Quando pensiamo ad un racconto, normalmente ci immaginiamo un’avventura, una serie di eventi che sfidano il protagonista e lo portano a cambiare e crescere fino a che non riesce a prevalere. È un tipo di storia che spesso viene definita “il viaggio dell’eroe” dagli specialisti, che ne cercano gli archetipi in ogni romanzo o film o pièce teatrale che si trovano davanti.
Non tutte le storie però seguono questo schema. Avendo letto per qualche tempo autrici e non autori, mi trovo a notare come il viaggio dell’eroe sia molto presente nelle storie maschili, e più raro in quelle femminili, che puntano a descrivere una situazione più che un’avventura. Questo non vuol dire che non siano d’intrattenimento, ma che osservano un aspetto della vita diversa. Se il viaggio dell’eroe parla di ciò che un uomo deve cambiare per migliorare, questo secondo modo di narrare, che mi permetto di chiamare “la principessa nella torre” parla di ciò che invece non va cambiato.

Alle volte infatti quello che occorre non è cercare una via d’uscita, ma resistere e attendere di essere salvati. Esistono infatti delle condizioni che non si possono affrontare e da cui non si può fuggire: la principessa nella torre non ha u mezzi per sconfiggere il drago che la tiene prigioniera, può solo farsi forza e continuare a sperare che qualcuno arrivi a salvarla.
Gli esempi letterari si sprecano. Lucia, chiusa nel castello dell’Innominato, non affronta una vera crescita, semplicemente non cede a nulla. Certo, questo tormenta il suo aguzzino, ma occorre un diretto intervento della Provvidenza perché si salvi. In tutto questo lei non ha alcuno spazio di azione se non quello di rimanere ferma nei suoi propositi; il voto che fa, le viene poi sciolto e non ha nessun effetto definitivo sul suo personaggio: serve solo a mostrarne la forza e la determinazione, la capacità di rinunciare alla cosa più cara che ha, pur di mantenere la propria virtù.
La dama in pericolo non sempre è una dama. La situazione di apatia di Noris ne La veste d’amianto è la prigione da cui Minerva, essendo la donna adatta a lui, lo può liberare. Nei gialli di Carolyn Wells, l’investigatore dilettante spesso si ritrova a dover soccorrere una sospettata ingiustamente, per poi ritrovarsi incapace di risolvere il mistero e costretto quindi a ricorrere ai servigi di Fleming Stone, vero cavaliere liberatore (soprattutto in The Curved Blades). Una variante è il salvataggio di chi non vuole essere salvato, che si tratti delle Vespe di Aristofane, del malato immaginario di Molière o del Socrate immaginario di Galiani. Quest’ultimo è più un topos da commedia, ma ricorre allo stesso archetipo.

D’altra parte se dovessimo ricorrere ai romanzi gotici che ne fanno uso, non finiremmo più di citare e si può dire che anche tutte le situazioni di assedio e prigionia che vengono raccontate sono basate su di esso. Per quanto possa sembrare assurdo, Black Hawk Down si può definire una “narrazione femminile”, ed è giusto così, perché in guerra o emerge la brutalità, oppure l’attenzione e la cura del ferito e del morente, che fanno appello alla parte più femminea dell’uomo.
La cosa che resta misteriosa, in questi tempi bui, è come i tentativi più recenti di fare narrativa femminile non siano in grado di coglierne il punto. Perché la principessa nella torre possa funzionare, occorrono due figure distinte: un salvato e un salvatore. La morale di questa narrazione è che non ci si salva da sé, per quanto si sia bravi e capaci, e per quanto si cresca.
È uno dei significati della tristezza, ce lo ha insegnato Inside Out: occorre chiedere aiuto, occorre aspettarlo, occorre lasciarsi soccorrere. E la tristezza è appunto la risposta ad una situazione spiacevole in cui ci si trova invischiati e non si può cambiare.
All’uomo moderno però è proibito essere triste; alla donna moderna è vietato anche lasciarsi aiutare. La cosa è particolarmente evidente nelle storie recenti (mi scuso se userò principalmente esempi cinematografici, ho grosse difficoltà a leggere per intero libri terrificanti). Il pasticcio è iniziato con la nuova trilogia di Star Wars. Rey, infatti, ha la pessima abitudine di salvarsi da sé praticamente di continuo. Non c’è un salvato ed un salvatore, c’è una persona che si libera da sola, in base a non si sa quali capacità, che ripara astronavi, che sa già usare la forza.
Una storia del genere è ridicola: se il salvato si salva da sé, è evidente che ha sempre potuto farlo, gli mancava solo la volontà, o la speranza, o ancora la conoscenza delle sue possibilità. Capitan Marvel ne è la dimostrazione palese: anche se il ricorso all’espediente dell’amnesia poteva avere dei risvolti narrativi interessanti, è tutto sprecato dal momento in cui Carol si leva da sola il limitatore. Non c’è niente di guadagnato ed è uno sviluppo pigro dell’azione che rende la trama del film particolarmente disutile (non meno di quella degli ultimi Star Wars). Il pubblico che si alza alla fine dalla seggiola non sa nulla di più su come affrontare una sfida (viaggio dell’eroe) o su come resistere all’inevitabile (principessa nella torre) perché le due narrazioni sono state mescolate in un pastone ridicolo che ignora le questioni di fondo di entrambe. La cosa più assurda è che Infinity War aveva appena messo a segno un’ottima narrazione di questo tipo, con tutto che svanisce in polvere e l’unica speranza di salvezza è quella data da Dr Strange che dice che era l’unico modo. Il senso di perdita ma non di disperazione con cui si usciva da quel film è il nucleo narrativo della principessa nella torre. Si aspettava la salvatrice che doveva essere Capitan Marvel, e questo è quello che è arrivato.
La stessa confusione si vede nella Galadriel di Amazon, che ovviamente si salva da sé e si libera da sé dalla sua condizione di improbabile Cassandra. Come Rey sa già fare tutto, come Rey compie un viaggio dell’eroe senza però minimamente affrontarne la parte interiore.
Vogliamo parlare di She-Hulk? È di nuovo un personaggio che si salva da sé, ma allo stesso tempo si presenta come sotto attacco. Non ha crescita, né cambiamento, né percorso, deve solo rendersi conto che è bravissima, e sì, hanno dedicato un intero episodio a questo con tanto di psicoterapia di gruppo.

Il problema di tutte queste storie è che restano tremendamente insoddisfacenti. Il pubblico ha bisogno di vivere qualcosa, non di cose che capitano sullo schermo. Vuole affrontare il nemico che gli viene proposto, sia che debba farlo trovando la parte di sé in grado di trionfare, sia che gli venga detto di guardare ad est all’alba del quinto giorno, in attesa di Gandalf con i marines. Se il protagonista ha sempre potuto vincere, bastava che ci credesse, allora la storia è al massimo una presa in giro, l’eroe è sostanzialmente immortale e invulnerabile e non ci sono veri rischi da correre. La principessa nella torre deve avere delle vere insidie tesele dal drago, l’eroe deve avere dei difetti da correggere, altrimenti l’immedesimazione va a farsi benedire, per quanto il personaggio di turno ci corrisponda quanto a razza, minoranza sociale o quel che è.
Il peggio è che, ora come ora, abbiamo un estremo bisogno di storie che ci insegnino a sperare contro ogni speranza, a credere che qualcosa cambierà, anche se noi non abbiamo potere su di esso, che possiamo attendere e chiedere; quello che invece ci viene dato è una moralina del tipo “se lo vuoi, tutto è possibile” che non è solo una menzogna, ma una follia, quasi quanto il credere assolutamente in sé stessi.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.