Una delle contraddizioni più interessanti della modernità è il concetto di individualismo. Normalmente esso ci viene presentato come immorale ma potente e, in sottointeso, necessario; è davvero così?

A mio parere non c’è nulla di immorale in esso, soprattutto perché credo che individualismo sia solo una parola un po’ velata e astratta per definire la solitudine e uno stato della persona non può essere malvagio in sé. La solitudine potrà spingere a follie l’individuo, ma non è certo colpa sua; e anche nel caso lo fosse, non ho mai sentito criticare da nessuno l’individualismo sfrenato degli eremiti, mentre non c’è pietà per quello degli uomini comuni. Eppure allo stesso tempo quale uomo viene invitato a non essere individualista, quale a non essere solo? La mentalità comune rema a tutta forza contro la comunità; siamo invogliati a non legarci a nessuno definitivamente, a fuggire dalle nostre famiglie presto, ad andarcene dalla nostra città, il tutto in nome della libertà. Una libertà singolare, a dire il vero, prima di tutto perché limitata dal continuo crucifige a chi la usa egoisticamente ed in secondo luogo perché è la libertà di fare solo alcune, pochissime cose, non di certo quello che si vuole. Poter tornare tardi la sera, scopacchiare a caso e ubriacarsi non sono esattamente le cose che porrei a paradigma della libertà personale, ma sembra che siano le uniche cose che siano concesse come una sorta di diritto consuetudinario a quelli della mia età. Eppure anche in questo caso, nella maggior parte dei promotori di questo individualismo a me noti, molto di rado si ha una vera indipendenza, ed anzi, si è tendenzialmente schiavi del portafoglio dei genitori. Il fatto è, come già avevo scritto, che la libertà è prima di tutto scegliere a chi legarsi e in che spazio muoversi. Tuttavia la modernità non ama che l’uomo compia questa scelta; preferisce vederlo lottare contro lo Stato, da solo contro mille avversari. Preferisce che abbia la libertà dell’eremita, dell’anarchico e dell’emarginato che non hanno potere di cambiare le cose, piuttosto di quella libertà che un amico che ti para le spalle e che è pronto a lottare con te può dare. Quella libertà limitata e piena di regole, dato che si deve aver a che fare con un altro essere umano, ma in cui i paletti non sono così rigidi, in cui le norme non sono così fredde e asettiche come quelle delle istituzioni senza vita.

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Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.