“Per chi vuole vederli, ci sono fiori dappertutto” - Recensione ad Anthoi di Roberta Conte

Maggio 6, 2020
Schegge Riunite

di Lucrezia Loiacono

“Per chi vuole vederli, ci sono fiori dappertutto”.

Così scriveva Henri Matisse, autore di opere che sanno di felicità. Il pittore francese ha saputo impugnare un pennello la cui voce silenziosa, a contatto con la tela, fa un rumore assordante, comunica, e parla un linguaggio che rapisce l’attenzione, che freme di essere ascoltato e compreso: il linguaggio dei colori. Colori intensi, vivaci, colori che cingono l’osservatore, calandolo con spinta decisa in una dimensione che, seppur apparentemente spaesante, è dominata da un preciso e imperante messaggio: “Osa!”. “Osa esser felice, uomo!”.

“Un passo alla volta/respiro mozzato/mano che afferra/salto” - Roberta Conte conosce e parla il medesimo linguaggio; dipinge parole su un foglio di carta, la sua tela, e i colori della sua tavolozza assumono forma e profumo. Intinge la sua penna nei petali delicati dei fiori che con cura ha raccolto nell’immenso e meraviglioso campo della vita.

Anthoi è il titolo della raccolta di Roberta Conte, perché anthoi (dal greco “fiori”) sono i componimenti che ne fanno un’anthologhìa, una “raccolta di fiori”.

In cosa, meglio che in un fiore, può l’uomo rivedere se stesso? Fiore che nasce dalla terra, per crescere, vivere, proteso verso l’alto. Fiore che è seme e poi germoglio, che sboccia per poi morire, disperdendo se stesso nei petali che lentamente, appassiti, ad uno ad uno ritornano al terreno, liberando nell’aria l’odore di una vita pronta a rinascere ancora, a farsi di nuovo incantevole bocciolo. “Ogni fine bacia già l’inizio che verrà.”, uno dei tanti versi maglie della “social catena” che lega i cuori di tutti i loro lettori.

Roberta Conte scrive un po’ di ciascuno di noi, di questa condizione comune che ci consente di sentire sulla pelle il dito che, nell’atto di leggerli, scorre i suoi versi sul foglio. Svela ciò che le profondità del petto preservano gelosamente, che la bocca non sa pronunciare e la voce ha timore di sussurrare; e lo spirito si ristora, ha sul viso occhi che brillano nel momento in cui le battaglie di un’anima si fanno parola, e pace. È una poesia che regala sollievo e che sa elegantemente vestirsi di diverse, splendide vesti, quella cucita a pennello dall’autrice e, insieme, quelle che ogni lettore sa ricucire sull’esperienza che gli fa da manichino. Ciascuno, però, è in grado di vestirla questa poesia, perché esprime verità semplici ma mai scontate, di fronte alle quali tutto trova senso, ma spesso ci si ammutolisce. Roberta Conte trova le parole che salvano.

Gli anthoi di questa raccolta crescono nei più vari e ameni suoli esistenziali, i temi trattati appartengono a più sfere, che culminano, a mio avviso, nel componimento che, già nel titolo, le comprende tutte: “Senti”. Da anglista, mi capita spesso, leggendo, di intravedere dei parallelismi con la lingua inglese, che in alcuni casi riesce a far sì che più accezioni vengano inglobate da un unico termine, in modo da dar vita ad un senso reso appositamente equivocabile nella sua stessa inequivocabilità. Propongo quindi il verbo inglese to hear per porre in luce il duplice campo sensoriale cui può rifarsi il titolo di una poesia così centrale in questa antologia. Hear indica, insieme, il sentire del cuore, della pelle e dell’orecchio. Ed è proprio questo che rende particolarmente speciale la poesia di Roberta Conte, il fatto che vada ascoltata, ed è un ascolto, quello dei suoi versi, che richiede innanzitutto l’attenzione dell’orecchio, sì, perché è come se la nostra poetessa volesse sempre invitarci, con tono quasi fraterno, a scovare la luce nelle nostre tenebre ed inchinarci alla vita; ma il suono che sprigiona implora il lettore di ascoltarla con tutto sé stesso. La definirei infatti poesia sinestesica, quella di Roberta Conte. La lettura dei suoi versi assume davvero ogni volto del sentire. Offre il tocco fresco e delicato del vento, e il tepore avvolgente del sole; quel rumore di mare che evoca protezione e che solo chi non può far a meno di appartenere alla Terra sa ascoltare. La terra trinacria (Treis àkra), la terra della “gente di fuoco,/gente di poche e sagge parole”, di chi parte per luoghi remoti con la certezza che le acque che bagnano la propria isola arriveranno a bagnare anche fin lì: “il mio non è un abbandonarti/ è pur sempre ancora e oggi amore”.

È una poesia che fa profumo di arance e limoni, “limoni dal succo dolce”, che brucia le ferite ma le purifica, come il fuoco tempra l’acciaio. Mostra viste di orizzonti lontani e ben definiti, ma allo stesso tempo invita a guardarci i piedi e a tenerli saldi, a ricordare di tuffarsi nell’imminente, che si arriva lontano solo un passo per volta.

La poesia ha sede in un tempo fatto di giorni più lunghi, dove non è mai troppo tardi, e in uno spazio fatto di luoghi tanto estesi quanto immenso è il cuore dell’uomo. Uno spazio e un tempo in cui vale la pena vivere ogni “qui” e ogni “ora”, perché per ogni viaggio ci sarà sempre un ritorno, per ogni sconfitta una vittoria, per ogni paura stelle e fiumi. Roberta Conte ci chiama a questo, al coraggio di soffrire, perché “per vedere meglio c’è bisogno/un po’ anche di morire.”. Ci chiama alla cristiana pazienza di fronte ad un itinerario comune molto faticoso, ma percorribile solo se accettato in virtù di verità e volontà. Soprattutto, ci chiama alla speranza. Non siamo soli a combattere i nostri draghi, c’è un bisogno di Bene che ci rende fratelli.
Roberta Conte ci fa dono dei tasselli di un’anima, lasciando che il metro ne faccia poesia meravigliosa…

E noi non possiamo che esserle grati per questa Primavera.

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