Mi ritrovo a sera in un quartiere che non conosco di Torino, affamato, assetato e stanco con il caldo che mi avvolge e mi afferra le gambe appesantite. Cammino cercando un posto dove mangiare in ogni dove ma tutto quello che trovo in questo quartiere maledetto sono centri estetici che paiono fiorire in ogni luogo. Ci sono dei bar, ma sono tutti inderogabilmente chiusi, quindi sono costretto a proseguire. Vago a destra e a manca, attraverso strade e ne supero altre finché all’improvviso non mi si palesa la salvezza sotto l’insegna gloriosa “Pizza Kebab”. Il locale è carino, ci si maneggiano salumi senza problemi (il che significa che non appartiene ad un islamico integralista) e vengo servito con rapidità e quel modo brusco che amo dei maghrebini quando trattano con un non arabo.

Nutrito e rifocillato mi avvio per la mia strada e inizio a riflettere. Sono passati pochi giorni da un attentato e ho letto e sentito di tutto sugli arabi che sono nostri fratelli o fratellastri e tutto quello che ne consegue. Uno dei punti di più assidua discussione è perché in Italia non ci siano stati gravi attentati e le risposte consuete che sento sono che abbiamo un buon anti-terrorismo e che abbiamo un’integrazione migliore. Allora mi chiedo: “Che significa integrazione?”. Ho trovato ben pochi stranieri che fossero cordiali con me, a parte quando dovevano chiedermi dei soldi e tutti quelli che lo sono stati, lo hanno fatto per il semplice fatto che spiccicavo qualche parola di arabo. Però, se pretendiamo che, per permettere agli arabi di integrarsi, tutti imparino l’arabo, non solo facciamo un torto agli italiani, ma chiediamo loro qualcosa di impossibile. Certo, non abbiamo scuole separate, né troppi ghetti, ma questo non basta. Il primo punto dell’integrazione all’italiana è che la nostra economia funziona in gran parte tramite la piccola impresa. Per quanto questa stia subendo duramente la crisi e sia messa in ulteriore difficoltà dallo strapotere di alcuni colossi economici, in Italia è ancora forte e ampiamente diffusa. Questo ha permesso, molto più che altrove, a molti immigrati di inserirsi non nel proletariato o futuro tale, ma fra i piccoli proprietari e piccolissimi imprenditori. Qual è il vantaggio di tutto questo? Che, italiano o arabo, chiunque abbia qualcosa di suo da difendere difficilmente getterà via la sua vita. Il fatto è  le piccole attività sono davvero un’impresa, con tutto ciò che di cavalleresco, nel piccolo, ci si può trovare. Non si limitano a fornire un servizio, sfamano gli affamati e vestono gli ignudi e lo fanno perché è quello che amano e che vogliono fare; se sono etiche, non lo sono per giustificare il loro operato, ma perché quella è la loro natura. Ora, un uomo che ha uno scopo, anche piccolo, è un uomo che non è abbandonato all’abisso di sé stesso e può battersi per ciò che realmente vale, senza cercare una santificazione immediata.

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Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.