Esiste un preciso momento in cui incontri il Magnifico Rettore dell’Università, una persona che stimi molto per ragioni molto più importanti di quelle istituzionali e riguardanti la carica prestigiosa, e vorresti levarti il cappello e spazzolare il terreno con la lunga piuma che ci porti infissa. Tuttavia non siamo più nel tempo in cui si portavano i cappelli e figuriamoci le lunghe piume su di essi e quindi ti limiti a proseguire ignorandolo.

Una scena del genere, oggi, verrebbe immediatamente tacciata di servilismo e il superiore verrebbe accusato  di volersi imporre come un signore feudale, di abusare del suo ufficio e della sua carica. Ma siamo così certi che l’inferiore, nella sua debolezza, sia quello che ha veramente ottenuto vantaggi dall’abbattimento della cerimoniosità?

Molti fra i miei professori hanno un modo molto informale di rapportarsi con i loro studenti che apparentemente rende tutto più semplice; è molto più facile per loro parlare e insegnare, possono conoscere un po’ di più, fare battute che rafforzano l’attenzione e la stima su di loro, possono pizzicare e prendere in giro bonariamente. Tuttavia nessuna delle convenzioni sociali è crollata; loro sono e si ritengono ancora un bel paio di gradini sopra quelli che hanno davanti e dunque restano autorevoli e, a loro modo, autoritari.

Lo studente però, quali vantaggi ha? La preferenza e l’attenzione del professore non cambia in nulla, perché è sempre legata ad una scelta circostanziata che non ha nulla a che fare con la formalità del rapporto. Lo scherzo e la critica restano unilaterali, perché il superiore resta sempre superiore, anche se si mostra con un volto più umano. Il rapporto tanto millantato, è unilaterale come, se non più di prima, perché resterà sempre il professore quello che ha la possibilità di definire le regole di esso e potrà farlo, esattamente come prima, a suo capriccio. L’unica differenza è che tutto questo è nascosto e ciò va a danno dell’unico che non può comprenderlo, ovvero l’inferiore. Si stanno moltiplicando i casi di studenti che non sanno stare al loro posto, così li chiamano; eppure se un tuo superiore inizia a ricordarsi il tuo nome, ti dà un soprannome, si mostra amichevole e tutto, il dilemma che l’inferiore si trova davanti è se considerarlo o meno un amico. Un ragazzo di vent’anni, mezzo sperduto in un’università in cui i rapporti vanno e vengono senza continuità, è in un tale bisogno di stabilità affettiva che, facilmente, rischierà di afferrarsi al primo volto umano che trova. Bollarlo come uno che non sa stare al suo posto è, essenzialmente, prenderlo in giro. Quello che gli è stato comunicato era più o meno quello che lui ha interpretato, se pure non ha interpretato il contesto a dovere e non ha compreso che l’informalità era dovuta a rendere semplicemente un po’ meno fredda la relazione tra alunno e insegnante. Certo, si può criticare lo studente per non essersi impegnato a leggere la situazione; ma la comunicazione superficiale del modo informale è ambigua e orientata più all’amicizia che ad un rapporto istituzionale. Si può dire che l’inferiore si è ingannato, ma bisogna aggiungere che il superiore ha posto le basi dell’inganno e poi ha nascosto la mano; un po’ come, molte volte, succede con quelli che vengono chiamati i giovani d’oggi.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.