“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

 

Piedi callosi scricchiolarono nei mocassini consunti. Qualcuno si asciugó il sudore sulla fronte, mandando giù per la gola un groppo d’ansia. I più giovani ostentavano una irriverente tranquillità, convinti di poter avere facilmente la meglio sugli avversari più anziani. I bambini erano invece indifferenti a quel clima, offrendo all’agitazione dei genitori larghi sbadigli. Il giovane P pronunciò a voce bassa le parole di rito, guardandosi alle spalle e scorgendo i primi movimenti. Alcuni piedi erano già stati piantati all’esterno delle panche di legno, pronti a dare la giusta spinta quando fosse giunto il momento. Non è chiaro perché la stessa fretta con cui la massa si accomiatava permeava anche quel momento, ma talvolta pareva che le persone fossero più accanite allora che nel dileguarsi. P era da solo quel giorno, per cui sapeva che non appena si fosse girato, quella legione famelica gli si sarebbe subito avventata contro. Tergiversò ancora qualche istante, abbassò la testa inspirando una dose di coraggio, poi si volse. Come l’onda di uno tsunami, i fedeli s’infransero sul povero prete, che ancora stava scendendo i gradini antistanti all’altare. P distribuì le ostie meglio che poté, rimediando morsi e sputi. Decine di volti si susseguirono in una bolgia disordinata: vecchie arcigne, giovani incravattati, bambini annoiati. Quasi arrivò a temere di non riuscire a sopravvivere. Quando tutto fu concluso, e ognuno fu seduto, chi soddisfatto e chi rancoroso nei confronti di quelli che l’avevano superato, il sacerdote si ritrovò in ginocchio, provato e sconvolto. Dopo alcuni attimi di esitazione, che potevano essere scambiati per una sorta di meditazione, ma che in realtà servirono a P per tornare in sé, il poveretto raccolse le ultime forze per alzarsi e concludere la Messa. Sistemò le ostie nel tabernacolo, ripose il calice e poi si diresse al pulpito per impartire la benedizione. Salendo sulla struttura lignea, P venne colto da un confortante pensiero, una calda consapevolezza: non rimaneva che concludere la Messa, il peggio era passato…

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Edoardo Dantonia: classe 1992, sono il più giovane e il più indegno di questo terzetto di spostati che si fa chiamare Schegge Riunite. Raccontavo storie ancor prima di saper scrivere, quando cioè imbastivo veri e propri spettacoli con i miei pupazzi, o quando disegnavo strisce simili a fumetti su innumerevoli fogli di carta. Amante della letteratura, in particolare quella fantastica e fantascientifica, il mio sogno è anche la mia più grande paura: fare della scrittura, cioè la mia passione, il mio mestiere. Ho esordito lo scorso settembre col mio primo libro, Rivolta alla Locanda, racconto umoristico ispirato al mio modello letterario, Gilbert Keith Chesterton.