Per chi attendeva trepidante il terzo volume, finalmente la saga di Hania è giunta al termine. Silvana De Mari, tra vicende giudiziarie e attacchi continui subiti, è riuscita a trovare il tempo per farlo arrivare alle stampe. L’attesa è stata lunga e ci ha lasciato sulle spine in attesa di sapere cosa avrebbe fatto la piccola strega insieme al fratellino per poter affrontare un mondo che pare essere del tutto contro di lei, contro la possibilità che costituiva la sua capacità di vincere la sua natura malvagia.

Io sono Hania è la degna conclusione della storia; non è una marcia trionfale di chi ha già vinto, ma il faticoso incedere e superare gli ostacoli che richiede ogni cosa reale. Pur essendo un high fantasy, Hania si mantiene su un solido realismo dall’inizio alla fine. Anzi, più si avvicina alla fine, più il racconto si allontana dalla straordinaria teodicea che ci si aspetta da questo genere. Vincere il proprio male, scegliere il bene, ricostruire un popolo, dargli sicurezza, tutto questo non è abbastanza. Vita est homini militia, ci ricorda Giobbe; non basta vincere una o due battaglie per poi sedersi a riposare in pace; non basta darsi fino ad un certo punto. Il sacrificio totale non ha un punto di arrivo, ma solo uno di partenza. E in Io sono Hania a tutti i personaggi viene posta questa domanda: “Sei pronto a dare la vita? Sei pronto a rinunciare a te stesso?”.

Come risponderanno? C’è solo un modo per scoprirlo…

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Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.