Dobbiamo ammettere che il paganesimo è sempre stato più laico delle religioni del Dio unico. In fondo si è sempre ridotto ad una serie di pratiche più o meno importanti, vincolanti e più o meno identitarie, senza pretendere più di tanto da quelli che dicevano di essere suoi credenti; un’ortoprassi leggera e non faticosa, aperta a tutto. A dire il vero, almeno in una delle sue varianti, qualcosa chiedeva: il paganesimo ufficiale imponeva una fede incondizionata nello stato e nel suo sistema. La sua laicità era imposta dal fatto che il suo dio vero, non la moltitudine dei suoi scherani o delle sue forme che erano gli dei della mitologia, era lo stato, cosa in cui non differisce molto dal paganesimo laico moderno; anzi, forse si può dire che il paganesimo non sia mai stati altro che laico nel suo senso più spregiativo di venerazione di un qualcosa di immanente.

Anche oggi noi veneriamo lo stato; ci fanno schifo i politici, ma metterne in dubbio il sistema ci pare pura eresia e sacrilegio (e non si parla qui di bicameralismo perfetto, ma della democrazia così com’è, che certo ha i suoi pregi, ma anche i suoi difetti). Non sopportiamo le istituzioni, ma eliminarle ci pare pura follia. Siamo pagani anche noi, in fondo, finché facciamo di queste cose degli idoli effimeri

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.