Lo studio delle lingue, ed in particolare delle lingue classiche, sembra sempre più essere abbandonato e considerato poco interessante. Bisogna ammettere che ciò sia dovuto principalmente al fatto che l’attuale mentalità utilitaristica esclude dalle possibilità d’interesse tutto ciò che non possa produrre un vantaggio o guadagno immediato; esistono però anche alcuni problemi didattici per cui tali lingue risultano estremamente ostiche.

A mio parere i principali problemi sono di tre tipi, in realtà strettamente collegati fra di loro:

  1. Il muro della lingua. Quando si passa da una lingua all’altra è necessario rendersi conto che non basta effettuare una traduzione parola per parola e neanche sintagma per sintagma. Occorre un passaggio attraverso qualcosa di astratto perché altrimenti non ci si potrà che infrangere sul muro, più o meno alto, che è costituito dalla diversità strutturale profonda della lingua. Troppo spesso invece ci si dedica a spiegare come si traduce.
  2. Prescrittività. A Greci e Romani mancava una vera grammatica prescrittiva come quella che normalmente viene insegnata a noi oggi. Loro scrivevano quello che parlavano facendo riferimento a dei modelli grandiosi di bella lingua. Nessuno aveva spiegato loro che il complemento di causa si faceva con ob e accusativo. Ogni cosa era stata imparata tramite l’uso e l’uso, oltre ad essere ampiamente variabile, custodisce non di rado delle sfumature eccezionali che nulla è in grado di riprodurre.
  3. Fretta. Per una qualche ragione si preferisce far sì che gli studenti siano in breve tempo preparati ad affrontare un testo complesso senza capirne i meccanismi profondi, piuttosto che procedere in modo teorico fino ad arrivare alla soluzione pratica.

Questa rubrica vuole essere un tentativo di risposta a questi problemi.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.