Nel mentre che gli attentati continuano sanguinosi, le posizioni riguardo all’estremismo islamico si fanno più nette e più stupide. I due fronti in lotta sono ormai convinti o che tutti gli islamici siano buoni tranne gli estremisti (un’idea ovviamente sciocca) o che nessuno lo sia (pregiudizio altrettanto sciocco) a causa dell’Islam stesso.

Ora il fronte buonista dovrebbe ammettere che l’Islam non è una religione di pace; è una religione guerriera costruita per una società guerriera, con valori guerrieri. Chi afferma il contrario o mente, o non ha letto altro che post strappa lacrime in un blog lacrimastorie; negare questo significa negare uno dei più grandi punti di nobiltà dell’Islam. Dall’altra parte però bisognerebbe ammettere che la maggior parte dei musulmani che incontriamo per strada non hanno alcuna intenzione, né alcun interesse a tagliarci la testa, nonostante tutto.

A questo punto sembra difficile spiegare l’estremismo. Perché una persona comune, per quanto immersa in un immaginario guerresco, dovrebbe all’improvviso impugnare le armi? Come è possibile che avvenga una radicalizzazione? Abbiamo sentito mille spiegazioni di questo, dalla decadenza della società occidentale allo scontro fra una mentalità fondata sulle rigide regole della religione a una che si basa su quelle più morbide dello stato, tutte vere, ma nessuna esaustiva. Per comprenderlo dobbiamo affidarci ad una più approfondita conoscenza dell’Islam, ammettendo che possa essere un problema,  e osservare la natura del Jihad. Chi conosce un po’ di Islam sa che jihad non significa guerra, né guerra santa, né suicidio, né assassinio, né qualsiasi altra cosa vi possa passare per la testa nel momento in cui se ne parla. Jihad significa sforzo e, semplificando ma non troppo, potremmo definirlo come quello che un uomo fa per Dio. Ora l’Islam è una religione che punta alla conquista del mondo, esattamente come il Cristianesimo, e dunque una parte di questo sforzo è militare e il compito del califfo è di portarlo avanti (non ci credete? prendete le prime pagine di un qualsiasi manuale di diritto musulmano, ad esempio F. Castro, Il modello islamico, Giappichelli, 2007, 8).

Ma il jihad è anche sforzo personale di miglioramento, quello che chiunque può dare a Dio; questo per noi occidentali, è nobile e decisamente interessante e sembra dare spazio ad una visione più pacifica della religione islamica, ma allo stesso tempo è esattamente il punto di leva su cui può far presa il fanatismo.

L’Occidente ha scordato da tempo il potere della religione e la sua capacità di spingere gli uomini fuori da loro stessi e dalle loro piccole aspirazioni, ma possiamo immaginare la cosa paragonandola all’umanitarismo: se i modelli positivi che ci sono presentati sono i medici che vanno in Africa a dedicare la loro vita e le loro sostanze ai malati e fra quelli cui viene proposto di contribuire con un’offerta qualcuno parte ad imitarli ed aiutarli, convinto che l’altruismo sia il senso della vita, allora non potrebbe accadere lo stesso con il jihad?

Non potrebbe essere che qualcuno che vede esaltato chi fa la guerra come un martire immediatamente salvato, lasci il suo piccolo e mediocre jihad personale e imbracci le armi?

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Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.