Fra le molte orrende malattie che affliggono la nostra epoca, merita un posto di tutto rispetto la “temite”. La scienza moderna ancora non ne ha fornito un’anamnesi dettagliata, ergo toccherà a me, da indegno imbrattacarte quale sono, attirare l’attenzione della comunità scientifica su di essa.

Se volete osservarla vi basterà aprire qualsiasi giornale e leggere un qualsiasi articolo su di un qualunque argomento. Ci troverete una premessa prolissa sullo stato dell’arte a riguardo dell’oggetto del pezzo in cui vi state avventurando, ricolma di informazioni del tutto inutili allo svolgimento, estremamente e puntigliosamente dettagliata, nonostante siano settimane che in tutto l’orbe terracqueo non si parli d’altro. Per i fortunati che sopravvivono ad una tale esperienza, e i più saggi che la saltano a piè pari, si apre quindi una seconda sezione. In questa vengono riportate le opinioni di altri, non di rado corredate di fonti, spesso commentate in loco, oppure un nuovo fatto che si aggiunge alla cronistoria appena superata con tanta fatica, anch’esso immediatamente interpretato e sciolto con la solerzia dello scoliasta più giudizioso.

Viene poi la parte terza, in cui il nostro articolista ripete, caso mai non avessimo capito, tutto quel che aveva già detto e lasciato intuire delle sue opinioni nella precedente, dilungandosi quel tanto che basta per riempire il numero di caratteri che gli erano stati assegnati o, nel web, che si era prefissato. Il tutto con quella candidezza spontanea e affettuosa che solo i giornalisti e gli aspiranti tali riescono ad avere nel riguardare il loro scaraffone partorito su carta.
Lo schema ricorrente non li turba, così come il fatto che hanno passato metà dell’articolo a non dire nulla di nuovo e la restante a non dire nulla proprio.
Tutti noi immaginiamo che il lettore voglia imparare qualcosa e non legga per sapere cosa pensa di un fatto una persona che non conosce e questo vale anche per quella miriade di lettori che sostituiscono il giornale alla loro appendice pensante. L’articolista però è libero da questo pregiudizio medievale e continua a scrivere nell’esatto modo in cui ha imparato alle scuole superiori. 

Comincia con un cappello, ficca dentro le fonti che la professoressa gli ha fornito e conclude col suo bel pensierino, magari inserendo qualcosa che ha letto l’altro giorno per sfizio, per dimostrare di essere uno di quei bravi studenti che leggono, non come la plebaglia orribile che non sa in che secolo è vissuto Dante. Alla fine lo consegna speranzoso al caporedattore, aspettando ansioso le sue correzioni in matita rossa e blu, come ogni bravo adulto responsabile. Avuta la sufficienza, il suo articolo diventa la sua creatura da difendere e diffondere come si trattasse della più utile scoperta del mondo. Fino alla settimana prossima ovviamente, perché il progresso è inarrestabile, e dunque potrà riproporre una versione ancora più rifinita di questo temino, se va bene con lo stesso esatto argomento, il tutto in una spirale infrangibile di bronzea mediocritas.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.