos esse oporteret ex ipso navigio, quod erat factum sex remorum numero conijciebant.

E non molto dapoi, parlando dell’istessa nave, dice:

Haec igitur est gesta res; haec victoria praeclara, myoparone pyratico capto, dux liberatus, symphoniaci Romam missi, formosi et adolescentes et artifices domum abducti.

Onde si cava che ‘l mioparone era un grandissimo vascello.

Sotto il genere delle navi lunghe, o da remo, si comprendevano varie sorti di legni, i quali erano nominati secondo la qualità e la grandezza loro, o dal numero ed ordine de i remi, che portavano ai banchi, o dal nome de i luochi. Percioché, se ben tutte si chiamavano, come si è detto, navi lunghe, che erano le maggiori, erano però di molte specie. V’era la bireme, la trireme, la quadrireme, la quinquireme. Ve n’erano di sei, di sette, d’otto, di nove, di dieci remi per banco, ed oltra queste si legge che se ne siano vedute di dodici, di quindici, di venti, di trenta, di quaranta e di cinquanta. V’erano le navi rostrate, le catafratte, o coperte, le aperte, le attuarie, ch’erano minori delle lunghe, che si chiamavano celoci, cercuiri, acatii, lembi, pistri, scafe, catascopii. I Greci ebbero le samie, da loro dimandate samene. V’erano le piscatorie, le cimbe, le fluviali, minori di tutte e molto piccole; delle quali tutte parleremo succintamente per non esser in uso a i tempi nostri, né riconosciute per i nomi antichi, e cominciaremo dalla bireme.

Era la bireme minore di uttte le navi lunghe, della quale furono inventori gl’Eritrei, secondo Plinio, e fu così chiamata perché si vogava a dori remi per banco. Questa sorte di legno fu anco chiamato nave leggiera per la velocità; il che si vede in Livio dove dice che Marco Valerio Pretore, presidente dell’armata di Brindisi, fu avisato che Filippo aveva tentato d’occupar la città d’Apollonia con centoventi leggiere biremi. Questa fu anco chiamata liburnica, da Liburno, città della Dalmazia, dove erano molto usate come attesta Luciano con queste parole:

Cogitanti mihi in Italiam nave proficisci, parata est navis quaedam levis et expedita ex earum biremium genere, quibus maximae uti videntur Liburni, qui sinum Ionium incolunt.

Queste, per le sudette ragioni, si può giudicar che fossero simili alle picciole galeotte de i nostri tempi di quindici sino in dieceotto banchi l’una.

La trireme era una nave lunga, così chiamata dalli tre remi con che si vogava ad ogni banco, e di questa furono inventori i Corinzi, come si legge in Tucidide, dove afferma che in Corinto furono fabricate le prime triremi che si vedessero nella Grecia. Queste furono molto usate da i Greci, da i Persiani, e da i Medi, e furono anco de i maggiori vascelli da remo che sino dalla prima guerra Punica fossero condotti nelle armate, dicendo Erodoto:

Apparavit autem ducentas triremese, et magnam unam Persarum et aliorum auxiliariorum copiam.

E poco dapoi:

Erant autem mille duceantae sempt numero triremes.

E più oltra:

Triginta autem et quinquaginta remorum naves cercuri et hippagines, et parva praeterea navigia in unum omnia coacta numero ter mille visae sunt.

Onde appare chiaramente che le maggiori navi di tutta questa armata furono le triremi. Il che conferma Polibio, dicendo che, se si vorrà considerare quanta differenza fosse tra le quinqueremi e le triremi usate da i Persiani contra i greci e poi da gl’Ateniesi e da i Lacedemoni fra loro in guerra, si trovarà che non fu mai combattuto in mare con maggiore sforzo. Dalle quali parole si cava che i Greci ed i Persiani non ebbero fino a quel tempo navi lunghe maggiori delle triremi e che le guerre che passarono tra i Romani e i Cartaginesi furono le maggiori che sin a quel tempo si fossero fatte in mare. Perché come racconta l’istesso Tucidide nel proemio, Omero che descrisse la guerra fatta da i Greci a Troia non fa menzione d’altro che di due sorti di legni, cioè dei i Beoti che erano i amggiori e non portavano più che centocinquanta persone per ciascuno e di quelli di Filottete che erano i minori e ne portavano solamente cinquanta tra soldati e vogatori. Nelle guerre navali che successro poi tra i greci e Ciro Re di Persia e Cambise suo figliuolo e nel tempo di Policrate tiranno di Samo ed in quelle che ebbero i Focensi con i Cartaginesi fu lo sforzo dell’armata loro di navigli piccioli armati all’usanza antica, che non portavano più di cinquanta uomini da remo per uno. Nelle guerre che furono poi tra i popoli dell’Isola di Corfù e i tiranni della Sicilia furono adoprate poche triremi, e gl’Ateniesi, mentre che guerreggiarono con gl’Egineti (che fu dopo le sudette guerre) ebbero per lungo tempo la maggior parte dell’armata loro di navigli piccioli parimente di cinquanta uomini da remo con alquante poche triremi.

Aspettandosi nell’istesso tempo in Grecia la venuta de i barbari, Temistocle persuase gl’Ateniesi a far l’armata di legni maggiori, nella quale pochissime furono anco le navi coperte. Ma quando i Greci si opposero a Serse, l’una e l’altra armata fu per la maggior parte di triremi, ed il resto di navigli minori, come abbiamo detto; e queste sino a quel giorno furono le maggior armate che fossero messe in mare tra Greci e Persiani e Medi.

Seguì poi la guerra del Peloponneso tra Greci e Greci, nella quale fu armata laa maggior quantità di legni che per l’adietro si fosse mai messa insieme nella Grecia, ne però si trova che vi fossero maggiori vascelli da remo che le triremi. Queste furono anco usate da i Romani (benché avessero cominciato a fabricare ed armar le quinqueremi) ma non quanto da i Greci, perché i Romani continuorono a far sempre l’armate loro per il più delle quinqueremi come si vede in molti luochi in Polibio, ma particolarmente della prima armata che fecero per che di centoventi vascelli venti solamente furono le triremi, gl’altri furono quinqueremi.

La quadrireme era un’altra nave lunga maggior della trireme, così chiamata per che si guidava a quattro remi per banco, e ne furono inventori i Cartaginesi, secondo Aristotele, come riferisce Plinio. Di uqesta fa menzione Tito Livio dove dice che, volendo venire Annibale in Italia, lasciò per guardia delle riviere di Spagna ventiquattro quinqueremi, due quadriremi, e cinque triremi. Ne fa ancora menzione Aulo Hircio dicendo:

Itaque paucis diebus contra omnium opinionem quadriremes vigintiduas, quinqueremes quinque confecerunt.

Ne parla e la loda anco Cicerone come vascello che, non solo andasse bene a remi e a vela, ma che fosse ancora coperto, dicendo:

Princeps Cleomenes in quadrirmei Centuripina malum erigi, vela fieri, praecidi anchoras imperavit, et simul ut se coeteri sequerentur signum dari iussit. Haec Centuripina navist erat incredibili celeritate velis.

E poco da poi, continuando a parlar dell’istessa quadrireme, dice:

Erat enim sola illa navis constrata et ita magnia ut propugnacul coeteris posset esse.

Le triremi e le quadriremi si può considerar che fossero come le galee di ventiquattro o di venticinque banchi di questi tempi.

La quinquereme fu anch’essa una nave lunga maggior delle sopradette e fu così chiamata perché era vogata da cinque remi per ogni banco. Ne fu inventore, secondo Plinio, Nesittone Salaminio. Di questa sorte di vascelli (come dice Polibio) fu la prima armata che facessro i romani, avendo fatto fabricare cento quinqueremi, le quali furono le prime che si mettessero in mare in Itaalia, e ne fu preso il modello da una quinquereme de i Cartaginesi, la quale, essendosi rotta nel Faro di Messina, venne in poter de i Romani.

Della quinquereme, più che d’ogn’altra sorte di navi lunghe, si servirono sempre i Romani contra i Cartaginesi ed i Cartaginesi contra i Romani. E nella prima guerra Punica, che durò ventiquattro anni continui, fu combattuto una volta tra le altre con più di cinquecento quinqueremi dall’una e dall’altra parte, ed un’altra volta con poco meno di settecento. Le usarono anco i Romani più dell’altre sorti di navi nella seconda guerra punica e contra Filippo e contra Antioco e contra Perseo e nelle guerre civili se ne servirono Cesare e Pompeo e Marco Antonio; onde, essendo state tanto stimate ed usate sì da i Cartaginesi che tennero un gran tempo il principato del mare, come da i Romani che ebbero l’imperio del mondo, mi si porge occasione di andar per congetture investigando di che forme potessero essere, e che simiglianza avessero con le galee che a questi tempi si usano. Lazaro Baisio nel libro che ha fatto De re navali si oppose a quelli che dicevano che una galea di ventiotto banchi fabricata da i Veneziani fosse simile di forma all’antica quinquereme, e fondava le sue ragioni con l’auttorità di Plinio, dove dice che la quinquereme aveva quattrocento uomini da remo; soggiungendo questa stupenda cosa, che, mentre Caio Caligula Imperatore navigava da Astura ad Anzio, gli fu trattenuta la quinquereme sopra la quale egli era, di maniera che non poteva caminar quanto le altre che erano seco con gran meraviglia sua, benché fosse vogata da quattrocento uomini; però desiderando saper la causa di questo impedimento, ordinò che si rivedesse il vascello con ogni diligenza, e si trovò che vi si era attaccato un pesciolino al timone che non lo lasciava scorrere. Però, portando le quinqueremi sino a quattrocento uomini da remo a cinque per banco (dice il Baisio) bisognava che la quinquereme avesse avuto quaranta banchi per ciascun lato, onde veniva ad essere quasi per la terza parte maggiore della galea fabricata da i Veneziani di ventotto banchi.

Hanno detto alcuni altri che la quinquereme portava trecento uomini da remo i quali, computati a ragione di cinque per banco, verrebbono a far la quinquereme di trenta banchi, che sarebbe poco maggiore della galea Veneziana di ventotto; e questa opinione mi pare più verisimile; perché se la quinquereme avesse avuto quaranta banchi sarebbe stata un vaso di sterminata lunghezza, e non essendo proporzionato anco per la larghezzza sarebbe senza dubbio riuscito imperfetto ed inetto per la gravezza. Il che non si va a presupporre in modo alcuno, essendo stata la quinquereme tanto apprezzata ed impiegata nelle più importanti imprese.

Dall’altro canto, se quel vaso fosse stato largo a proporzione della lunghezza, non averebbe potuto esser veloce come era non avendo più che cinque remi per banco, come si vede per esperienza ne i legni che hanno il corpo molto largo, i quali, se non sono aiutati dal gran numero dei i vogatori, hanno tardissimo moto. Però le galee di ventotto e trenta banchi che oggidì s’usano, per aver corpo più largo ed esser più lunghe delle galee ordinarie di ventisei, se non s’armano di più di cinuqe uomini per banco sono più pigre e più lente nel caminare a remi delle ordinarie armate a quattro o cinque. Onde, se la quinquereme avesse avuto i quaranta banchi, a proporzione della lunghezza, sarebbe stata larga circa un terzo di più delle galee di ventotto, e non avendo più che cinque remi per banco, sarebbe necessariamente stata di tardissimo moto, per esser la forza movente de i remiganti in comparazione della grandezza, e grandezza del vaso molto picciola, e poco efficace.

Il che mostrò manifestamente l’esperienza l’anno 1567, quando il Re Catolico fece fabricar in Barcellona una galea di trentasei banchi di sette remi per uno, e con uomo per remo all’usanza antica, la quale riuscì molto grave e pigra e poco atta a caminare a remi di maniera che, se questa ch’era minor della quinquereme di quaranta banchi, sarà stata proporzionata di larghezza (come si deve presupporre) e riuscita poco atta al viaggio, quantunque armata a sette remi per banco, sarebbe stato necessario che la quinquereme ch’era maggiore e non aveva più che cinque remi fosse stata assai più grave e meno agile di quella.

Ma si sa che la quinquereme era velocissima tra tutte le navi lunghe, dicendo Polibio che la Rodiana era tanto veloce che con tutta l’industra dell’armata Romana che assediava Lilibeo, entrava ed usciva liberamente di quel porto senza alcun rischio, ancor che vi passasse molte volte per mezo, se ben finalmente restò presa per l’accidente occorsole alla bocca del porto. Sopra il modello di questa quinquereme i Romani, dopo averne fatto sufficiente esperienza, fabricorono poi quelle che armorono per le loro imprese. Della velocità della quinquereme parla anco Tito Livioin molti luochi, ma più particoarmente quando racconta la battaglia che seguì appresso ad Utica, tra le tre quadriremi dei i Cartaginesi, e la quinquereme de i Romani che rimenava gl’ambasciatori della Repubblica da Cartagine a Scipione; dicendo che le tre quadriremi Cartagines, poi che ebbero scoperto la quinquereme Romana alla punta d’un promontorio, subito si mossero per assaltarla in alto mare, ma non la poterono mai urtar con lo sperone, rendendo essa vani i lor colpi con la sua velocità; da i quali esempi si cava che le quinqueremi furono navi agilissime. Oltra di ciò, se ben la quinquereme allegata dal Baisio aveva quattrocento uomini da remo, non per questo si deve concludere che fosse di quaranta banchi per le sopradette ragioni, poi che, se ben poteva essere che avess quattrocento uomini da remmo, poteva anco essere che trecento solamente fossero quelli che la vogassero ordinariamente, e che gl’altri cento si tenessero per supplire il numero di quelli che per morte o per infermità venissero mancando, o per poter ne i bisogni rinfrescare i più stanchi ed i più debili, o si può dire che vi fossero sempre uomini nuovi che andassero avezzandosi alla fatica del vogare. Le quali cose tutte vediamo usarsi continuamente nelle nostre galee bene armate perché dove si suole vogare con cinque uomini per remo, vi si mette bene spesso il sesto, il quale, se bene è di poco aiuto al remo, si per essere per il più uomo nuovo, come per il sito in che si trova, tuttavia ne i bisogni è di grandissimo giovamento, poiché con questo supplemento si alleggeriscono i più stanchi con fargli mutar luoco e sostituirgli ne i luochi de gl’infermi, e de i convalescenti e de i morti. Il che apporta molto solelvamento e commodità alle galee, per esservi sempre a tutti i bisogni cinque uomini pronti ad ogni remo, il che non aviene quando non si ha altro che ‘l numero preciso di cinque per banco, i quali, se bene sono in effetto tanti, nondimeno avendo a supplir per gl’impotenti, o i morti, o inutili per la stanchezza, molte volte non servono forse per quattro.

Oltra di ciò si deve considerare che ‘l remo vicino alla corsi, per il sito in che si trovava, aveva ad essere alquanto maggior de gl’altri, come riferisce Tucidide essere stato osservato da i Greci del suo tempo, dicendo che i capitani de i vascelli da remo, oltra la mercede publica, riconoscevano con maggior salario i Tramìti, cioè quelli che adopravano i remi amggiori, i quali per consequuenza dovevano anco esser più gravi e più faticosi; per il che si può credere che per servizio del maggior remo tenessero maggior numero d’uomini, acciò che, vogando a vicenda, si venissero sollevando gli stanchi secondo il bisognoi. Per le quali ragioni e congietture mi persuado che la quinquereme non fosse, né potesse forse essere in modo alcuno di quaranta banchi, anzi che con difficoltà arrivasse a ventotto o a trenta; e fosse simile alla forma della galea Veneziana di ventotto, come sono ancora ora ordinarriamente le capitane di squadra, se ben so che è uscita dell’arsenal di quella città alcuna galea sino di trentadue banghi per servizio di alcun Generale, ma ordinariamente non passano ventotto. Fu anco la quinquereme assai più alta della quadrireme, per quanto si può congetturare dalle parole di Tito Livio nel sopra allegato esempio delle tre quadriremi Cartaginesi e della quinquereme Romana, dove dice che le quadriremi non poterono mai ferir la quinquereme con lo sperone, facendo ella riuscir vani i colpi loro con la sua velocità, e poi soggiunge che gl’uomini non potevanno da i più bassi legni saltar armati sopra i più alti, e così fu difesa valorosamente sinché vi furono arme da lanciare. Dalle quali parole si cava chiaramente che la quinquereme era più alta della quadrireme e si deve credere che fosse tale.

Le seremi e le settiremi furono anch’esse navi lunghe così chiamate dalli sei o sette remi che avevano per ogni banco, e ne fu inventore Nesittone. Furono maggiori dell’altre navi lunghe sin a qui descritte per quello che si può congetturare dalle parole di Tito Livio, dove dice che l’armata del Re Antioco fu di trentasette navi di amggior forma delle Romane, essendovi tre di sette e quattro di sei ordini di remi l’una; e poco dapoi soggiunge l’istesso auttore:

Sopra tutte la settireme del Re diede grande spavento a gl’inimici, essendo stata messa al fondo da una molto minor nave de i Romani, la quale era una quadrireme.

La quinquereme bisogna che osse assai minore della sereme e della settireme, il che viene confermato dall’istesso Tito Livio, quando parla dell’altra armata d’Antioco, dicendo che era di ottantanove navigli e navi di gran forma, tra quali erano tre di sei ordini di remi e due di sette. Della sereme fa menzione anco Polibio dicendo:

Posero adunque alla fronte egualmente lontane due seremi, nelle quali erano Marco Antonio e Lucio Manlio, consoli.

Onde essendo queste due le navi pretorie, si viene a confermare che fossero maggiori dell’altre. L’istesso Polibio fa menzione anco della settireme, parlando prima d’Annibale, dicendo ch’egli aveva una settiremen la quale era stata di Pirro, Re de gl’Epiroti, e poco da poi soggiunge

Tra le quali fu presa la nave capitana, la quale poco prima abbiamo detto che era stata del Re Pirro.

Vi furono anco vascelli d’otto, di nove, di diece, d’undidci e di dodici remi, così chiamati dal numero de i remi che avevano per ogni banco, li quali erano grandissimi e maggiori l’uno più dell’altro, secondo il numero de i remi che avevano.

Della quinquereme (come abbiamo detto col testimonio di Plinio) fu inventore Nesittone Salaminio, sì come d’altri vascelli armati a sei, a diece ed a più ordini di remi sonos tati auttori diversi altri valent’uomini da lui nominati, tra i quali fu Alessandro Magno che mise fuori la nave lunga di dodici remi. I quali vascelli si può credere che fossero simili alle galee grosse, o galeazze, che a tempi nostri sono in gran prezzo appresso i Signori Veneziani, anzi, che fossero molto maggiori, essendo tanto copiosi di remi e poco agili e pronti all’officio loro, poiché vediamo che il remo delle galeazze è talmente lungo che per esser ben maneggiato ha bisogno di sette o d’otto vogatori, ed anco di maggior numero, secondo che sono più o meno armate, essendo per la terza parte più lunghe delle galee ordinarie di venticinque banchi, e perciò tarde al moto. Però quando le armate cristiane andorno nel 1571 per combatter la Turchesca, comandarono i Generali della lega che, non potendo le galeazze andare a vela per mancamento di vento, dovessero esser remorchiate dalle galee più leggiere, acciocché non rimanessero a dietro. Ma oggidì, essendosi affinata l’arte e la disciplina sì dle fabricare come dell’armare i vascelli marittimi, si fanno nel meraviglioso arsenale di Venezia da poco tempo in qua galee grosse tanto agili che quantunque non siano inferiori di grandezza all’altre fatte prima nel medesimo arsenale, anzi siano più aggravate d’artigliaria, sono tanto preste e flessibili che forse concorrono con le sottili in velocità; però le navi che erano vogate ad otto, a diece ed a dodici remi per banco, essendo necessario che fossero molto larghe per poter ricevere la numerosa ciurma che ricercava la grandezza loro, dovevano esser maggiori delle galeazze e per conseguenza non potevano esser se non pigre e tarde, come scrive Plutarco essere state quelle che condusse Marc’Antonio nella giornata Aziaca contra Ottavio, il quale, avendo un’armata molto minor di lui, ma molto più agile, ed essendo in punto per combattere quando vide che l’inimico s’era fermato in mare, né si moveva, stette alquanto sospeso, pensando se dovesse affrontarlo o pigliar altro partito. Ma finalmente, conoscendo di poter dispor delle proprie forze come voleva, e ritirarsi, ed andar innanzi, e circondarlo ed offenderlo meglio, gli si fece incontro animosamente, e, tolta in mezo la sua armata, gliela rese inutile e ruppe con la ignominiosa fuga ed ultima ruina del capitano. Onde si vede che dalla sproporzionata grandezza de i vascelli possono i capitani di mare ricevere alcune volte altrotanto danno quanto da gl’altri sinistri accidenti che occorrono nel maneggio del loro officio. Furono fabricati anco altri vasi molto maggiori, tra i quali notabile fu quello di Demetrio, figliolo di Antigono, che fu di quindici ordini di remi, del qual dice Plutarco così:

Antea autem, neque sexdecim ordinum, neque quindecim navem quisquam hominum noverat.

Ne fece tolomeo Filadelfo un’altra di trenta ordini, come riferisce Ateneo con queste parole:

È cosa chiara che Tolomeo Filadelfo avanzò molti Re in ricchezze, mise molto studio ne i superbi addobbamenti e fu superiore anco a tutti gli altri di numero di navi e delle più grandi. Ne aveva due di trenta ordini di remi, una di venti, quattro di tredici, due di dodici, quattordici d’undici, trenta di nove, trentasette di sette, cinque di sei, diecesette di cinque.

Descrive anco Ateneo la meravigliosa nave di quaranta ordini di Remi inventata da Tolomeo Filopatro, la quale è stata la maggiore di tutte le antiche, come fu grandissima quelal che fece fabricar il minor Hierone Siracusano, come afferma l’istesso Ateneo, rappresentando l’una e l’altra con tutte le misure e qualità sue molto particolarmente, e così bene che ho voluto riferir l’istesse parole in questo luoco; perché i lettori conoscano che i legni antichi hanno superato di gran lunga nella forma e nella magnificenza i nostri, e che le tanto stimate galazze, la famosa caraca di Rodi, il gran galeone Veneziano che a pena messo in acqua si affogò del 1559 nel porto, il galeone del Fausto parimente Veneziano, ed il galeone di Portogallo e tutti gl’altri più nominati, sono stati molto minori de gl’antichi, e di minor grido e qualità.

Ora, venendo alla descrizione della prima nave, dice Ateneo così:

Filopatro fabricò una nave di 40 ordini di remi, lunga 280 cubiti, e trentaotto larga da un’entrata all’altra, ed alta 48 dalla parte più bassa fino alla cima, e dalla più alta della poppa fino alla superficie dell’acqua cinquantatré. Portava quattro timoni lunghi trenta cubito l’uno, ed i più lunghi remi di 38, i quali per aver il piombo nel manico erano nelal parte inferiore talmente bilanciati che si potevano maneggiar facilmente. Aveva due prore e due poppe con sette speroni, l’uno dei quali si sporgeva fuori più de gl’altri che erano più corti e più piccoli ed alcuni nel giogo della prora. Aveva 12 cinte intorno lunghe 600 cubiti l’una. Era fattta con mirabil arte e con eccellente proporzione ed ornata meravigliosamente, alla cui poppa e prora si vedevano rappresentati animali non minori di dodici cubiti l’uno, ed in ogni parte era abbellita di vaghe pitture di stucco e daalla parte dove erano i remi fin al fondo era circondata di tirsi e di continui fogliami di edera. Era anco a pieno fornita d’arme compartite per tutto secondo il bisogno de i luochi. Quando fu messa fuori, perché si vedesse come riusciva, vi bisognorono più di 4000 uomini da remo per condurla ed altri 400 tra marinari ed officiali. Ne i castelli della poppa e della prora e dai lati portava 2850 combattenti, oltra quelli ch’erano distribuiti per altri luochi e gran provisione di vettovaglia. Fu messa fuori la prima volta da un certo uomo chiamato Escario, il quale dicono che nel fabricarla vi adoprasse tanta materia, quanta sarebbe abastata per far cinquanta quinqueremi. Quando entrava in mare era accompagnata dal popolo con grande applauso ed a suono di trombe.

Questo dice Ateneo. Ma fu di tardissimo moto, anzi, secondo Plutarco, più tosto inutile, dicendo egli chiaramente nella vita di Demetrio che, essendo questa nave poco differente da gl’edificii e machine immobili, pareva che fosse fatta più tosto per far mostra e per far meravigliar gl’uomini della sua grandezza, che per poter servire come nave a cosa alcuna.

Ora veniamo alla nostra nave di Hierone, al quale è descritta da Tomaso Fasello nell’istoria di Sicilia in questo modo:

Tra tutte l’opere meravigliose che mai si facessero in Siracusa fu la nave di Hierone, di cui non si vide mai in mare né la più bella, né la più grande, né la più adorna, e di questa fa menzione Ateneo nel quinto libro per autorità di Moschione; per fabricare questa nave Hierone fece tagliare nel monte Etna tanti elgnami che sarebbono stati bastanti a fabricar sessanta galee, e fece venir d’Italia e di Spagna tanto rame, tanto ferro, e tante canape e tante altre cose appartenenti a questo edificio, che facilmente ne poteva avanzarre. Architetto di questo legno fu Archia Corinzio, il quale volse trecento uomini che attendessero a disgrossare ed appianare i legni che erano, come si direbbe, proti e capomaestri, ma gl’altri che come servi e manuali lavoravano d’introno di continuo diverse materie non erano mai manco di cinquecento, o poco meno, de i quali tutto il giorno Archia aveva cura.

La metà del lavoro di questa smisurata nave fu fornisto in sei mesi e mezo; nel qual tempo vi si lavorò continuamente intorno; ma dovendosi poi ella varare e mettere in acqua, acciò più comodamente si potesse finire il resto, non si puotè mai trovar modo alcuno di gettarla in mare, né da Archia, né da quanti architetti erano in Sicilia, anzi non fu chi sapesse trovar pur ingegno di moverla. Archimede finalmente fu quello che lo trovò e la condusse in acqua con molta afevolezza, e in sei altri mesi finì il resto. I chiodi con i quali si congiungevano le travi e le tavole de i fianchi erano di rame, e pesavano dieci libre l’uno e più. Essendo poi finite di metter insieme le coste e tutte l’altre tavole che vanno di fuori, furono coperte di sottili piastre di piombo, onde elel venivano a serrarsi più insieme, e poi con pece e canape s’andorno turano tutti li buchi e tutte le fissure che v’erano dentro. Ella aveva venti remi per banco, e dentro erano tre palchi, nel primo dei quali si scendeva per molti scaglioni e non serviva se non per mercanzia ed altre cose gravi. Nella parte di mezo erano trenta stanze tra di qua e di là dove si mangiava, le quali avevano il pavimento in cui era commesso di tarsia con mirabil artificio tutto il successo della guerra Troiana, ed arano capaci di quattro eltti, tra le quali stanze erano anco quelle de i marinari che capivano cinque letti. Eranvi inoltre tre camere e la cucina dove si coceva il mangiare, e tutte quelle stanze erano verso al poppa accommodate con artificiosi palchi e porte fatte con bellissimo artificio. La parte di sopra che era scoperta aveva una piazza over luoco dove si faceva esercizio secondo la proporzione della nave e v’erano ancora chiostri da passeggiare, d’intorno a i quali erano alcuni orticelli pieni d’erbe odorifere e di bellissime piante piantate in vasi di terra o di piombo, e d’intorno e di sopra era pieno di edera e di viti, che con i pampini e con le foglie facevano ombra gratissima. Le viti erano piantate in vasi grandi e pieni di terra, ed erano adacquate insieme con gl’orti con mirabil artificio. Di poi v’era l’Afrodisio, cioè il tempio di Venere, capace di tre letti, ed era lastricato in terra tutto d’agate e di simili altre pietre lucide di cui è copiosa la Sicilia. Le mura erano tutte di tavole di cipresso, ed il tetto medesimo ed il palco erano di cipresso. Le porte erano d’avorio e di legni odoriferi, e dipinte meravigliosamente. Eravi poi un luoco con banche intorno da sedere capace di cinque letti, le mura del quale erano tutte lavorate di bosso, dove era la librarie e nel palco si vedeva una sfera a somiglianza di quella del sole che è in Arcadina. Congiunto a questo luoco era il bagno dove stavano tre letti e tre caldare di rame accommodate mirabilmente, ed i sedili erano di bellissime pietre e nella medesima nave appresso alla prora era un ridotto o una cisterna d’acqua dolce, che teneva duo millia barili d’acuqa, tutta impecciata di fuori, appresso alla quale era un vivaio o servatorio de pesci pieno d’acqua salsa, dove stavano assaissimi pesci. Eravi anco stanza per soldati e per coloro che erano soprastanti alla sentina. Eranvi d’ogni lato due stalle di cavalli con tutti i finimenti pertinenti a i cavalli, e con tutte le provisioni che bisognavano ad una stalla. Eravi il legnaio, il forno, il molino, il caldano del fuoco e tutte l’altre cose necessarie poste in diversi luochi della nave. Vi si vedevano in oltre certi Atlanti alti nove piedi i quali a guisa di termini sostenevano le scolture che erano di sopra ed erano lontanni l’uno dall’altro con spazi misuurati. Eranvi otto torri, due in poppa e due in prora e due per ciascheduna banda, e d’intorno alle mura erano bastioni fortissimi. Nel mezo della corsia era una machina fatta da Archimede, che si rizzava sopra un trepiede e traeva sassi grossi e arme d’aste di diciotto piedi di lunghezza e tirava lontano l’ottava parte d’un miglio Questa con molte altre machine vi erano dentro, come sono quelle che csono chiamate corvi e lupi e nella sommità dell’arbore era la gabbia, che aveva certe stanze di rame da tener pietre per gettar a basso nelle navi de gl’inimici, ed in queste stanze stavano due e tre uomini per una che traevano e iloro servi che stavano sotto al tempo che si combatteva porgevano loro per via di carriole in cesti e corbette le pietre. Archimede ancora ritrovò una tromba con la quale si poteva votar la sentina d’una così fatta nave da un’uomo solo. Capivano in questa nave sessantamila stara di formento da vendere, diecemillia bariglioni di salume, ventimila balle di lana ed altre sessanta millia stara di farina per uso di chi era in nave, come parinari, soldati e passaggieri. Questa sì smisurata e meravigliosa nave al tempo della gran carestia che fu in Egitto Hierone mandò in Alessandria carica di formento e la donò a Tolomeo Re di Egitto, la quale, sì come puoté mettere gran spavento a nemici di Siracusani, così ci può far fede quanto fosse grande la ricchezza e possanza de i siracusani.

Questo dice Tomaso Fasello.

Le navi rostrate furono così chiamate da i rostri o speroni di rame o di ferro che portavano alla prora, con i quali percotevano e urtavano i vascelli inimici con tanto impeto che gli mandavano molte volte a fondo; onde furono sempre usate e molto stimate. L’inventore di questi rostri o speroni, come oggi i chiamano, secondo Polidoro Virgilio fu Piseo Di queste navi rostrata fa menzione Tito Livio dicendo che Magone, dopo avere svernato nell’sola Minorica, si partì con un’armata di trenta navi rostrate e con molte altre da carico e passò in Italia. Non avevano le navi rostrate forma particolare né diversa dall’altre, ma si dimandavano rostrate quando s’aggiungeva loro il rostro; e benché si convenisse alle navi attuarie ed alle picciole, come si legge in Aulo Hircio dove dice:

Navibus actuariis quarum numerus erat satis magnus, magnitudine quuandam non satis iusta ad proeliandum, rostra composuit; has adiunctas navibus longis et numero classis aucto etc.

Il medesimo abbiamo da Tito Livio, dove dice che Livio con la conserva d’ottanta navi rostrate e molte delle minori, le quali erano aperte, rostrate e senza rostri e con legni da spia o esploratorii passò nell’isola di Delo. Li rostri non erano tutti di una istessa forma, ma erano di diverse sorti secondo la qualità delle navi alle quali fossero applicati, perciocché ad alcune si metteva il rostro semplice, e ad alcune altre a modo di tridente, ed alcuni rostri erano grandi, alcuni minori, e v’erano ancora navi che ne portavano più d’uno, ed erano messi in diversi luochi, come si vede in Ateneo, dove parla della sopranominata nave di Tolomeo Filopatro dicendo che aveva sette speroni, l’uno de i quali si porgeva guori più degli altri che erano più corti e più piccioli ed alcuni altri erano nel giogo della prora del vascello. E perché i rostri erano di metallo, le navi rostrate, secondo gl’interpreti della lingua latina erano anco chiamate naves aerate. Così le dimanda Cesare dicendo:

L. Nisidius ab Cm. Pompeio cum classe navium sexdecim in quibus paucae erant aeratae; L. Domitio, Massiliensibusque subisidio missus etc.

Ne parla anco Virgilio dicendo:

In medio classes aeratas, actia bella
Cernere erat…

Le navi coperte furono così chiamate dalla coperta che avevano e di queste, secondo Plinio, furono inventori i popoli Tasi, dicendo egli che prima si soleva combattere dalla poppa e dalla prora solamente, ma, essendosi poi introdotto l’armare tutta la nave, non solo alla poppa e alla prora ma anche ai fianchi, cominciorono a coprirle tutte per difesa loro e delle ciurme, come oggi si coprono le galee con le tavole che si chiamano impavesate e rembate, le quali sono i parapetti dei i combattitori, e tali o poco differenti furono forse qulle navi de gl’antichi che si chiamorono coperte. La qual mia opinione al parer mio è confermata da quello che disse Cesare nel secondo libro della guerra civile con queste parole:

Piscatoriasque adiecerant atque contexerant, ut essent ab ictu telorum remiges tuti; has sagittarii tormentisque compleverant.

E l’istesso Cesare in un altro luoco:

Scaphas navium magnarum circiter sexaginta cratibus, pluteisque contexit, eque milites delectos imposuit.

Per le quali auttorità si vede che ‘l coprir de i vascelli era fare i ripari acciò che le ciurme ed i soldati fossero difesi dalle saette e da i colpi dell’arme inimiche, e questo fanno le impavesate nelle nostre galee, e si faceva propriamente nelle triremi, nelle quadriremi, nelle quinqueremi e ne gl’altri legni più grossi perché si coprivano le navi picciole per accidente. Della trirem coperta fa menzione Cesare dicendo:

Apulsaque ad proximum littus trireme constrata eet in littore relicta pedibus Adrumetum profugerat.

Della quadrireme coperta fa menzione Cicerone nel luoco di sopra citato parlando della quadrireme di Cleomene così:

Erat enim sola illa navis constrata.

E l’istesso Cesare lo dechiara meglio con queste parole:

Massilienses, usi Lucii Domitii consilio, naves longas expediunt numero decem et septem quarum erant undecim tecte.

E chhe le navi lunghe fossero le triremi, le quadriremi e le quinqueremi e l’altre maggiori per le ragioni che sin a qui si sono dette non credo che abbia bisogno d’altra dechiarazione; ma, acciò che più manifestamente si veda che le navi coperte erano ordinariamente o triremi o quadriremi o quinqueremi o simili legni leggasi Aulo Hircio il qual dice:

Itaque paucis diebus contra omnium opinionem quadriremes vigintiduas, quinquereme quinque confecerunt ad has minorerse apertasque complures adiecerunt.

E poco dapoi soggiunge:

Ex his quinqueremes quinque erant et quadriremes decem, reliquae infra hanc magnitudinem et plaeraeque apertae.

Per le quali paroole si vede manifestamente che le navi coperte de gl’antichi erano navi lunghe coperte da i lati, acciò che se ne difendessero le ciurme ed i soldati da i colpi dell’arme inimiche, e che non erano simili alle galeazze che oggidì s’usano come dice Curzio Marinelli nella sua interpretazione del libro quinto della quarta deca di Tito Livio; il quale intorno a ciò credo che sia in errore sì per le ragioni dette di sopra, dove si prova che non sol erano coperte le triremi, le quadriremi e le quinqueremi (le quali egli medesimo nell’interpretazione del libro ottavo della terza Deca dice esser simili alle nostre galee) ma ancora altri minori vascelli e perché, se fossero state simili alle galeazze, sarebbono state vascelli gravi e tradi, il che non è vero perché erano veloci come attesta l’allegato Hircio dicendo:

Magnoque impetu quattuor ad eam constratae naves et complures apertae contenderunt, cui coactus est Caesar ferre subsidium.

Oltra che se le navi coperte fossero state simili alle galeazze, sarebbono state poco atte a far le armate e nientedimeno si vede che la maggior parte delle armate che fecero i Romani ed Antioco e tutti gl’altri furono sempre di navi coperte, come si può vedere in Tito Livio, in Dione, in Appiano, in Cesare ed in altri auttori, essendo state prima poco usate, come attesta Polibio particolarmente dove dice che non avendo i Romani navi coperte né lunghe quando volsero trasportare il loro esercito a Messina si servirono delle navi de i Tarentini, de i Locresi e de i Napolitani, il che dimostra chiaramente che inanzi alla prima guerra Punica erano poco in uso le navi coperte.

Ma oltra che coprivano le navi, solevano anco armarle mettendovi le torri alla poppa e alla prora ed alcune volta anco dai lati, nelle quali stavano combattendo i soldati armati, e lanciando frecce e sassi ed altra materia offensiva alle navi de gl’inimici e per ciò furono anco chiamate turrite. Di che fa fede Appiano quando dice:

Et turres in navibus habebant et ad proram et ad puppim.

Ne scrive anco Plinio dicendo:

Sed armatae classes imponunt sibi turrium propugnacula, ut in mari quoque pugnetur velut ex muris.

Ciò si conferma con l’auttorità di Dione dove, ragionando della battaglia Aziaca dice:

Et alioqui cupiente illhinc, si qua possent, effugere, eorum partim vela pandere, partim turres ipsas cum armamentis in mare proijcere coeperunt.

E che portassero le torri anco nei lati ne uò far fede la nave di sopra nominata di Ierone, la quale aveva due torri alla poppa, due alla prora e due per ogni lato.

Le navi lunghe furono anch’esse molte volte chiamate col nome del luoco dove erano state fabricate, come la nave Liburnica da Liburno città della Schiavonia, come di sopra si è mostrato. La Rodiana fu così detta dall’isola di Rodi, come attesta Polibio nel luoco da noi citato, dove parla della Rodiana velocissima che con tutta la resistenza dei Romani entrava ed usciva del porto di Lilibeo. La Sidionia si chiamava così dalla città di Sidonia, della quale fa menzione Erodoto, dicendo:

Xerxes, relicto curso, Sidoniam navem conscendit.

Da anco menzione della Sidonia e della Rodiana Tito Livio dove dice che una nave Rodiana restò presa da una nave Sidonia per un non pensato accidente. La Cartaginese si chiamò così da Cartagine, della qual parla Tito Livio nel luoco citato di sopra, dicendo che due navi Cartaginesi andavano inanzi all’armata Romana. Della Marsigliese, così detta della città di Marsiglia, dice Polibio che Cornelio mandò due navi Marsigliesi a far la scoperta al fiume Ibero, dove era l’armata de i Cartaginesi. Dall’isola di Cipro deriva il nome della Cipria o Cipriotta della qual parla Tito Livio dicendo che cinque Rodiane e due Cipriotte si salvorono fuggendo dove l’armata di Polissenide era più folta, con farsi la via col fuoco. La Samia, o Samena, così chiamata dall’isola di Samo, fu, secondo Plutarco, ritrovata da Policrate, tiranno di Samo, e dice che era una foggia di nave di mediocre prora, ma molto incavata e fatta in forma di ventre, perché potesse velocemente scorrere il mare e girarsi facilmente. Nella vittoria che ebbero gl’Ateniesi de i popoli di Samo, fecero imprimere nella faccia a dei prigioni di Samo l’effige della nave Samia, chiamata nella lingua greca Samena.

Si trova anco in Plutarco la nave Corinzia da Corinto, la Corcirea dell’isola di Corcira e la Leucadia dall’isola di Leucade. E perché troppo noioso sarei se volessi nominar in questo luoco tutte le navi che hanno il nome dai luochi, basterà quello che ne ho detto con l’auttorità delli scrittori classici, essendo di poco rilievo quello ch’io ne dicessi di puù, oltra che i lettori, volendone più copiosa relazione, possono satisfarsene altrove facilmente.

Le navi lunghe, oltra il proprio nome che avevano o dalla forma o dai luochi, si solevano anche chiamare col nome dell’insegna che ciascuna portava sopra la poppa o sopra la prora, o di dei, o d’uccelli, o d’altri animali o d’altra cosa. Luciano fa menzione d’una nave che portava un’oca d’oro dicendo:

Ut vero ipsa puppis sensim assurgit inflexa aureo anserculo ornata.

Ed in un altro luoco della dea Iside:

Habensque utriuque signum Isidis deae, quae congnomentum navi indidit.

E Plutarco nomina alcune navi che si chiamavano arieti ed irci dal nome degl’anima il che portavano per insegna. E Virgilio, descrivendo il gioco navale che fece Enea in Sicilia in onore d’Anchise, mette quattro navi che contesero insieme di velocità, le quali erano chiamate Pisti, Chimera, Centauro e Scilla dicendo:

Quattuor ex omni delectae classe carinae.
Velocem Mnestheus agit acri remige pistim.
Ingentemque Gyas ingenti mole Chimaeram.
Sergestus (domus tenete a quo Sergia nomen)
Centauro invehitur magna, Scyllaque Cloanthus.

Per i quali esempi si vede che gl’antichi mettevano alle loro navi i nomi conformi alle insegne che portavano. Le navi atturarie erano vascelli leggieri, presti al viaggio e minori delle navi lunghe, e andavano con un solo remo per banco. Furono dette attuari per esser agili e poter esser condotte con le braccia degl’uomini con molta facilità ed erano di diverse sorti e più e meno grandi; però ciascuna d’esse aveva nome particolare come si è detto sopra; e si sarebbono potute assimigliare a quelle che noi chiamiamo bergantini, fregate, fuste, filuche e ad altre simili, e anco ai vasi minori di questi. Nomina le navi attuarie Cesare dicendo:

Has omnes actuarias imperat fieri; quam ad rem humilitas multum adiuvat.

Delle maggiori di trentar remi fa menzione Tito Livio, dove parla dell’accordo fatto tra i Romani e Antioco dicendo:

Consegnerà tutte le navi lunghe ed i loro fornimenti; non possederà più che diece navi attuarie, né averà alcuna di quelle più di trenta remi, né anco minore per cagione di guerra ch’egli avesse a movere.

Se ne son fatte anco di minori che andavano solamente a diece remi, delle quali dice Cicerone:

Haec ego conscendens, e Pompeiano, tribus actuariolis decem scalmis.

L’acazio fu una sorte di nave attuaria stretta, leggera e veloce di circa vinticinque remi e poche volte di trenta, ed usata parimente da i corsiari per quello che si legge in Strabone dove dice:

A latrociniis quae in mari factiant, vitam toleranta, acatia habentes levia, angusta et velocia, quae vix vectores vigintiquinque recipiunt; rarum autem est ea posse in totum triginta capere.

Ne parla anco Plutarco dicendo:

Ma la terza volta dopo la battaglia del Faro saltò in un acazio e diede soccorso a quelli che combattevano.

Tra queste parimente furono le maggiori e le minori, dicendo Polibio:

Apparecchiavano oltra di ciò gl’altri vascelli, le triremi, le navi attuarie e gli acazi grandissimi.

E di questi credo io che parlasse Tucidide quando disse:

Essi fecero un certo acazio di doi ordini di remi.

Dalle quali parole si vede che v’erano acazi magiori di quelli che descrive Strabone, poiché ve ne furono anco di biremi.

Il lembo fu parimente unaa specie di nave attuaria delle amggiori, essendone di varia grandezza. Ne sono stati inventori secondo Polidoro Virgilio i popoli Cirenei. Alcuni lembi portavano sedici remi, i quali, per quanto si può comprendere da Tito Livio, furono dei minori, come si cava da queste parole dove egli, trattando dell’accordo che fecero i Romani con Nabide dice che avesse a render tutte le navi tolte alle città marittime, né potesse tener più che doi sooli lembi, i quali non navigassero con più di sedici remi l’uno. Gl’altri lembi dovevano esser maggiori, poiché se ne servivano per far le armate, come si vede nell’istesso Livio, dove dice che Antenore, il quale stava con un’armata di lembi in Fana, porto dell’isola di Scio, passò poi in Cassandrea; e l’istesso Livio dice che Antioco mosse la guerra ai Romani con un’armata di cento navi coperte e di ducento navigli minori, tra cercuri e lembi. Questi erano legni velocissimi e però molto atti al corso, il che accenna Livio dove dice:

Ivi si unirono con l’armata romana venti lembi Issei.

Questi furono amndati a saccheggiare il contado dei Caristi e l’armata rimase in Geresto, porto dell’isola di Eubea, oggi detta Negroponte. I lembi per la loro velocità servivano anco per andar inanzi alle armate a far la scoperta ed a spiare gl’annidamenti degl’inimici come si cava da queste parole di Diodoro:

Congregatis iis lembis, qui maxime expediti videbantur, iisque cratibus et pluuteis contectis, additis quoque fenestris quae clauderentur, imposuit machinas quae tela quam longissime emittere valerent eosque homine qui illis machinationibus exacte uti possent; quibus etiam veluti praeucursoribus, vel ut Caesaris verbo utar antecessoribus utebatur.

Il celoce era una sorte di nave attuaria, forse detto così dalla celerità e dalla velocità sua, e pare che lo accenni appiano dicendo:

Misit tres servos ad fluvium qui aberat duodecim stadiorum intervallo qui, instruendum curarent celocem celerem cum optimo rectore ad usum eius qui veluti a Caesare mitteretur.

De i celoci secondo Polidoro Virgilio furono inventori i Rodiani. Fa menzione Tito Livio di dodici celoci che con duecentoventi quinqueremi furono assignati a Sempronio Consolo, perché passasse in Africa. Vuole Tucidide che i celoci fossero piccoli navigli, dicendo:

Adunque si giudicò espendiente mettere alquanti uomini in un picciolo celoce, senza il segno del magistrato, e madnare a tentar gl’animi degl’Ateniesi.

I celoci erano anco legni atti a spiare, però erano chiamati esploratorii, così gli nomina Senofonte dove dice:

Etheonico autem monia quae in proelio contigerant per exploratorium celociem nunciata sunt.

Furono usati i celoci anco da i corsari come si legge in Livio le cui parole son queste:

Videsi poi che erano celoci e lembi di corsari che, avendo saccheggiato la riveiera di Scio, tornavano carichi di preda.

Tra questi furono alcuni di dodici remi, come afferma Plutarco dicendo:

Cesare posto in gran travaglio d’animo per la difficultà delle cose fece una grave e pericolosa risoluzione di emttersi in un vascelletto di dodici remi per passare a Brindisi.

Il cercuro fu parimente una nave attuaria più picciola di quelle che abbiamo detto e secondo Plinio ne furono inventori i popoli di Cipro, del quale dice Tito Livio:

Antioco con un’armata di cento navi coperte e, ed oltra quelle con venti minori navigli cercuri e lembi etc.

Il catascopio fu eziandio vascello attuario picciolo e molto veloce del quale perciò si servivano gl’antichi per mandar lettere e ambasciate, con prestezza e diligenza, come si vede in Aulo Ircio da queste parole:

Litteris celeriter in Siciliam ad Atticum et Rabirium Posthumiumque conscriptis, et per catascopium missis, ut sine mora aut ulla excusatione hyemis ventorumque exercitus sibi quam celerrime transportarentur.

E doveva essere il catascopio simile ad una filuca sì perché, dovendo andar presto a portar lettere o altro, era necessario che fosse leggerissimo, come è la filuca, sì ancora perché nel luoco citato Cicerone lo assimiglia alle afratte Rodiane, le quali erano vasi molto piccioli, oltra che non si trova che il catascopio si sia trovato in alcuna fazion di guerra.

Le scafe, delle quali secondo Polidoro Virgilio furono inventori gli Schiavoni, erano quelle picciole navicelle che seguitano e son remurchiate quando si fa poco viaggio dalle navi maggiori e quando si fa gran camino sono tirate dentro ad esse navi. Queste anco si possono mettere tra le navi attuarie perché caminavano a remi, e servivano anco alle volte per spiare gl’andamenti degl’inimici, come si vede in Livio dove dice che Scipione fece i ponti tra nave e nave, lasciando tanto spazio tra l’una e l’altra che le picciole scafe che s’adopravano per spiare, potessero scorrere contra gl’inimici e tornar salve. Servivano alcune volte nelle battaglie, dicendo Cesare:

Scaphas navium magnarum circiter sexaginta cratibus pluteisque contexit, eoque milites delectos imposuit.

La pistre secondo alcuni fu così detta dalla spina del pesce marino chiamato pistre, a simiglianza della quale Argo architetto fabricò la nave piste. Alcuni pongono questa tra le navi lunghe, ed alcuni tra le attuarie. Io, non avendo potuto venire in cognizione di questa verità, lasciatò che ogn’uomo tenga l’opinion sua e dirò solamente che Polibio ne fa menzione dicendo:

Passato il giorno determinato vi trovò Filippo, ch’era andato da Demetria de a capo Malio con cinuqe lembi e una pistre nella qual navigava.

Ne parla anco Tito Livio dove dice che Perseo Re di Macedonia mandò Antenore e Calippo con quaranta lembi, e cinque pistre a Tenedo. Era rostrata, dicendo Virgilio nell’Eneide libro quinto:

Parte prior, parte rostro premit aemula pistris

dove pare che la pistre fosse nave lunga più presto che attuaria, portando il rostro, come si è detto sopra, ed anco perché ciò viene confermato dal citato luoco di Virgilio dove parla delle quattro navi che insieme contesero di velocità o (come si dice volgarmente) regattarono, tra le quali era anco la pistre, la quale, benché così fosse nominata in quuel luoco dalla pisstre grandissima bestia marina ch’essa nave portava per insegna come l’altre, tuttavi a potrebbe anco essere che realmente fosse la vera nave pistre; e s’era tale era necessario che insieme fosse nave lunga, avendo a contrastare con le altre navi che erano delle maggiori, come si vede in quel luoco dove si dice:

Terno consurgunt ordine remi

Onde la contesa non sarebbe stata pari quando la pistre non avesse avuto tre ordini di remi come l’altre; se bene io credo che Virgilio in questo luoco più presto descriva le navi che s’usavano ai suoi tempi che quelle che avevano usato i Troiani, poiché, come si è veduto nel ragionamento della trireme, Omero, che descrive la guerra di Troia, non fa menzione di navi maggiori di quelle di Beozia, le quali non portavano più di centocinquanta uomini tra vogatori e soldati. Né intonro a ciò occorre ch’o passi più oltra.

In questo numero erano le piscatorie, piccioli navigli di remo, chiamate per esser usate dai pescatori; ma alcuni volte si adopravano per navi coperte anco alla battaglia, come fa fede Cesare nel luoco allegato dicendo:

Naves piscatorias adiecerant, atque contexerant.

Tra le piscatorie era la cimba della qual dice Cicerone:

Cum Caninius quaeso, inquit, Pythi, tantum ne piscium? Tantum ne cymbarum?

Furono anco dette lenonuli, dicendo Ammiano Marcellino:

Et dum piscatorios quaerunt lenunculos etc

Ed in un altro luoco:

Avido flatu ventorum lenuncolo se commisisse piscantis.

Giustinio mette la scafa tra le navi piscatorie dicendo:

Ubi cum solutum pontem hybernis tempestatibus offendisset, piscatoria scapha taiecit trepidus.

Le navi fluviali erano quelle che si usavano per navigar nei fiumi o per passare dall’una all’altra riva. Di queste parla Diodoro così:

Multis illi conquisitis fluvialibus navigiis etc

Delle fluviali alcune furono dette lembi, delle quali dice Polibio

Essendosi fermato il secondo giorno e fatto un ponte di lembi sopra il fiume, diede la cura ad Asdrubale di farvi passar l’esercito.

Altre ancora furono chiamate lintri secondo Strabone; di queste parla Cesare:

Conquirit etiam lintres; has magno sonitu remorum incitatas in eandem partem mittit.

Dice Polidoro Virgilio che i lintri furono trovati dai Germani che abitano intorno al fiume Danubio, alcuni dei quali erano fatti d’arbori incavati e di quuesti fa menzione Livio dove dice:

I galli, cominciando ad incavare i legni, facevano d’ogni corpo d’arbore una navicella, ed il simile facevano i soldati, per poter con esse passar il Rodano con le robbe loro.

Altri usorono nei fiumi le zattere, o fodri, che latinamente si chiamano rates; questi erano composti di travi congiunti insieme e sono stati i primi navigli che abbiano solcato il mare e, come tiene Plinio, furono cominciati a mettersi in uso dal re Eritra, che ha dato il nome al mare Eritreo, tra le isole del mar Rosso. Ma, essendosi poi fatte le barche ed i vascelli grandi e trovata l’arte di governargli anco nelle procelle e nelle turbolenze del mare, l’uso delle zattere, avendo elle bisogno di poco fondo, si è ristretto nei fiumi, eziandio non navigabili, potendo passar con poca acqua e per luochi aspri e difficili, come si cava dall’istesso Plinio, le cui parole son queste:

Sed Tibris propter aspera et confragosa, ne sic quidem praeterquam trabibus verius quam ratibus longe meabili fertur per centum quinquaginta millia passuum etc.

Ne fa menzione anco Livio quando dice che Annibale, trovano il fiume più largo e perciò meno profondo, fece tagliar subito il legname e, congiunti insieme gl’arbori e le travi, fece fabricare alcune travate chiamate zattere, con le quali fece passar gl’uomini ed i cavalli e poco da poi soggiunge che con l’istesse zattere fece passar anco gl’elefanti. Dell’istessa qualità era la schedia della quale fa menzione Ulpiano dicendo

Navem accipere debemus, sive marinam, sive in aliquo stagno naviget, sive schedia sit.

Nel mar Britannico si usorono anco le navi fatte di corme chiamate da Plinio naves vitiles dicendo:

Etiam nunc in Britannico Oceano vitiles corio circumsutae fiunt.

Furono queste navi di cuoio usate anco nel Nilo per portar le mercanzie a seconda del fiume in Babilonia, e queste non avevano distinzione alcuna, né di poppa né di prora, ma erano rotonde a guisa di scuudi e portavano le amggiori circa cinquemillia talenti di peso, dicendo Erodoto:

Navigia illis sunt, quae secundo flumine deferentuur Babilonem versus, omnia circulari forma, eaque ex aluta.

Diodoro Sicuulo dice che in una certa palude che si passa per andar in Asfalto usavano per navi fasci di Calami o di canne grandissimi congiunti insieme, capaci di tre soli uomini, doi dei quali vogavano ed uno con l’arco stava in punto per difender il vascello da gl’inimici; le sue parole sono queste:

Calamorum fasces admodum ingentes inter se coniungunt, immittuntque in paludme in quibus insident non plurest tribus hominibus, quorum duo etc.

Oltra tutte le sopradette sorti di navigli che usorono gl’antichi, ve ne ebbero poi nei mari, nei fiumi e nelli stagni che le chiamorono semplicemente navicelle, che di tutte furono le minori, e però le chiamorono col nome diminutivo. Di queste fa menzione Strabone dicendo:

Dies totasque noctes videre est illhic homines in navigiolis cum tibiis saltantes impudenter, cum summa lascivia virorum, tum etiam muliercularum.

Cicerone delle navicelle che avevano doi soli remi dice questo:

Citius hescle is, qui duorum scalmorum naviculam in portu everterit, etc.

Tra i legni usati dagl’antichi si possono metter anco i pontoni, benché non si conducessero a remi né a vela, ma fossero remurchiati dagl’altri vascelli da remo. Il loro proprio officio era portare i soldati, però si chiamavano pontoni militari.

Dice Diodoro:

Habuit autem naves longas numero centum quadraginta, quarum maior erat quinqueremis, minor autem quadriremis, militare paraeterea subsequebantur pontones plusquam ducenti, qui peditum fereban circiter decem milia.

E nel medesimo luoco soggiunge:

Pontones coepit plusquam centenos, in quibus erant peditum circite octo milia

E da poi

Per aliquot dies celeribus navibus remulco trahebant militares pontones.

Ebbero anco altre navi chiamate con questi nomi: psumia, geseoreta, oriole, catta, nuctucia, media, catapulica, marceplacida, cidari, ratiaria e molte altre delle quali non avendo io potuto avere intiera notizia, né saper di che qualità o perché fossero così nominate, mi bastarà averle accennate in questo luoco, non essendo necessarie all’indirizzo della nostra Armata.

Capitolo IV
Dei vascelli che si usano oggi nel mar Mediterraneo e nell’Oceano

Quanto più lungo è stato il ragionamento che, abondando la materia, abbiamo fatto delle qualità e del numero degl’antichi vasi nautici nel capitolo antecedente, tanto più breve sarà quello che faremo nel presente dei vascelli che scorrono per il mar Mediterraneo e per l’oceano ai tempi nostri. Sono questi di due specie, facendo alcuni di essi il viaggio a vela senza remi ed alcuni a vela e a remi. Quelli che vanno solamente a vela sono parimente di due sorti, portando alcuni di essi la vela quadra ed alcuni la vela latina, che tra i marinari dello stato Veneziano è detta anco vela da taglio.

I vasi che veleggiano con la quadra, così nominata dalla forma che per il più è quadrata, sono maggiori di tutti gli altri, e sì come sono differenti di forma, così hanno anco diversi nomi, e sono questi: la Nave, il Galeone, l’Urca, la Marsiliana, il Bertone, la Germa, la Maona, il Caramusalino, la Palandaria, la Caravella, la Saettia, la Polacca, lo Schirazzo. Questi istessi sono anco chiamati, e particolarmente le navi, col nome della patria o della Provincia dove sono state fabricate, come le Ragusee, le Biscagline, le Valenziane, le Genovesi, le Inglesi, ed altre simili o col nome di qulache Santo preso per loro protettore.

Le navi chiamate con questo nome generico sono di forma grossa dalla parte della prora e nei fianchi, ma si ristringono alquanto alla poppa, la qual di dietro resta di resta di forma piatta; sono alte, così nel corpo ccome nelle opere morte, cioè nei castelli della poppa e della prora; hanno due e tre coperte secondo la grandezza, che sono come tanti solari o palchi posti l’uno sopra l’altro. Nella prima coperta, cioè in quella che è più vicina al fondo sopra la carena si mette la mercanzia ed altra robba. Nella seconda si tiene l’artigliaria e si accommodano i cavalli con altre cose simili. Portano le navi da tre millia sin a diece millia salme di peso, e più e meno quanto ne son capaci, e tra tutte pare che le ragusee siano le maggiori e le più stimate. Portano da sette sino a diece vele, e più e meno secondo al disposizione e forma che hanno; e le vele, come si è detto, sono quadre eccetto che una o due di esse che si adoprano alla altina, come diremo più a basso. Le quadre sono la maestra, la qual è la maggiore e retta dall’arbore maestro piantato nel mezo della nave. Sopra di essa si mette un’altra minor vela chiamata il trinchetto di gabbia e, quando la nave è delle maggiori, sopra il trinchetto se ne mette una terza detta il paruchetto. Un’altra vela si mette alla prora e si chiama parimente trinchetto, sopra la quale si accommoda una seconda minor vela, detta pure il trinchetto di gabbia, e, se la nave è grossa, porta anch’essa sopra questo secondo trinchetto il suo paruchetto come la maestra. Un’altra vela si chiama la zevedra, alla quale si dà luoco sopra lo sperone della nave in tanta pendenza che tocca quasi il mare e questa riceve anco sopra di sé il suo trinchetto. Vi è anco la mezana, la quale è alla latina e si adopra sopra il castello di poppa. Sogliono anco le navi grosse portar la contramezana parimente alla latina, il cui luoco è tra la poppa e l’arbore maestro, per il che le navi ordinari portano sette vele, sei quadre ed una latina; le maggiori ne portano diece, otto quadre e due latine; e per ciò si vede che le navi portano ordinariamente quattro arbori piantati e sopra tre di loro, cioè maestro, trinchetto e zevedra, ne portano tre altri, se bene quello della zevedra è picciolo. Oltra quelli che servono per i paruchetti e questi superiori sono accommodati di maniera che facilmente s’alzano e s’abbassano secondo il bisogno, ed oltra questi le navi grosse maggiori portano di più l’arbore della contramezana. Questa dechiarazione delle vele servirà per tutti gl’altri vascelli quadri che andremo descrivendo di mano in mano.

I Galeoni sono così chiamati per la forma loro, come quelli che s’assimigliano e hanno forma di galee che sono più lunghe delle navi. Questi hanno la poppa alla bastardella, e sono stesi o continuati e diritti dalla poppa alla prorra; camminano assai più delle neavi in ogni tempo, tanto col vento del fianco chiamato dell’oste, come in poppa. Usano le vele come le navi magigori. I più piccioli hanno ordinariamente due coperte, ed i maggiori tre. Portano due millia fino a cinuqe millia salme di peso; ma se ne sono veduti di molto maggior grandezza, che ne hanno portato sino a dodici millia, come quelle che fu fabricato in Venezia dal Fausto, che pareva un castello in mare, ed un altro molto maggiore parimente fatto in Venezia, che, per essere stato spinto da una improvisa tempesta di amre tuto il peso dell’artigliaria da una banda si affogò l’anno 1559 nel porto di Malamocco; e oggidì scorrono nei nostri mari doi galeoni del Gran Duca di Toscana di stupenda grandezza, e molti altri fanno il viaggio dell’Indie per il servizio del Re Catolico.

Le urche e le marsiliane sono l’una e l’altra quasi d’una istessa forma; sono differenti dalle navi per la prora che portano più grossa e più rotonda, ristrngendosi dalla metà del vascello indietro sino alla poppa Sono minori delle navi e dei galeoni, né usano più di sette vele: sei quadre ed una latina; hanno due coperte e portano doi mille e cinquecento fino a tre millia salme di peso o poco più.

I bertoni sono vascelli trovati dagl’Inglesi e si chiamano così con nome corrotto, o dall’istessa isola d’Inghilterra, altre volte detta Britannia, o Dalla Brettagna, grossissima provincia della Francia che le sta vicina e confina seco. Questi sono vascelli molto alti, non molto lunghi, ma di gran corpo nella larghezza e massime dalla prima coperta a basso verso il fondo; dalla prima coperta in su si vengono assai ristringendo. Pescano assai e vanno benissimo alla vela e sono vascelli robusti e, come si suol dire, assai reggenti. Adoprano sette vele, come le altre navi, ed alcuni di loro navigano ancora col paruchetto; hanno due coperte e portano da millecinquecento fino a tre millia salme di carico e più.

Le maone sono navi che s’usano nel Levante, ma sono rare; sono grandissimi vasi e s’assimigliano alle galee grosse o galezze di Venezia ma non vanno a remi; portano le vele quadre, come le navi, ma per la loro grandezza sono di tardo moto se non sono cacciate da vento più che ordinario e veemente. Di queste si serve il gran Turco per portar soldati e cavalleria, artigliaria, munizioni, vettovaglia ed altre provisioni da guerra.

Li caramusalini sono tuttavia vascelli usati nel Levante molto sottili e perciò assai agili. Questi sono di forma alquanto lunga ed assai stretti e molto alti di poppa; vanno velocissimamente, ed in particolare col vento dell’oste; non usano più che cinque vele, hanno una sola coperta e portano da mille sino a mille cinquecento salme.

Le palandarie sono parimente usate nel Levante dai soli turchi in occasione di trasportare cavalleria ed a poco altro servono.

Le Germe sono esse ancora vascelli adoprati nelle parti del Levante per portar mercanzie. Queste sono assai larghe, non olto lunghe ed hanno poche opere morte; portano quattro vele grandissime per esser ferme di corpo ed assai reggenti; non hanno più c he una coperta e portano da mille sin a millecinquecento salme di carico.

Le caravelle sono vascelli usati dai portoghesi molto leggieri e veloci. Sono piccioli, hanno quattro arbori; nel primo, che sta alla prora, portano una vela quadra col suo trinchetto di gabbia, le altre sono latine, con le quali caminano con tutti i venti come fanno le Tartane Francesi, e sono così agili nel voltare come se si voltassero con i remi; hanno una sola coperta e non sono atte a ricever molto carico.

Le polacche si usano assai in Italia; sono di forma ben lunga e di ragionevol larchezza; portano quattro vele, la maestra col trinchetto di gabbia alla quadra e la mezana e ‘l trinchetto alla latina; hahnno una sola coperta e portano da ottocento sin a mille salme di carico.

I vascelli che veleggiano alla latina portano la vela triangolare, intorno alla quale, benché ci siamo assai affaticati per saper donde venga il nome della vela latina, non abbiamo trovato mai cosa sostanziale. Però diremo solamente che il veleggiare alla altina forse vuol dire alla trina, cioè alla triangolare, essendo quella vela tagliata in triangolo, come quella che è detta alla quadra è tagliata in quadrangolo; o forse si deriva dal Lazio, Provincia d’Italia, perché una volta navigasse con vele triangolari e da essa l’imparassero gl’altri. Alcuni vascelli latini vanno solamente a vela, ed alcuni, oltra le vele, si servono anco dei remi, e questi e quelli, per la forma della vela che meglio riceve il vento, caminano bene e dall’oste e ad orza, se ben le vele si maneggiano più difficilmente, non potendo mutarsi dall’una all’altra parte se non si muta l’antenna Non portano i maggiori più di tre vele, gl’altri chi due e chi una Sono i vascelli latini di forma lunghi, stretti e sottili a comparazione dei quadri. Sono di varie sorti e differenti ed hanno diversi nomi. I maggiori, che vanno a vela senza remi, sono le saettie e portano tre vlee: la maestra, il trinchetto e la mezana; am le maggiori portano le vele quadre, come le marsiliane.

Le scafe che vanno a vela e s’usano ai tempi nostri sono molto maggiori delle scage antiche e portano le medesime vele, ma non s’ingolfano mai, per esser vascelli lunghissimi e poco sicuri.

Le barche, le barcacce e i leuti sono vascelli che portano due vele, la maestre ed il trinchetto.

Le tartane portano tre e alle volte più vele, ma picciole, ed in modo accommodate che vanno benissimo quasi con ogni tempo.

Tutti questi vascelli hanno una sola coperta, i maggiori dei quali portnao intorno a seicento salme di peso,e d i minori circa centocinquanta. I leuti e le tartane si usano più nella provenza; le barche e le barcacce nella costa d’Italia; delle saettie abonda molto la Sicilia. Servono simili vascelli più tosto per trasportare vettovaglia da un luoco ad un altro come vino, olio, grano, formaggio ed altre cose simili, che merci di gran valori.

Vi sono anco certi vascelli chiamati fregatoni e barche che portano la sola vela maestra senza coperta e tali sono anco quasi i passacavalli, e son vogati alle volte con grossi e lunghi remi che si maneggiano stando in piedi sopra i banchi, sono vascelli tanto nell’uno quanto nell’altro modo assai pigri e di tardo moto, e caminano sempre appresso alla terra. Se ne vedono assai in Napoli. I passacavalli s’usano in Levante.

I vascelli latini che vanno a vela e a remi sono di più sorti: grandi, mezani e piccioli. I grandi sono galeazze, o galee grosse, e galee. I mezani sono galeotte, bergantini, fuste e fregate. I piccioli sono filuche, castaldelle, speroniere, caichi, fisolere, grottoline, peotte, gondole, schifi, battelli, barchette ed altre simili ed in ciascuna delle tre specie che si son dette si trovano delle grandi e delle picciole.

Le galeazze sono i maggiori vascelli di tutti e sono lunghi e stretti a proporzione della lunghezza, ed hanno le medesime parti e membra che ha la galea. Portano tanti remi quanti una galea ordinaria di venticinque o più banchi, ma molto più lontani l’uno dall’altro, essendo le galeazze più lunghe quasi un terzo delle galee ordinarie, e parimente anco un terzo più larghe e più alte. Il remo è molto maggiore di quello della galea, però per adoprarlo vi vogliono almeno sette uomini. Portano sempre tre arbori, il maestro che è grandissimo e grossissimo, il trinchetto e quello della emzana, e portano anco tre vele. Hanno il timone alla anvaresca, cioè ad uso di nave, e ai gianchi del timone portano doi gran remi che aiutano a far girare il vascello più presto, e perché son corpi tanto grandi e gravi sono di tardo moto, se ben s’intende oggidì che si fanno in Venezia con tanta maestria come abbiamo detto di sopra che, quantunque siano grandi come gl’altri fabricati molt’anni prima della loro specie e più aggravati d’artigliaria, si movono e si girano tanto facilmente e senza remurchio, quasi come le galee ordinarie chiamate sottili. Hanno alla poppa e alla prora due gran piazze dove stanno i soldati e l’artigliaria come al suo luoco si dirà. Portano sempre intorno le impavesate alte, ferme ed immobili con le feritore, per le quali i soldati sparano i moschetti e gl’archibugi contra gl’inimici senza poter esser da lor veduti, né offesi. Hanno una stra o corsia o sentiero che circonda tutto il corpo della galeazza di dentro, sopra la quale stanno i soldati con molta commodità, si per combattere come per potersi agiatamente accommodare e riposare. Hanno anco la corsia nel mezo che va dalla poppa alla prora. Hanno una sola coperta, sotto alla quale son molti ripartimenti di camere e di stanze.

Le galee sono di due sorte, cioè bastardelle e sottili; le bastardelle hanno la poppa dalla parte esteriore divisa come doi spichi d’aglio, però sono in quella parte alquanto più capaci delle sottili e più reggenti. Le sottili hanno la poppa unita e perciò più stretta, ma vanno meglio a remi, come le galee bastardelle vanno meglio a vela. Nel resto sono del tutto simili l’una all’altra. Sono ordinariamente più usate le galee di ventisei banchi, ma se ne usano anco assai di ventotto ed anco di trenta e più che servono per capitane delle squadre, come di sopra sì veduto quando si è trattato delle galee Reali.

La forma della galea è lunga, stretta e bassa; ha una sola coperta e di sotto è ripartita in sei camere, cioè nella camera della poppa con il suo scannello o scagnetto il quale serve per i capitani, per i gentiluomini di poppa e per i passaggeri e per l’altre persone di rispetto, e per l’arme e robbe loro. Lo scandolaro è un’altra camera contigua a quella della poppa, dove si conserva una parte dell’arme e dell’altre robbe della gente di poppa e nei bisogni vi sta anco qualche botte di vino, come è costume delle galee di Malta. Dopo lo scandolaro è la camera detta la compagna che serve come una dispensa, nella quale sta il vino, il companatico, cioè la carne salata, il formaggio, l’olio, l’aceto, i salumi e l’altre robbe simili. Dopo questa è la camera chiamata il paglilo, dove si tiene il biscotto, la farina, il pane, la fava, il riso e l’altra vettovaglia.

A questa è congiunta la camera di emzo nella quale si tengono le vele, una parte del sartiame, la mercanzia, le robbe dei passaggieri, l’arme e l’altre provisioni. L’ultima è la camera della prora, la quale, sebene è una istessa con quella di mezo, non vi essendo divisione alcuna, nondimeno perché ha un’altra entrata dalla prora la qual s’usa per i servizi particolari si chiama camera di prora. L’entrata all’arbore serve al comito per servirse delle vele, i sartiami e le sue robbe e per i passaggieri, e per la mercanzia, quella della prora serve al sottocomito per i sartiami, per le gomene e per le sue robbe e per i marinari e per le lor robbe. In questa il cappellano e il barbiero hanno la posta per il lor dormire e per li medicamenti.

Nella camera di mezo si tiene la polvere e l’altre munizioni per l’artigliaria, se bene alcuni tengono la polvere appresso all’arbore in un luoco destinato a questo, ed alcuni la tengono in un cassone in un canto della camera. In tutte queste camere sono le poste per i soldati e per i marinari ed in particolare per gl’ammalati e feriti.

La galea si divide sopra la coperta in tre parti, cioè nella poppa, nel luoco dove stanno i banchi e nella prora. La poppa è la parte posteriore della galea, dove non sono remi ed è luoco particolare dei capitani, dei nobili e delle persone più stimate e di quelli che governano il timone. Dal giogo della popa fino al giogo della prora sono i remiggi, cioè il luochi dove sta la ciurma a vogare e tutta questa parte della galea è divisa per mezo da una strada più rilevata dai banchi, fatta perché si possa caminare per la galea, la quale si chiama corsia, nel fine della quale alla prora dall’una e dall’altra parta, sono alzate due piazze chiamate rembate, sopra le quali, quando si naviga, stanno i marinari per fari i servizi del trinchetto ed i soldati in tempo di combattere, e sotto stanno le ancore e l’artigliaria. La terza parte della galea è la prora che è la parte anteriore del vascello, inanzi alla quale sta prominente lo sperone, anticamente chiamato rostro.

Fuor del corpo della galea dall’una e dall’altra parte sono le opere morte, così dette perché son fuori del vascello, le quali non sono altro che pezzi di legni o travi fatti avanzar fuori dei corpi delle galee per dar loro da quella parte maggior capacità, acciò che possano averci luoco i soldati e i marinari, i quali, senza l’aiuto di queeste che si chiamano opere morte e sono larghe e quasi lunghe quanto sono l’istesse galee, occupando maggior luoco, impedirebbono talmente gli offici della ciurma che non potrebbe vogare né far gl’altri servizi necessarii, né riposarsi. Sopra i posticci che sono parte delle opere morte si fermano i remi, i quali sono tanti quanti sono i banchi.

Portano le galee ordinariamente doi arbori, il amestro ed il trinchetto. Il maesto è collocato nella terza parte vicino alla prora e per le due parti lontano dalla poppa. Il trinchetto sta alla prora tra le rembate. Alcune volte si suole inarborare anco l’arbore della mezana tra l’arbore maestro e la poppa, come si dirà altrove. L’arbore maestro ha la sua antenna, la quale è fatta di dori lunghi legni legati insieme. La parte che sta verso la poppa è chiamata penna, ed è più lunga dell’altra e più sottile, alla quale si aggiunge perché sia più lunga un altro pezzo di legno che si chiama lo spigone, il qual non vi si aggiunge se non quando si vuole spiegar la vela. L’altra parte dell’antenna che sta verso la prora si chiama carro e questa è alquanto più grossa della penna e più corta. L’antenna del trinchetto è parimente divisa in due parti, come anco l’antenna della mezana. Portano le galee ordinariamente due vele: la maestra e il trinchetto. La maestra è di quattro sorti, ciascuna delle quali si adopera secondo il vento, come si dirà al suo luoco. Ed una sola di queste è quadra e si chiama trevo, le altre sono latine e si chiamano bastardo, borda, marabutto. La vela del trinchetto è una sola e nelle occorrenze si ristringe per la terza parte e quando si fa più picciola, si dice far il terzarolo, cioè ristringere il terzo della vela all’antenna con corde attaccate all’istessa vela, il che si suol fare anco nelle vele della maestra. Le vele delle galee bastardelle si sogliono fare per l’ordinario alquanto più grandi di quelle delle galee sottili.

Ogni galea porta il suo schifo dentro; alcuni sogliono tenerlo dalla banda destra all’ottavo banco, sopra certi cavalletti, ed altri in un remiggio pure all’ottavo banco,e ciò perché non aggravi troppo la galea da quelal parte e perché non dà tanto fastidio nel proeggiare, ma tenendolo sopra i cavalletti si ha questo vantaggio, che si voga un remo di più e la galea resta più libera.

Portano le galee quattro ferri o ancore per dar fondo, doi alla prora sotto le rembate e doi altri allo schifo e al focone, uno per banda.

Le galeotte, quanto alla forma, non sono punto differenti dalle galee, se non quanto sono più picciole, né portano rembate. Le minori sono di diecesette banchi, le maggiori non passano vintitre. Portano tutte l’arbore maestro, ma non tutte il trinchetto; hanno una sola coperta e sono vascelli velocissimi e molto destri, ed in particolare quando sono spinti a remi e proeggiano benissimo. Ma in Barbaria si fanno molte galeotte grandi come le galee ordinarie e molto simili alle galee, se non quanto non portano le rembate né il trinchetto inarborato, e lo fanno i padroni per non essere sforzati a servire al Gran Turco quando ne sono ricercati, come sarebbono se fossero galee, ché hanno quest’obligo, però le mettono fuori sotto il nome di galeotte.

I bergantini sono vascelli assai più piccioli delle galeotte, ma hanno l’istessa forma, eccetto che non portano laa corsia alta come è quella delle galeotte. Hanno una sola coperta e portano una sola vela che è la maestra; sono di otto ed al più di sedici banchi, vogati da altretanti uomini, ad un per banco; portano il remo assai lungo e sottile che si maneggia facilmente. Sono legni velocissimi e commodi, occupando poco luoco ed essendo molto atti ed agili al corso. Sono più usati dai Turchi che dai Cristiani.

Le fregate sono vascelli più piccioli dei bergantini, dei quali alcuni hanno la coperta ed alcuni non l’hanno, portano una picciola corsia e la poppa più bassa e meno rilevata dei bergantini. Sono di sei ed al più di dodici banchi ad un uomo per banco. Il loro remo è simile al remo del bergantino. Portano el fregate una sola vela, sono destre e veloci e massime quelle dei corsari. Quelle che si fanno per portar le mercanzie sono maggiori, né sono così veloci.

I vascelli minori, come le filuche, le castaldelle e gl’altri nominati di sopra, non hanno coperta e portano da sei sino a in diece remi tra tutti due le bande e si servono di una sola vela. Sono vascelli sottilissimi e camminano velocissimamente.

Capitolo V
Che secondo le imprese che si hanno a fare in mare si deve aver considerazione alla qualità dei legni che richiede ciascuna impresa

Ogn’arte che, come insegna Aristotele, ha per fine alcun bene al quale indirizzi le sue operazioni, deve aver considerazione ai mezi che le sono necessari per conseguirlo, come vediamo per esempio nella medicina, la quale, avendo per fine la sanità dell’uomo, si serve per mezo dei medicamenti e delle purghe; e nella politica che, avendo per scopo la quiete dei popoli, si serve delle leggi e degl’esempi per ottenerla.

Questo istesso deve fare il Generale o l’Ammiraglio della nostra Armata, la cui professione, avendo per mira la vittoria per conservazione e talora per augumento delle forse del suo Principe, deve aver particolar considerazione alla qualità dei vascelli che a quest’effetto gli bisognano, ed hanno a condur la potenza all’atto, perché alcuni son buoni per navigare nel mare Oceano, alcuni nel mar Mediterraneo, altri per condur soldati ed eserciti, altri per assaltar e soggiogar per forza lo stato d’un inimico, altri per sorprendere un luoco, o per corseggiare, o per dar il guasto e fare scorrerie nel paese inimico, o per guardia delle marine e riviere del suo signore, ed altri per combattere.

Pertanto se si averà a far un’impresa nel mare Oceano, avendo i venti largo campo di stendere il lor furore in quella vastissima campagna ed alzando, si può dir, mostruosamente l’onde con orribili procelle e spaventose tempeste, i vascelli che vi si adoprano hanno ad esser alti, forti e, come si dice volgarmente, ben reggenti, come sono le navi grosse ed i maggiori galeoni. Oltra che, essendo sforzati i naviganti, quando dalla fortuna sono trasportati, a far le centinaia e le migliaia di miglia con gran pericolo, se averanno i vasi robusti e sicuri, potranno resistere all’impeto del mare e, portando le vele quadre, girarli e governarli più facilmente e con minor pericolo; sì come le galee, essendo basse e debili, non si potranno mantenere e sarebbono in manifesto pericolo di perdersi. Per la qual cosa le armate dei Portoghesi e delli Spagnoli, fatte per la navigazione delle Indie Orientali, del Messico e del Mondo Nuovo, sono state sempre di vascelli grossi, come fu l’armata di Don Antonio per l’impresa del Regno di Portogallo; quelle del Re Catolico, Filippo Secondo, e del Principe d’Orange per l’impresa della Fiandra; quelle che fece la Regina d’Inghiilterra prima contra e poi in favore dei Francesi e Spagnoli, e quelle del Re di Danimarca e di Svezia; e l’istesso Re Catolico, quando passò di Spagna in Inghilterra a sposar la Regina Maria si servì di così fatti vascelli grossi, atti a difendersi dagl’insulti del mare.

Ma, avendosi a far un’armata nel amr Mediterraneo, si doverà aver maggior risguardo all’impresa che si doverà fare, e alla diversità delle provisioni che vi bisognaranno che alle difficoltà che si possono avere per le qualità del mare, nel quale si prattica con ogni sorte di vascelli, tanto da vela quanto da remi, e così grossi come piccioli, o quadri o latini che siano, con molta sicurezza e facilità. Onde avendosi a far un’armata per far acquisto a forza d’uno stato è necessario avere ogni sorte di legni, perché le navi grosse, i galeoni e gl’altri simili vascelli servono per condurre la cavalleria e l’artigliaria, le munizioni, l’arme, la vettovaglia e i soldati. Le galee servono a condurre la soldatesca per guardia e scorta degl’altri vascelli e particolarmente dei grossi, i quali, restando in calma, hanno bisogno d’esser remurchiati. Servono anco per poter fare più speditamente un’impresa, o alcun altro servizio, dove si ricerchi prestezza. Servono per antiguardia, per riconoscere l’inimico e ‘l paese e per occupar improvisamente alcun porto o fortezza, potendo esser condotte per la leggierezza e agilità loro, e perché, come si suol dire, portano il vento in corsia, più nfacilmente degli altri vascelli dove richiede il bisogno. I vascelli piccioli da remo come sono le fregate, i bergantini, le filuche e gl’altri simili, potendosi facilmente avvicinare al lito, servono per sbarcare prestamente alcun numero di soldati con i quali fortificati in un squadrone si possa assicurar lo sbarco del resto dell’essercito. Le barche, i leuti, le tartane, le saettie e gl’altri vascelli di vela latina servono ach’essi per portar la vettovaglia, le munizioni, e l’altre cose necessarie all’esercito, come anco per legname, ferramenta, calce e altra simil materia atta, occorrendo, a fabricar subito nello stato dell’inimico le fortezze; e che così sia si può facilmente vedere per le armate fatte dai Greci, dagl’Asiatici e dai Romani e ai tempi più moderni da Carlo Quinto, dai Turchi e dal Re Catolico.

Gl’Ateniesi, volendo passare all’acquisto dell’isola di Sicilia, ragunorono a Corfù un’armata di centotrentaquattro galee delle quali cento erano Ateniesi; e di queste sessanta veloci e l’altre, che portavano i soldati, erano dei confederati. Ve n’erano due Rodiane di cinquanta remi l’una; v’era un naviglio deputato al passaggio dei cavalli chiamato hippagoga. V’erano trenta navi da carico, le quali portavano vettovaglia e l’altre provisioni necessarie ed officiali, come fornari, muratori, fabri e tutti gl’instrumenti atti a far muraglie. V’erano cento altre navi da carico che seguitavano spontaneamente l’esercito con vettovaglie e mercanzie.

I Romani, volendo far l’impresa di Lilibeo per soggiogar affatto la Sicilia, fecero un’armata sotto il Consolo Lucio Giunio di sessanta legni grossi da remo e di centovinti altri vascelli grossi, oltra uun gran numero d’ogni sorte di legni piccioli per condur le vettovaglie e l’altre cose necessarie a quell’impresa che fecero in tutto il numero di ottocento legni.

Scipione, volendo passar in Africa all’acquisto di Cartagine, mise nel porto di Lilibeo un’armata di quaranta vascelli grossi da remo e circa quattrocento altri d’ogni sorte, con i quali condusse l’esercito all’acquisto dell’Africa con tutte l’altre provisioni necessarie a quella guerra.

Serse passò nella Grecia con un’armata di milletrecento legni in gran parte da remo, il resto era da carico e d’ogni altra sorte più piccioli.

Antioco parimente condusse un esercito dall’Asia nella Grecia con un’armata di quaranta navi coperte, di sessanta aperte e di ducento da carico piene d’ogni sorte di vettovaglia e d’altre provisioni da guerra.

Carlo Quinto per l’acquisto d’Algieri fece una numerosa armata di ogni osrte di legni, enlla qual furono molte navi Genovesi cariche di soldati Italiani e Tedeschi, e vi furono trentacinque galee con le quali l’Imperatore passo all’isola di Maiorica. Vi condusse anco Don Ferrante Gonzaga le galee di Sicilia con cinquanta navi grosse, nelle quali oltra la gente e la cavalleria, portava molta provisione di biscotto e d’ogni sorte di vettovaglia che sarebbe bastata gran tempo e molti pezzi d’artigliaria con la lor munizione. Vi furono le galee di Spagna condotte dal Mendozza, con le quali erano anco cento navi e poco meno d’altritanti legni piccioli con i quali condusse gran quantità di vettovaglia e cavalleria con molti nobili cavallieri e soldati.

Solimano gran Turco per l’acquisto dell’isola di Malta mandò sotto il governo di Pialì Bassà un’armata di centoquarantadue galee, d’otto maone, di quattro caramusalini e d’undici navi grosse per condur vettovaglie e munizioni oltra molti bergantini e fuste e fregate e gran quantità di battelli.

Selim secondo mandò all’acquisto dell’isola di Cipro sotto il reggimento dell’istesso Pialì un’armata di centosessanta galee con un gran numero di galeotte, palandarie, fuste, schirazzi e caramusalini, che in tutto ascendevano a trecentocinquanta vele.

L’istesso Selim, volendo ricuperar alcuni luochi in Barbariia, mandò sotto il governo di Sinam Bassà un’armata di centosessanta galee sottili, di trenta fra navi e maone e diversi altri vascelli da condurre arme, vettovalgie, munizione ed altre robbe per l’esercito.

Filippo Secondo Re Catolico mandò per l’acquisto dell’isola delle Gerbe sotto il Duca di Medinaceli trentacinque galee, doi galeoni, ventotto navi, dodici grippi, undici galeotte, sette bergantini e sedici fuste.

L’istesso Re mandò Don Garzia di Toledo in Africa con un’armata di centotredici galeee e cento navi, col galeone di Portogallo e con molti altri vascelli di diverse sorti, per conquistar la famosa fortezza del Pignone.

Ma oltra li sudetti legni, avendosi a far lo sbarco dell’esercito in paese inimico, sono necessarie molte barche o barconi o battelli piatti di fondo per accostarsi a terra con quel maggior numero di persone che possano portare, per sbarcar con ogni prestezza tutto l’esercito; i quali barconi quando non si possano portr dentro ai vascelli maggiori si deveno rimurchiare per poppa perché siano pronti a tutte l’ore.

Questa provisione fece il glorioso Lodovico re di Francia quando andò a combatter Damiata, perché tra tutti gl’altri ordini e provisioni che fece nell’isola di Cipro, dove si era ridotta tutta la sua armata, ordinò in particolare che si facesse un gran numero di schifi, di fregatine e di barche picciole per poter subito sbarcar tutto l’esercito in un tempo, il che fu di grandissimo giovamento a quell’impresa; perciocché non avendo gl’inimici lasciato entrar nel porto di Damiata il Re in poco spazio di tempo, messi in mare gl’apparecchiati piccioli legni, contra voglia dell’inimico sbarcò tutto l’esercito e prese la città. Con barche simili l’anno 1558 un’armata di settanta navi Fiaminghe ed Inglesi mise gente in terra in un luoco chiamato la Conquista nella costa di Bretagna, dove, essendovi corsi gli abitatori per proibir lo sbarco, i Fiaminchi gettati in mare quindici gran battelli di fondo piatto condotti per quest’effetto, ciascuno dei quali portava gran quantità di persone, sbarcorono in poco tempo circa sei o sette milia persone, scacciorono i terrazzani ed abbrusciorono il luoco.

Ma per surprendere un luoco o per corseggiare o dar il guasto ai paesi inimici, o per guardare il suo, si deveno adoperar le galee e gl’altri legni da remo, perché, dependendo la riuscita di simili imprese dalla diligenza e dalla destrezza, se ’l capitano non averà pronti i legni piccioli e leggieri per spingerli a remo, quando gli manchi il vento, come accade spesso, dove e quando e come vorra per il fin del suo disegno, perderà l’occasione e ‘l tempo; ed essendo scoperto, non solamente non farà alcun acquisto, ma, quando anco l’effetto corrisponda alla speranza, potrà alcune volte correr rishcio di ricever notabil percossa nell’onore, e forse di non poter salvarsi facilmente.

Però i vascelli che vanno solamente a vela, così latini come quadri, non sono buoni per simili imprese, perché quantunquue si movessero a fine di far una surpresa con buono e prospero vento, con tutto ciò per l’instabilità del tempo e del mare, non se ne può aver certezza alcuna, potendosi nel più sostanzial punto dell’occasione voltare il vento ed in cambio di portar il capitano al luoco determinato sforzarlo ad andar altrove, e molto spesso a divider l’armata, la qual forse non si potrebbe rimettere insieme tanto presto che non passasse l’occasione e si sarebbe gettata via la spesa con dispiacer del cattivvo esito dei disegni, il quale eziandio che fosse buono, potrebbono i venti contrarii impedirgli la ritirata di maniera che gli bisgnarebbe lasciar l’acquistato e talora perder anco il proprio con l’istessa vita. Con le galee aduunque e con i vascelli da remo si deveno far queste imprese, come dai seguenti esempi si potrà comprender più facilmente.

I Cartaginesi nella Seconda Guerra Punica, pensando di poter improvisamente surprendere il porto di Lilibeo ed anco la città, vi mandarono un’armata di cinquantacinque quinqueremi. Caio Claudio con le triremi dell’armata romana, con tre quadriremi Rodiane e con tre Ateniesi, surprese felicemente, saccheggiò e distrusse Calcide. Sebastiano Veniero, Proveditor generale dell’isola di Corfù, andò a surprendere Soppotò con diece galee. Marco Quirino con vent’una galea surprese la fortezza di Braccio di Maina nella Morea. I cavallieri della religione di San Giovanni, oggi detta di Malta, con le loro galee surpresero castel nuovo l’anno 1601. Giacomo Anghirami parimente con le galee del Gran Duca di Toscana,d elle quali è ammiraglio, in pochissimo tempo ha fatto diverse surprese di molti luochi; ed in particolare della Prevesa, di Castel Rugio, di Bona, de Gigeri e d’altri luochi, oltra che, andando in corso, haa preso con le medesime galee un gran numero di vascelli Turcheschi, e il Marchese di Santa Croce, generale delle galee di Napoli, l’anno 1606 surprese con esse Durazzo, il quale era un sicuro ricettacolo di corsari che continuamente ingestavano le riviere della Puglia, della Calabria e della Sicilia, e l’abbrusciò insieme col castello, e con l’istesse galee andò all’impresa dell’Aracce in Barbaria, e l’anno passato surprese l’isola di Cherchen con gran dimostrazione del suo valore, sforzandosi d’imitar continuamente le gloriose azioni del Marchese suo padre, che è stato uno dei più coraggiosi e più prudenti capitani maritimi che abbiano acquistato grido degno di memoria, come fanno fede le segnalate vittorie da lui ottenute molte volte dei suoi inimici. Con simili vascelli da remo si è sempre corseggiato, e tuttavia si corseggia il mare, si saccheggia e si dà il guasto ai paesi inimici. Scipione mandò Lelio a corseggiare e saccheggiare in Africa con galee vecchie restaurate; Perseo, re di Macedonia, mandò Antenore e Calippo, suoi capitani, con quaranta lembi e cinque pistri all’isola di Tenedo, perché, allargandosi quindi per l’isole Cicladi, oggi chiamate l’Arcipelago, corseggiassero per quel mare, e defendessero le navi dei Macedoni, che andavano con formento in Macedonia; Ariadeno Barbarossa, Dragut e Mustafà Bifi che fu preso nel mar Adriatico da Cristoforo Canale, Sala Rais che fu scacciato e rotto da Pandolfo Contarini, Vluzzali, Caracosa e molti altri famosi corsari, e ultimamente Amurat Rais, famosissimo per i molti danni fatti ai Cristiani, hanno corseggiato e sempre infestato le nostre riviere con galee, fuste e bergantini.

Ma questi legni non solamente sono buoni per il corso e per danneggiare, ma sono anco atti a far la guardia alle marine. Dal Senato Romano fu commesso a Publio Licinio Varo, pretore, che con cinquanta galee bene armate difendesse la riviera del mar vicino a Roma. Gl’Ateniesi, essendo continuamente infestati i lidi loro dai corsari di Calcide, mandorono tre quadriremi Rodiane e tre Ateniesi per guardia delle lor marine. Con una grossa squadra di galee guarda la Repubblica di Venezia continuamente le riviere dell’Istria, della Dalmazia e di tutto il mar Adriatico, e con altre squadre assicura le isole del suo dominio. Altrotanto fa il re di Spagna intorno all’isole di Sicilia, di Sardegna e di Maiorica, ed alle riviere del Regno di Napoli e di Spagna, ed il Gran Turco mantiene una perpetua guardia di galee per l’isole di Rodi, di Metelino, di Cipro, dell’Arcipelago e delle riviere che possiede nel mar Mediterraneo.

Ma, avendosi un’armata per venir al fatto d’arme in mare, si doverà principalmente aver considerazione alla qualità dei legni che averà l’inimico, il che facilmente si potrà saper dalle spie o congetture, dalle forze, dalla qualità del mare o del paese che l’inimico possiede. Perché, se l’armata sarà di vascelli grossi e quadri, si doverà procurar di opporle un’armata di simili vascelli, per poterle star a fronte con egual forza, come ordinariamente s’usa nelle armate che si fanno nell’Oceano. Ma le armate messe in altri tempi nel mar Mediterraneo per comabttere in mare, così dai Greci e dagl’Asiatici, come dai Romani e dai Cartaginesi, ed a’ tempi più moderni dai Turchi e da altri, tanto infedeli quanto Cristiani, sono state sempre di vascelli da remo, come sono le galee, le galeotte e le galeazze, ed altri più piccioli legni, essendo questi per l’agilità e destrezza loro più atti alla battaglia, onde son chiamati vascelli da guerra e son connumerati tra l’arme e tra le forze dei potentati. Questi legni, per venir al fatto d’arme in mare, sono migliori di tutti gl’altri, si possono metter più facilmente in ordinanza e meglio accommodar e maneggiare nei siti avantaggiosi; possono tracheggiare, cioè ferirr da lontano, ed affrontar l’inimico con minor pericolo, e quando si abbia a venire alla zuffa possono emglio abordarsi seco, ritirarsi e darsi soccorso l’uno all’altro e dar la caccia più speditamente e e nell’avversa fortuna anco meglio salvarsi. Con le quali prerogative e vantaggi causati dall’agilità di questi vascelli, che nelle fazioni di guerra navale sono di notabil consequenza ed utilità, quando siano bene intesi, si possono superar molte difficoltà e far grandi acquisti, e tanto più che per la forma sono capaci di molta gente da combattere, al qual si può disporre in modo che non vi sia palmo di luoco che non sia difeso; oltra che per la bassezza loro non possono esser facilmente danneggiati dall’artigliaria, e si può saltar facilmente da un legno all’altro, e combattere da fronte a fronte, come si fa nelle battaglie terrestri, e quasi come si fa in un’aperta campagna, il che non succede negl’abbattimenti che si fanno con le navi e coi galeoni, perché, essendo molto alti, il combattere con loro non ha pi+ tosto forma di assalto e di batteria di fortezze che di battaglia. Per i quli rispetti le armate che averanno a combattere nel mar Mediterraneo si doveranno fare di questi vascelli da remo, che, quanto alle galeazze, essendo elle i baloardi delle armate, e non potendo per la gravezza loro e per la gran quantità dell’artigliaria e dei soldati che portano, esser preste nelle imprese, averanno a collocarsi in luoco opportuno per difesa dell’armata; e quando non vi siano le galeazze, potrà il capitano servirsi delle navi e dei galeoni come al suoluoco si dirà. Ma le galee averanno a dar la forma a tutto il corpo dell’armata per l’attitudine, destrezza e leggerezza loro. Le galeotte, le fuste e i bergantini, per esser vasi di minor forma, e non così atti ad urtare, o come dicono ad investire e sostener l’impeto dell’inimico, e perché portnao minor numero di persone e poca artiglieria, servono per andare inanzi, come più agili e più veloci a far la scoperta e riconoscer l’inimico, e tanto più che essendo più piccioli delle galee, sì come entrano facilmente per tutto, così non sono facilmente scoperti dagl’inimici. Le filuche e gl’altri legni minori sono rimurchiati anch’essi per poppa dalle galee, e per esser piccioli e destri, si mandano intorno e dove occorre, per tutta l’armata servono a far le ambasciate e per ogn’altra simile occasione che possa avenire ed alcune volte nelle avversità hanno messi in sicuro e salvati i lor capitani. Onde si cava che i vascelli da remo sono stati sempre in prezzo per le battaglie e imprese navali, anco grandissime nel nostra mar Mediterraneo, come si potrebbe mostrar con infiniti esempi antichi e moderni allegati dai buoni auttori. Ma perché presupponiamo non esser necessario stenderci tanto innanzi, si fermaremo in quattro solamente che, essendo notissimi e celeberrimi, bastaranno per tutti gl’altri, dai quali si vederà che in diversi tempi e tra diverse nazioni sono seguiti con le armate dei vascelli da remo i maggiori abbattimenti che siano mai occorsi in mare alla memoria degl’uomini, i quali sono questi.

Il Salaminio che successe tra Serse e i Greci. Il Siculo dei Romani contra i Cartaginesi. L’Aziaco di Ottavio contra Marcantonio; e quello dell’Echinade o Curzolari delle armate Cristiane contra i Turchi.

Nel primo ebbe Serse contra i Greci a Salamina un’armata di mille vascelli in gran parte triremi ed il resto d’altri legni minori tutti da remo. I Greci ebbero un’armata della quale era capitano Temistocle, di trecento e più legni tra galee ed altri vascelli da remo.

Nel secondo i Romani nella famosa battaglia che ebbero in Sicilia con i Cartaginesi e fu la maggiore di quante siano state mai tra quelle due repubbliche sotto li consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio; condussero un’armata di trecentotrenta legni grossi tutt da remo che a trecento vogatori e centovinti combattenti per uno, portavano più di centoquarantamillia uomini; ed i Cartaginesi sotto il governo di Hannone e d’Amilcare combatterono con trecentocinquanta legni, tutti parimente da remi.

Nel terzo Marcantonio ne ebbe cinquecento, molti dei quali ernao di otto o di diece remi per banco; ed Ottavio ne ebbe duecentocinquanta.

Il quarto ed ultimo del 1571 che è stato uno dei maggiori e più segnalati che si sappiano, sì per il numero dei vascelli, come per aver i Cristiani ottenuta una così gloriosa vittoria, quasi con l’intiero acquisto dell’armata inimica, che si trovò nella battaglia; fu da parte della Lega di ducentouna galea, di sei galeazze e di alcune fuste e fregate, oltra vintiquattron navi che seguitavano l’armata con vettovaglie, ed altre munizioni, e, dalla parte fu di ducento quaranta legni tra galee, galeotte e fuste. Ma, se bene le armate che si fanno per la battaglia, deveno esser di vascelli da remo (come si veduto), si deve anco far provisione di navi grosse e di galeoni, tanot per condurre appresso le armate abondante vettovaglia e munizioni, quanto per valersene in luoco delle galeazze, quando non ve ne fossero. Onde dopo la vittoria della Lega Cristiana tra l’altre risoluzioni questa fu la principali, che s’armassero a spese communi quaranta navi grosse, le quali con vettovaglie, con palle di ferro e polvere per vintimillia tiri e con altre provisioni daa guerra, seguitassero l’armata, e quando l’anno 1572 i Generali dell Chieisa e di Venezia furono per venir a battaglia col generale Vluzzalì, opposero, come propugnacolo, ai Turchi le navi grosse inanzi all’armata delle loro galee. E perché non solo l’armata ma ogni squadra particolare ha una galea, overo nave capitana, o reale, dai Romani chiamata Pretoria, la qual porta lo stendardo generale che precede a tutti, non solo nelle navigazioni, ma anco nelle battaglie, dalla quale escono tutti gl’ordini e tutti i commandamenti ed il moto di tutta l’armata, navigandovi il Principe o il suo Generale, si doverà eleggere un vascello a questo effetto che in tutte le qualità superi di gran lunga gl’altri, e sia più riguardevole e più perfetto e meglio armato di ciurma e di soldati, a fine che possa governarsi meglio e difendersi dall’inimico, essendo cosa certa che nella battaglia si fa sempre ogni sforzo per vincere, e abbattere la galea capitana o reale, vedendosi che dalla perdita di essa il più delle volte succede la ruina e dalla sua conservazione depende la vittoria di tutta la giornata.

Il che si vide manifestamente nella battaglia che seguì tra i Romani e i Tarentini, perché non sì tosto i romani videro morto Quinzio lor capitano e la nave pretoria presa dagl’inimici, che restorono affatto avviliti e spaventati di maniera che, fuggendo le galee in più parti, alcune si sommersero, e l’altre furono sforzate a dare in terra, e poco dapoi vennero anco nelle mani degl’inimici. Il simile avvenne a Filopemene, ed ad Antioco, come in altro luoco si dirà. Però quando Pirro passò con l’armata in Itlia, volse che’l suo vascello fosse maggiore degl’altri, eleggendosi una settireme, la quale servì poi anco per capitana d’Annibale primo, capitano dei Cataginesi. Nella battaglia che abbiamo detto essere stata fatta in Sicilia, le navi pretorie dei doi consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio eccedevano di grandezza tutte l’altre di quell’armata, essendo di sei remi per banco, dove il resto era di quadriremi e quinqueremi, e per concludere con esempi moderni, le due galee reali dell’armata della Lega Cristiana e del General dei Turchi fuono maggiori dell’altre galee e più conspique per grandezza e per ornamenti; onde, riconosciutesi l’una l’altra, prestamente si andarono a ferire, quasi doi ferocissimi leoni, e Vluzzalì, essendo dechiarato general dell’armata Turchesca l’anno seguente alla vittoria navale, considerando quanto importasse che ‘l capitano avesse vantaggio di vascello per la sua persona nelle imprese di guerra, tra le altre galee che fece fabricar per uscir fuora più formidabile, fu quella che doveva esser la sua capitana generale, mettendovi studio particolare acciò che riuscisse bellissima, fortissima e frandissima, e fu di trentasei banchi, portando un gorssissimo e lunghissimo remo a proporzione della sua insolita grandezza. Della qual galea uscì voce fuori che sarebbe stata meravigliosissima di maniera che Sultan Amurat, tirato dalla fama della grandezza e bellezza sua, si mosse di Costantinopoli per andar a vederla sino alla torre della Laguna.

Capitolo VI
Dei modi di proveder qua si voglia numerosa armata dei vascelli necessariamente

Essendosi nel passato capitolo parlato delle qualità dei vascelli che bisognano per ciascuna impresa, resta nora che vediamo come si possa trovarne e formarne quel numero che sia necessario ad un’armata. E per quanto si stende il giudicio mio, credo, che i modi più principali e più riuscibili siano quattro: cioè fabricare vasi nuovi, racconciar ed accommodare i vecchi, procurar d’averne dai Principi amici e pigliare a nolo i mercantili che mostrino poter esser atti al servizio d’un’armata; di che parlaremo nel presente capitolo.

Quanto al primo, che è fabricar vasi nuovi, vi si deveno aver cinque principali considerazioni. La prima è che si deve usar diligenza per non perder tempo in fabricarli; la seconda che’l luoco dove si averanno a fabricare sia conveniente all’opera che si averà a fare; la terza che i maestri siano intendenti di questo mestiero ed in numero corrispondente al bisogno; la quarta, che la materia sia buona e nel suo genere molto perfetta; la quinta cche la forma loro sia bella ed utile e commoda a chi doverà servirsene.

Quanto alla prima, perché il tempo perduto non si può mai più racquistare, mettasi tutta l’industria per non ne gettar via una minima quantità, ancorché ne fosse per avanzar nella fabrica dei legni che bisognano, potendo esser impedita l’opera da diversi accidenti. Ma, se ’l tempo fosse breve e non fosse impossibile condurla a fine, si camini inanzi animosamente e si usi ogni maggior diligenza per non lo perdere. Però si faccia venire buona maestranza e materia da ogni parte, e si solleciti il lavoro, quanto più si potrà, assicurandosi che con la sollecitudine e con la destrezza si sono fabricate armate in breve spazio di tempo, che parevano d’impossibile riuscita. Dice Poliobio che i romani, ancor che novi ed inesperti, misero in mare cento quinqueremi e venti triremi in doi mesi dopo che fu tagliato il legname e non solo le fornirono, quanto alla fabrica ma anco di tutto il resto. E Scipione nella espedizione d’Africa fece fabricar con l’aiuto dei Toscani quaranta navi, cioè trenta quinqueremi e diece quadriremi, sollecitando il lavoro in persona sì fattamente, che in quarantacinque giorni dal dì che ‘l legname era stato levato dalle selve, le navi furono fabricate, armate, fornite d’ogni cosa e messe in acqua.

Ed ai tempi nostri si è veduto Selim gran Turco, dopo la rotta avuta nel golfo di Lepanto l’anno 1571, in cinque mesi d’inverno fabricar tante galee che l’anno seguente mandò contra i Cristiani sotto il governo di Vluzzalì una più numerosa armata che quella dell’anno precedente, avendo messo in acqua centotrentadue galee e dodici maone.

Dai quali esempi si vede che, usandosi diligenza, si possono far le armate anco in poco tempo. Onde i principi che hanno stati grandi in mare e che sono molto spesso sforzati a fare improvisamente ed in breve spazio di tempo numerose armate ad offesa ed a difesa avrebbono a tener sempre l’arsenali loro forniti non solo di vascelli fabricati, ma anco d’ogni sorte di materia necessaria all’arte nautica e di buona maestranza per potere in poco tempo farne degl’altri e fornirli di quanto bisogna.

Il che è stato sempre con incredibil diligenza esequito dalla Repubblica di Venezia, che veramente in questo non solo agguaglia, ma avanza tutti quelli che mantengono armate nel mar Mediterraneo, tenendo in Venezia un arsenale che, oltra la bellezza della fabrica e dell’ordine delle officine, è copiosamente fornito tanto di galee e d’altri vascelli novi, quanto d’ogn’altro apparecchio necessario alla fabrica e provision d’un’armata; onde è veduto e lodato con stupor d’ognuno e mostrato ai Principi come cosa meravigliosa, anco per l’abondanza della materia e perché mantiene un numero grande di operari pagati continuamente. Però vediamo che quella Republica in diverse occasioni, tanto per suo interesse, quanto anco per sovvenir gl’amici nei bisogni in pochissimo tempo ha messo armate grossissime in mare, e particolarmente a’ tempi nostri l’anno 1570 e 1571, e quelli che seguirono, mentre durò la guerra col gran Turco; perché per la sua parte mise in mare maggior numero di galee dei collegati, e più dell’obligo che aveva, oltra le galeazze ed oltra molte altre che mantenne armate nel mare Adriatico, e prestò anco a Papa Pio V dodici galee che si trovorono l’anno 1571 nella battaglia navale all’isole dei Curzolari. Ora, tornando alla diligenza che si deve usare acciò che i vascelli siano prestamente fabricati, dico che sarà molto a proposito deputar uomini prattici che vi sopraintendano e vi assistano continuamente, perché siano lavorati e condotti a perfezione con ssomma diligenza. I deputati doveranno esser persone qualificate d’auttorità e versate nella profession marittima, acciò che non solo siano obediti, ma temuti ancora per l’opinione che si abbia della sufficienza loro.

Per la qual cosa Amurat, gran Turco, sapendo quanto importasse che la sua armata che si faceva in Costantinopoli l’anno 1575, fosse ben fatta e con prestezza ne diede la sopraintendenza ai più principali uomini che avesse nella sua corte nel mestiero dellee cose maritime che erano allora Mehmet Bassà e Vluzzali, oltra altri segnalati personaggi; e la Republica di Venezia oltra che tiene un magistrato continnuo di tre suoi nobili cittadini che risiedono nell’istesso arsenale per il publico e vedono ogni dì minutamente quello che vi si fa, crea anco di tempo in tempo alquanti Senatori di maggiori auttorità che si congregano spesso con li tre predetti officiali che abitano mentre dura il loro officio in case contigue all’arsenale, per consultare le materie appartenenti alla nautica e occorrendo alcuna difficoltà che abbai bisogno di maggior discussione ricorrone al Principe ed al Senato il qual provede a tutti i bisogni dell’arsenale abondantissimamente, concedendo anco molti privilegi a quelli che vi lavorano. E perché la presenza del Principe infiamma meravigliosamente i ministri all’opera, se l’arsenale non sarà molto lontano, sarà di gran giovamento al servizio publico che egli o in suo luoco l’Ammiraglio vi si lascino veder qualche volta con l’esempio di Scipione, il quale, sollecitando con la presenza sua la fabrica dell’armata come si è detto di sopra, fu principalissima causa che in quarantacinque giorni si fornisse.

La seconda considerazione che si deve avere nel far l’armata è del luovo dove si averà a fabricare, che ordinariamente suol essere un arsenale, della cui forma e qualità lasciando che ne trattino gli architetti come di materia appartenente al lor mestiero, dirò circa il luoco; che si deve prima considerare se il Principe ha uno o molti arsenali, e saper come siano capaci e in qual sito stiano, perché, sebbene ne avesse molti ma che un solo di essi fosse capace della fabrica di tutti i vascelli che si avessero a fabricare e fosse in sito commodo per la maestranza e per la materia, questo solo si dovrebbe eleggere per farci l’armata, perché facendosi tutti i vascelli in un luoco si farebbono non solamente più presto e con maggior commodità, ma ancora con minore spesa. Il che considerando, Sigismondo Re di Polonia, chiamato Augusto, poi che ebbe deliberato l’anno 1572 di far una grossa armata contra il Re di Danimarca, giudicò che più commodo d’ogn’altro fosse l’arsenale di Danzica, città posta su le riviere del mar Sarmatico e dell’Oceano settentrionale, come quello che aveva vicini i boschi pieni d’alte e grosse querce e d’altri legnami basteboli a far qualunque numerosa armata, non mancando anco in quei contorni tutte l’altre cose necessarie a sì fatto ministerio. Ma, quando un solo arsenal enon fosse capace della fabrica di tutti i legni o non vi fosse la materia necessaria, e ‘l Principe ne avesse de gl’altri, si dovrà divider l’opera tra essi e particolarmente tra quelli che potranno più somministrar la commodità che abbiamo detto; acciò che con maggior prestezza in un istesso tempo si attenda alla fabrica di tutti i vascelli.

Così fece Selim gran Turco, il quale per far un’armata l’anno 1572 con la maggior prestezza che fosse possibile, non essendo l’arsenale di Costantinopoli capace del numero delle galee e degl’altri legni che voleva metter fuori,gli fece distribuire in altri arsenali ed in brevissimo tempo fabricò tutta l’armata in Costantinopoli, nel mar Maggiore e nell’Ellesponto; e quando sia necessario far così la maestranza si averà a compartir tra gl’arsenali, secondo la materia che sarà in ciascuno di essi.

Oltra le sopradette considerazioni si doverà aver l’occhio anco al sito dell’arsenale quanto alla sicurezza; perché se sarà dentro ad una città popolata e forte e l’uscita sarà nel porto, non occorrerà fortificarlo con cortina né con fianchi, né meno tenervi guardia di soldati per difenderlo dagl’assalti deglinimici, dovendo esser difeso e guardato dall’istessa fortezza della città; ma basterà che in quel luoco si tenga una buona guardia il giorno e la notte per il pericolo del fuoco che vi si potesse attaccare, tanto casualmente quanto per malignità d’altri che v’entrasse con animo cattivo sotto color di maestranza o d’alcuna altra invenzione, essendo cosa chiara che l’inimico che aspetta la guerra non lascia adietro occasione d’impedire e disturbare il suo inimico con la maggior commodità e con la minore spesa che possa; e sapendo che non si può far guerra maritima senza vascelli, doverà procurar, quando potrà, di levarli all’inimico non solo con distruggere ed annichilare i fatti, ma con disturbare ed impedir la fabrica di quelli che presupporrà doversi fare; e sapendo che per esser l’arsenal forte e ben guardato non potrebbe farlo aa viva forza, usarà ogn’industria per condurre a fine l’impresa con l’intelligenze. Il che né con migliore, né con più sicuro modo si può mandar ad effetto, che con farvi attaccar fuoco, perché, essendo l’arsenale un ridotto di materia combustibile, al qual consiste nel legname, nella pece, nella stoppa, nel canape e nelle telle e munizioni di artigliaria, è facil cosa che o per accidente o per malizia ed intelligenze vi sia attaccato il fuoco, il quale poi in brevissimo tempo, trovando la materia disposta, senza che quasi vi si possa porgere alcun rimedio, consumi e distrugga il tutto. Onde viene l’inimico in poche ore e con poca fatica a conseguir quello che con infiniti travagli e spese ed in molto tempo forse non potrebbe ottenere, come seguì l’anno 1569 nell’Arsenal di Venezia, dove in pochiissimo tempo, essendosi attaccato il fuoco nella munizione con orrendo strepito e miserabile ruina, abbrusciò non solamente una parte dell’arsenale e delle galee ed altre munizioni che v’erano, ma fece anco molti danni a molte case della città, benché lontane, né fu senza sospetto che vi fosse stato attaccato per tradimento d’uomini corrotti con danari dagl’emuli della felicità e grandezza di quella republica, avendo mostrato particolarmente Sultan Selim di sentirne molta allegrezza per il disegno che aveva di levarle il regno di Cipro. Ma se l’arsenale sarà fuori della città, overo se la città non sarà forte, si averà a farlo sicuro dagl’insultii degl’inimici con cortine e fianchi, come ricerca la buona regola della fortificazione, e vi si doverà tenere continuamente buon presidio di soldati, e buoni pezzi d’artiglieria per guardarlo, acciò che l’inimico non possa venir per forza ad abbrusciarlo o farli altri danni, o in altro modo a disturbar la fabrica dei vascelli; il che facilmente potrebbe fare quando non fosse ben fortificato e guardato, come fecero i popoli di Corfù, i quali, essendo restati signori del mare per una rotta data ai Corinzi, andorono ad abbrusciare l’arsenale di Chiarenza degl’Eliensi per vendicarsi dell’aiuto d’arme e di denari che avevano dato ai Corinzi. Il qual danno sentirono gl’Eliensi per non essere il loro arsenale fortificato ben custodito, e l’anno 1501 il Pesaro Generale dell’armata veneziana, sapendo che alla Prevesa erano state fabricate dai Turchi e messe in acqua molte galee e che erano poco guardate, andatovi con otto galee elette, non solo menò via undici galee delle novamente fabricate, ma abbrusciò anco le vecchie che erano nel porto con una parte della materia apparecchiata per quell’armata, portandone via anco un’altra parte.

Oltra di ciò, perché può occorrere facilmente che ‘l Principe non abbia un arsenale capace di tutto il numero dei vascelli che vorrà mettere in mare e che perciò sia sforzato a fabricarli in luoco aperto, o ridurrà insieme tutti i legnami in un luoco alla marina per trasportarli poi con commodità all’arsenale; nell’uno e nell’altro caso si doverà far elezione d’un luoco che sia spalleggiato da alcuna fortezza o torre che lo guardi, o assicurarsi con buone trinciere e forti, mantenendovi sempre un buon numero di soldati e qualche pezzo d’artgliaria, perché la materia e i vasi fatti restino sicuri dagl’incendi e dalle insidie degl’inimici, i quali, sapendo il pericolo in che si trovassero, farebbono ogni sforzo per distrugger ogni cosa.

Così fecero i Siracusani quando furono avisati che gl’Ateniesi avevano fatto grande apparecchio di legnami per far delle navi nel paese di Caulonia perché andorono subito con undici navi ed abbrusciarli. E Campson Gaurio Soldano dell’Egitto, avendo disegnato l’anno 1510 di far un’armata per impedire ai Portoghesi la navigazione dell’Indie e mandato perciò a tagliare i legnami nel golfo di Laiazza, il gran Maestro di Rodi Frate Amerigo d’Ambuosa, avisatone, mise insieme un’armata di ventidue vele e la mandò nel medesimo golfo per distrugger quell’apparecchio, la quale, essendosi incontrata con l’armata del oldano che ivi stava per imbarcar i legnami e azzuffata seco, la Rodiana restò vittoriosa, e sbarcando dapoi in terra la gente saccheggiò le capanne, le trabacche e i padiglioni piantativi dai Mamaluchi senza alcuna guardia, né trinciere ed abbrusciò i preparati legnami, né volse partirsene, sin che tutte le provisioni ed apparecchi non furono convertiti in cenere.

La terza considerazione è intorno alla maestranza per esser quella che dà la forma e la perfezione alla materia circa la quale si doverà aver l’occhio al numero non meno che all’eccellenza dei maestri che si trovarà avere il Principe, cioè, se saranno intendenti ed in tanta quantità che possano dar buon fine all’opera e quanto al tempo e quanto alla perfezione dei vascelli perciò che quando non se ne avesse un numero bastante, o che fossero molti, ma non avessero a far buona riuscita, si doverà usar ogni diligenza per farne venir maggior quantità ed i più eccellenti che da ogni luoco si potessero avere acciò che i vascelli siano prestamente e intieramente stabiliti, il che consiste nella velocità, nella fortezza, e nella bellezza. E benché in tutti i paesi dove siano maremme o liti, o riviere di mare, si sogliano trovar maestri di simil professione, nondimeno si trovano ordinariamente più in un luoco che in un altro, secondo che l’arte marinaresca è esercitata più in un paese che in un altro onde i maestri prendono fama e grido ed in effetto, essendo impiegati in lavori d’importanza, che si fanno nei luochi più celebri, si deve credere che siano ottimi. Tali saranno quelli che si averanno da Venezia, da Napoli, dalla riviera tutta di Genova e per la fabrica delle navi e dei galeoni sono grandemente stimati i maestri Ragusei, i Portoghesi e gl’Inglesi.

Onde, per condurli con ogni prestezza, non si doverà guardar a spesa alcuna, anzi si doveranno allettare a servire con promesse e grossi stipendi e premi, essendo proprio di tutti gl’uomini mercenari andar volentieri in ogni luoco dove sperano utilità e guadagno. Col qual mezo, Sigismondo Augusto, Re di Polonia, ebbe quaanti maestri volse per far l’armata che fece contra il Re di Danimarca, avendo spedito a Venezia Antonio degl’Angeli, suo gentiluomo, ed in altri luochi d’Italia famosi nelle cose maritime, perché procurasse il amggior numero ed i più eccelletni maestri di vascelli che potesse avere, offerendo grosse provisioni e larchi premi, onde in brevissimo tempo ne ebbe quel numero che gli bisognava.

Ed Amurat gran Turco l’anno 1575, avendo applicato l’animo alle cose marittime, condusse con liberalissimi stipendi e doni da ogni luoco gran quantità di maestranza navale per far galee ed alre sorti di navigli, col mezo dei quali in poco tempo mise insieme una numerosa armata.

La quarta considerazione è della materia, la qual, quanto sarà migliore, tanto migliori riusciranno i vascelli. Questa consiste nei legnami e nei metalli, nelle cottonine, nelle tele, nella stoppa e nella pece. Il legname importa più d’ogn’altra cosa, perciocché quanto al resto basta saper quello che bisogna e farne a tempo la debita provisione, avvertendo che la robba sia buona. Ma quanto al legname, si deve considerar molto più quello che si fa. Però, occorrendo che ‘ò Principe non abbia nei suoi stati boschi buoni per tal effetto e che gli sia necessario pigliar il legname dalli stati d’altri, usi tutta la diligenza che può per esser prestamente e ben servito, e veda di non perder tempo in procurarlo ed averlo in qualunque modo potrà, sollecitando ardentemente il taglio, e dia ordine che quanto prima si possa sia cavato dello stato altrui e condotto nel suo, potendo essere che quel Principe per qualche occasione di gelosia, o di promesse, o di cattive suggestioni, o di minacce che dall’inimico o da altri emuli gli fossero fatte, se ne pentisse e proibisse poi che non solo si tagliasse il legname promesso, ma che il già tagliato si portasse via.

Si deve, dico, procurar di trasportar quanto prima si possa il legname tagliato dall’altrui stato nel proprio, anco perché, essendo necessario metterlo tutto insieme in un luoco di marina per la commodità del condurlo, sarà facil cosa che l’inimico, sapendolo, cerchi di abbrusciarlo, come di sopra si è detto, e molto di più, perché non sarà forse in luoco dove si possa assicurarlo dai pericoli da noi considerati di sopra, dovendogli esser vietato da qule Principe per la gelosia del suo stato, la qual non comportarà che gran numero di gente armata forastiera si fermi in casa sua.

Si doverà anco far elezione del luoco, dove sia il miglior legname, trovandosi più perfetto in una parte che in un’altra coe si vede manifestamente in Italia, dove, se bene l’Appennino è abondantissimo di buona materia in molti luochi, nondimeno tutti i periti di quest’arte stimano perfettissimo quello del monte sant’Angelo di Puglia. Si deve anco cercar l’avantaggio della vicinanza per la commodità della condotta, ma però sempre anteponendo la bontà alla commodità, perché finalmente le difficoltà della condotta lontana si possono più facilmente superare, che far il legname di cattivo, buono.

Si deve anco avvertire che’l taglio sia fatto in tempo opportuno ed in stagione buona e conveniente, la quale, per lunga esperienza si è osservato dover essere dal mese di Luglio sin al mese di Genaro, e sempre nel scemar della luna, essendo cosa certa che, tagliandosi in altri tempi, per esser il legname umido, più presto si tarlarà, si torcerà e si marcirà con la total ruina dei vascelli, che, essendo composti di legname tagliato fuor di tempo, duraranno poco. Oltra di ciò, quando si abbia tempo, non si metta nel lavoro se non sarà secco e, come dicono, ben stagionato, cioè se non sarà troppo verde o troppo secco, perché il secco si consumarà presto, e ‘l verde s’infracidirà più facilmente e più presto; oltra che i vascelli fatti di legno verde in breve tempo si sdruciscono e presto s’allargano nelle commissure, e bisogna spender continuamente tempo ee denari in acconciarli, facendo sempre acqua ed essendo pericolosi nelle borasche. Per questo Scipione, giunto in Sicilia, sapendo che le navi che aveva fatto fabricare erano di legno verde, le fece tirare in terra in Palermo, acciò che si seccassero e si potessro di nuovo rassettare mentre egli vi si tratteneva, che fu per tutta quella invernata. A questo si aggiunge che i vascelli fatti di legname verde riescono gravi e di tardissimo moto, come riuscirono quelli che fece fabricar Selim l’anno 1572 per rifar l’armata perduta l’anno antecedente, i quali per essere stati fabricati di legno verde furono pigri e gravi e poco destri per la battaglia.

Avvertiscasi in consequenza che ‘l legname sia atto e proporzionato alal fabrica di ciascun membro: poiché la farnia e l’ischio sono arbori buonissimi per la fabrica dei corpi dei vascelli per essere legni leggieri e che si mantengono nell’acqua, come anco la rovere, perché è legname forte e più d’ogn’altro vi si conserva; parimente il platano è buonissimo perché sott’acqua si va facendo sempre più duro e più perfetto. L’olmo, l’abeto, il faggio, il pino e la pioppa riescono molto bene per la fabrica dell’opere morte, perché essendo legni leggieri non aggravano tanto il corpo dei vascelli, i quali, restando meno carichi, servono meglio. Gl’arbori e l’antenne si hanno a far d’abeto, i remi di faggio, la poppa, le polleggie, i mazapreti, cioè le girelle di più sorti, di noce.

La quinta considerazione è intorno alla forma e l’apparenza estrinseca nell’una e nell’altra delle quali consiste non solamente la beellezza e ‘l gusto di chi vede i vascelli (che tuttavia importa molto, ma anco l’utilità per la sicurezza dei naviganti; perciocché la forma proporzionata e regolata con termini matematici, oltra che fa il vaso più veloce, più sicuro e più forte, lo rende anco più risguardevole e più vago. Di che, quantunque paia che non si abbai dubbio veruno, non perciò restarò di dire che le prime armate che per la guerra Punica furono messe in mare dai Romani riuscirono tarde e pigre al viaggio, e poco atte alla battaglia, non per altro (come dice Polibio) che per non essere state fatte con le debite misure e proporzioni, per il mancamento delle quali sentirono grandissimo danno dall’Armate degl’inimici Carrtaginesi, che erano composte di più agili e di più destri vascelli. Ma poiché presero la quinquereme Rodiana inanzi al porto di Lilibeo, sopra il modello di essa fabricorono ducento quinqueremi, le quali riuscirono velocissime e con esse espugnorono Lilibeo ed ebbero molte vittorie poi degl’istessi Carataginesi.

Nel qual proposito dirà alcuna cosa brevemente dei vascelli o bene o mal formati e come riescano nelle occasioni e nel maneggio. Quello adunque di vele quadre, che sarà, come dicono gl’uomini maritimi) ben quartierato, cioè di corpo più grosso alla prora e proporzionatamente alla mezania ed alla poppa e averà gran fondo e pescarà assai, né sarà molto lungo di corpo, caminarà meglio col vento gagliardo spirante dalla poppa, e resisterà più alle borasche, perché questa forma lo renderà forte e reggente, né temerà tanto il amre al fiano. Ma dall’altro canto con i tempi piacevoli non farà gran camino, né sarà molto agile, né si potrà girare facilmente perché, avendo gran fondo e gran larghezza, non sarà così flessibile e volubile come se avesse minor fondo e se fosse più raccolto e, per esser corto, non potrà anco così facilmente orzeggiare, cioè mantener la prora del vascello contra il vento. Il vascello che sarà, come lo chiamano, pianello e con poco quartiero alla prora e alquanto lungo caminarà velocissimamente con bonoaccia e con venti soavi e col vento dell’oste sarà agile ed orzeggiarà bene; ma nelle borasche e con i venti gagliardi sarà pericoloso ed anco geloso, cioè facile a piegarsi dai fianchi, perché, essendo di quella forma e con poco quartiero, non si potrà reggere bene sotto alel vele, e per consequenza sarà facile a scoprire i fianchi, or da una parte ed or dall’altra, essendo commune opinione dei marinari prattici, che ‘l vascello che non regge non camini mai bene alla vela con venti freschi. I vascelli poi da remo e particolarmente le galee, quando son pianelle e scarse di quartieri alla poppa ed alla prora, ma ben quartierati alla mezania, vanno velocissimamente a remi ed a vela con la bonaccia, perché pescano poco, cioè hanno il fondo piano, che non profonda molto, e con aver poco quartiero non hanno tanta resistenza nel mare, onde lo solcano e fendono più facilmente e, per esser bassi, più facilmente ancora si servono del cannon della corsia, e conservano lo pserone attissimo a ferire il corpo del vascello dell’inimico nel vivo, che altramente si averebbe a tagliare per dar libero il passo al cannone. Ma dall’altro canto i vascelli pianelli per ogni poco di maretta o di vento fresco che sentano, non caminano mai bene, né a remi, né a vela.

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… debile per la lunghezza e sottigliezza sua che non serva a cosa alcuna, e pur è vero che non si può affodnare un vascello che prima non si apra e rompa con estremo pericolo. E dall’altro canto, come si è detto, essendo tanto alto, impedisce il colpo del cannone della corsia (che con ragione è un’arma tanto stimata e tanto temuta) se prima non si taglia. Il quale inconveniente è notabile e degno di rimedio e si avrebbe a procurar che lo sperone apportasse più tosto utilità che vaghezze e perciò fosse più corto, perché la soverchia lunghezza lo rende debile; e che fosse più grosso e più forte e potrebbe urtare il vascello nel vivo; lasciarebbe anco libero il tiro del cannone, né occorrrebbe che si tagliasse e per conseguenza maggior danno apportarebbe all’inimico che se gli disarmasse la prora rompendogli l’opere morte.

Ora, tornando alla forma della galea, sarei d’opinione che se il quartiero della poppa si facesse alquanto più stretto del quartiero della prora, verrebbe la galea a caminare con amggiore velocità, perché essendo il quartiero della prora più largo di quello dellaa poppa, romperà e aprirà in modo il mare che il quartiere della poppa, per essere più stretto, non vi troverà poi tanta resistenza, e così con più facilità passerà la galea avanti per essere ben quartierata a prora, reggerà anco meglio sotto alla vele. Dopo questo, dovendosi varare i vascelli, cioè condurli dalla terra in tanta altezza d’acqua che basti a riceverli fuor del pericolo di toccar terra, e quanto sarebbe necessario per la lo lor navigazione, bisogna averci molta avvertenza, acciocché, mentre si spingono al mare, non sentano danno di rottura o altro disconcio. Però si doverà usar diligenza circa gl’instrumenti ed ordigni che vi bisognano perché siano buoni ed atti all’opera, e siano ben maneggiati.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.