Il caso Chesterton, ovvero come essere vittime del proprio quasi-successo

Aprile 19, 2020
Samuele Baracani

Gilbert Keith Chesterton è innegabilmente uno dei pensatori del secolo scorso più imponenti e influenti che ci possiamo trovare a fronteggiare. L'arguzia, l'ironia e il paradosso lo hanno consacrato come una sorta di monumento, soprattutto nell'ambiente cattolico, con qualche sortita nella cultura popolare moderna, come l'essere citato in Don Matteo, o la serie di articoli di Edoardo Rialti sul Foglio di qualche anno fa'. Eppure, nonostante tutto, il nostro resta una sorta di grande sconosciuto.

Paradossalmente, è il destino di molti autori di essere tanto più citati quanto meno sono conosciuti. Si potrebbe imputare la cosa alla scarsa attitudine alla lettura dei nostri contemporanei, eppure, a dire il vero, la macchina dell'editoria fino a poco prima della quarantena era più viva che mai. Non è che la gente legga poco, è che ha troppo da leggere. O forse proprio legge troppo e allo stesso tempo troppo poco. Sertillanges certo ci ammoniva di scegliere con cura le letture utili, e il moderno, pur non sapendolo, le ha scelte. Ed è qui che sorge il primo problema: la nostra mente è stata forgiata da un'età industriale e post-industriale ed ha un concetto di utilità utilitaria che si rivela alla fine dei conti inutile. Siamo abituati a giudicare le nostre letture su un'indice di produttività: vogliamo cavarne una massima quantità di contenuti con il minimo sforzo.

Sia chiaro, questi contenuti sono scelti bene; il lettore di oggi è troppo pretenzioso per leggere un libro che non gli cambi la vita e infatti il suo libro preferito sono le regole per vivere bene, o la testimonianza di un santo o di un grande. Difficile trovare una ricetta migliore per il fallimento. Dare dei buoni principi, anche derivati da un'esperienza personale, a chi cerca di realizzarsi è come dare una lista della spesa ad un affamato: può esser utile, ma di certo non è quello che risolverà il problema. Dire ad un uomo che l'Odissea insegna a vivere la famiglia per una ragione o per l'altra può essere il vezzo di un conferenziere o di un insegnante annoiato che in alcun modo potrà andarsi a sostituire alla lettura dell'opera. L'uomo contemporaneo però è troppo assetato di sapere per fermarsi a fare questa verifica e, alla fine, imparare davvero qualcosa. Il mito della lettura e della cultura lo ha reso troppo intellettuale per capire la cosa più semplice di tutte, ovvero che si impara vivendo e non leggendo. Qui il saggio, il trattato, il manuale, la testimonianza mostrano il loro limite profondo: contengono soltanto le istruzioni. Solo la buona narrativa può permettere di immedesimarsi ed entrare in ciò che si legge; solo la buona poesia ci farà respirare l'aria che respirava l'autore. Il nostro Chesterton abbonda di entrambe, e, proprio per questo, è più comodo come soprammobile che come oggetto di studio.

Ne è dimostrazione l'infinità di citazioni smangiucchiate che costella i discorsi dei suoi adepti. Frasi ad effetto pirotecniche e puntute, che però, senza la loro compiuta spiegazione, finiscono col rimanere solamente belle parole senza conseguenze. Non è il caso di far nomi e cognomi, almeno finché non si è presidenti di qualcosa, ma troverete questo errore nella maggior parte di coloro che gonfiano i loro discorsi con l'autorità del nostro mastodontico amico; e sì, è stata la colpa tante, troppe volte dell'autore di questo articoletto da due soldi.

Ci piaceva che Chesterton fosse una rosa spinosa, ma abbiamo scelto le spine e lasciato la rosa. Ci piace pungere i nostri avversari con le sue arguzie, ma poi non doniamo loro la ragione per cui quelle spine esistono; e così neanche noi aspiriamo il profumo e carezziamo i petali della sua saggezza. Ci siamo, in fin dei conti, convinti che la realtà sia facile, per il semplice fatto che è facile metterla su due righe ordinate, con la dovuta semplificazione. Di fondo, a capire che la Terra gira attorno al Sole ci vuol poco; saperlo spiegare con tutti i dovuti calcoli matematici un tantino meno, e per poterlo osservare ci sono dovuti programmi spaziali finanziati dalle più grandi potenze mondiali. Non si può addomesticare il mondo universo nemmeno in mille parole, figuriamoci in quattro; e un uomo è più grande dell'universo intero, soprattutto se si parla del nostro GKC. Per questo, fra i favori più grandi che gli si può fare, c'è quello di citarlo poco e leggerlo molto; goderselo e non usarlo.

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