Bisogna arrendersi: o ci si tiene aggiornati e al passo coi tempi, oppure si finisce nell’oscurità del dimenticatoio più profondo. Quindi ci si ammoderni e si abbandoni ogni vecchia e obsoleta cattiva abitudine; bisogna dedicarsi a quelle nuove. La nuova frontiera della fantafilologia ormai è quella del correggere trascrizioni e traduzioni, poco importa se in modo arbitrario e in contraddizione con tutte le leggi della filologia stessa.

Dopo aver impiegato secoli a criticare le interpretazioni poco rigorose dei monaci medievali, i fantafilologi si sono probabilmente resi conto che la narrazione cominciava un po’ a scricchiolare e hanno deciso di cambiare rotta: ora sono loro a interpretare, criticando chi non lo fa. Dunque gli sciocchi sono quelli che in mancanza di sicurezze hanno preferito non avventurarsi su sentieri pericolosi, e d’altra parte è noto che fortuna audaces iuvat, mica i bruscolini che se ne stanno belli belli al caldo delle prove provate.

Quando venne fuori la notizia del Cavallo di Troia che in realtà sarebbe stato una nave non ci siamo subito accorti della nuova tendenza, che pure si era già affermata. D’altra parte la fantafilologia deve sorprendere sempre, oppure rischia di svanire nel suo nulla scandalistico, e così ha fatto, proponendo prima nuove traduzioni del Vangelo e poi del Cantico dei Cantici filologicamente corrette. Certo, potrebbe sembrare seducente la prospettiva di cercare la verità di un testo, ma è una visione poco scientifica e sì, il filologo è uno scienziato. Gli strumenti a sua disposizione hanno dei limiti ben definiti e dunque egli si è sempre posto degli obiettivi realistici: la filologia non indaga mai di risalire ad un originale, ma ad un antigrafo, un manoscritto da cui tutti quelli attuali sono stati copiati. Certo, se si vuole lavorare su tempi recenti e a noi noti, essa si può avventurare anche nella testa degli autori, nelle loro letture e dunque lavorare sull’originale stesso, ma non avrà mai la pretesa di ricostruirlo perfettamente. Detto in altre parole non avrà mai la pretesa di dire che un testo non è come ci è arrivato, al massimo può trovare punti di fragilità e proporre soluzioni, oppure trovare elementi che rafforzano le fragilità stesse del testo, dando loro un senso e un collocamento.

Il gioco della nuova fantafilologia, invece, è tutto il contrario. Gioca a cambiare qualche letterina o a cercare un qualche significato oscuro (e spesso banalizzante, in barba alla lectio difficilior) alle parole per trasformarle in ciò che le piace. Il tipico errore del principiante di far venire la traduzione, solo che il fantafilologo ci scrive sopra un libro che lancia in modo scandalistico alla noncielodicono per vendere qualche copia, finire in televisione e magari avere un comico che ne legge degli estratti a Sanremo. Tutti gli altri, che invece si sono messi a lavorare poderosamente sui dizionari, sui manuali di filologia, sulle edizioni critiche, invece sono dei cretini che non hanno capito niente.

D’altra parte la filologia creativa non si è mai curata troppo delle regole. Il suo scopo è la ribalta, un palcoscenico, dire la cosa nuova, essere all’avanguardia e guardato come tale nei giri che contano, ed è sempre stato così, che ti chiami Strauss o Garbini. Una cattiva intenzione genera un cattivo risultato e se fosse solo per i lustrini e le ballerine di varietà che danzano attorno al fantafilologo di turno ci sarebbe poco da preoccuparsi.

Ciò che invece è legittimo ci preoccupi è lo strascico di cattivi frutti che questo modo di studiare, se così si può dire, si sta lasciando dietro. Che il cavallo di Troia fosse una nave, il Paraclito un commensale, o il Cantico dei Cantici un Kamasutra mediorientale il pubblico se lo dimentica rapidamente. Quello che non dimentica è che le cose non sono come gliele hanno raccontate fino ad allora; che non ci si può fidare di quei poveretti che seguono il metodo ma che ha ragione chi fa scalpore. Si ricorderà che il cavallo di Troia non era un cavallo, anche se non avrà nulla con cui sostituirlo e anche se non c’era un motivo davvero valido per crederlo. Si troverà con dei testi svuotati di tutto, e li avrà perduti

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.