Il Dante cataro e i critici creativi

18 Gennaio, 2020
Samuele Baracani

La figura di Dante, nonostante la vita non particolarmente straordinaria, riscuote un immenso successo, ormai più delle sue opere. La cosa che ha interrogato molti è la ragione per cui un genio tanto grande e così profondamente inserito nella realtà della sua epoca, sia da letterato, che da politico e infine da ambasciatore abbia inciso tanto poco, a parte dal punto di vista letterario. Abituati come siamo a concepire la storia come una serie di biografie di uomini straordinari, tali da imprimere orme indimenticabili come ci dice Manzoni (5 maggio) ci è quasi di scandalo la sua totale passività a quelli che furono i cambiamenti della sua epoca. Eppure è così: Dante Alighieri sfugge totalmente alla mitizzazione che se ne vorrebbe fare; letterato eccellente, fu per il resto un uomo medio, forse anche mediocre. D'altra parte lui non desiderò di più; la sua fama non fu demandata di certo alla teologia, alla politica o a qualsiasi altra cosa che non fosse la letteratura.

Ce lo ricorda lui stesso in Inferno XXIV, dove Virgilio lo esorta a muoversi perché proprio dalla sua visita nell'Aldilà e dal conseguente poema ne verrà la sua fama.

«Omai convien che tu così ti spoltre»,
disse 'l maestro; «ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;

sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.

E però leva sù; vinci l'ambascia
con l'animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s'accascia.

Più lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi 'ntendi, or fa sì che ti vaglia».

Leva'mi allor, mostrandomi fornito
meglio di lena ch'i' non mi sentia,
e dissi: «Va, ch'i' son forte e ardito».

Non si trovano allusioni alla sua opera politica, culminata nella sua elezione a priore, e quella di diplomatico è altrettanto poco conosciuta, anzi, tante volte dimenticata quando se ne descrive l'esilio. Pare decisamente che il Sommo Poeta considerasse queste cose come da nulla, e, in effetti, la storia gli ha dato ragione. Mentre studiamo con cura la lotta tra guelfi e ghibellini, quella tra guelfi bianchi e neri la ricordiamo praticamente solo grazie alla sua vicenda; le sue opinioni sulla monarchia e sul ruolo che avrebbe dovuto avere l'imperatore si perdono in un'epoca in cui il potere locale ormai era inarrestabile e stava per partorire le Signorie. La Commedia invece resta imponente come una delle opere cardine della poesia occidentale, per non dire mondiale.

Molti critici, o amatori o, spesso, anche solo conoscitori di Dante non accettano che una figura storicamente marginale abbia potuto generare un tale monumento della letteratura e dunque, non potendo agire sulla realtà, si abbandonano ad ogni tipo di fantasia. Visto il mito moderno del Medioevo e quello dell'eretico, del ribelle, del genio solitario incompreso, della setta segreta resistente al potere, è semplicissimo creare infinità di mondi senza neanche sforzare troppo il cervello. Ne dà prova ultimamente Chiara Mercuri col suo "Dante. Una vita in esilio", col placet di Saviano, ma non è certo l'unica; la lista si dipana da "Dante's Inferno" videogioco del 1986 poi replicato nel 2010 a Inferno di Dan Brown.

Sorprenderà però di trovare tra questi nomi illustri e fra questi quello di un famosissimo critico svizzero, Denis de Rougemont. Appartenente a quella generazione di critici creativi che Tolkien delinea con poca approvazione nel suo saggio "Critici e mostri" (lo trovate ne "Il medioevo e il fantastico"), nel suo "L'Amore e l'Occidente" Denis si lancia in ipotesi fantasiose e, per sua stessa ammissione, fondate più sull'intuizione che su prove certe. La più scandalistica di tutte è la strada, in seguito poco seguita per ovvia mancanza di prove, dell'origine catara della poesia d'amore occidentale.

Dopo aver liquidato tutto quello che (non) si sa del Catarismo in un paio di pagine, fingendo che una pubblicazione recente chiarisse ogni dubbio a riguardo, con un po' di aiuto preso dal Manicheismo (con un semplice riferimento a Bogomil che fece da tramite fra le due eresie, cfr "Dieci secoli di Medioevo", Giuseppe Sergi, p 321), de Rougemont inizia a infilarlo dappertutto, fino ad arrivare al nostro Dante. Certo, che molti trovatori provenzali fossero catari, incluso Guglielmo IX d'Aquitania, è cosa risaputa e non genererà stupore; ma come possiamo esser certi che le loro poesie lo siano? La cosa migliore da fare è probabilmente leggerle e vedere se ricorre una simbologia di questo tipo. Cominciamo con uno dei più grandi trovatori, Jaufré Rudel dalla biografia leggendaria e cantore di quello che poi diventerà uno dei nuclei narrativi più importanti della poesia d'amore occidentale, l'amor de lonh, ovvero l'amore di lontano (che certamente avrà una possente influenza sullo Stil Nuovo e su Dante). Prendiamo uno dei suoi componimenti più famosi:

[... ]
Mai non gioirò d’amore
se non gioisco di questo amore lontano:
perché più gentile e migliore non ne conosco
da nessuna parte, né vicino né lontano.
Il suo pregio è tanto autentico e perfetto
che là nel regno dei saraceni
fossi io per esso detto prigioniero.

Me ne partirò triste e gioioso,
se io mai lo vedessi, l’amore lontano;
ma non so quando lo vedrò,
perché le nostre terre sono troppo lontane:
ci sono molti valichi e sentieri,
e per ciò non ne sono indovino
Ma tutto sia come a Dio piace!
[...]
(Lanquan li jorn son lonc en maj)

Sappiamo che l'amore cantato è per la contessa di Tripoli, cui, secondo la biografia semileggendaria che di lui ci viene data, si sarebbe alla fine ricongiunto dopo una lunga vita passata nell'amore lontano, senza mai conoscerla. Attribuire a tutto questo un significato allegorico è troppo facile, il problema resta quale. Possiamo identificare questa donna con la Chiesa Catara, come suggerirebbe de Rougemont? Per quanto la suggestione sia seducente non si trova, né in questi versi, né in quelli che restano del componimento, nessuna prova a favore di una tale interpretazione. Certo, qui l'amore non è fisico, ma si parla di tutt'altro che di una vergine e non si parla neanche di morte (che separandoci dalla Terra ci riunirebbe al Cielo e dunque libererebbe lo spirito), bensì di prigionia in terra straniera, tema noto e utilizzato nella poesia amorosa fin da Catullo (si pensi al Carmen XLV) e tutt'altro che ignoto al Medioevo, nella cavalleria come in canti meno impegnati.

Si nota piuttosto, soprattutto negli ultimi versi, una contrapposizione tra una figura presumibilmente religiosa, il pairis, che si oppone a questo amore. La parte interessante è però che l'opposizione di questa figura non è al fatto che l'amore si realizzi, ma al fatto che l'amore sia ricambiato, il che porrebbe parecchi problemi ad una interpretazione catarizzante di questa poesia. Se proprio dobbiamo stare a leggere quello che si dice, qui la donna è proprio il contrario di una Chiesa e il desiderio di essa non sembra certo semplicemente spirituale, per quanto alto e idealizzato. Prendersela con Dio che si oppone e poi ritrattare immediatamente facendo atto di obbedienza, non suonerà strano a qualsiasi persona religiosa che si sia innamorato e si trova di fronte al dilemma "amare o divorare" per citare un bell'articolo su Il Foglio di Edoardo Rialti. L'uomo medievale, che ha riconosciuto alla donna la sua dignità, libertà e grandezza, si trova davanti a questo dilemma e non può che sperare di essere riamato, senza aver in mano alcun mezzo legittimo per costringerla a farlo. Persino chiedere a Dio un miracolo a tale riguardo sarebbe un violare la grandezza e la libertà di lei. Un non credente potrà non comprendere questo moto di stizza, ma non potrà pretendere che la sua mentalità descriva e circoscriva un periodo profondamente impregnato di religiosità quale fu il Medioevo.

Se non Rudel, ci sarà allora qualcun altro. Prendiamo ad esempio Guglielmo IX d'Aquitania di cui sappiamo anche che fu certamente cataro, e che rientrò in seno alla Chiesa dopo un prodigioso incontro con San Bernardo di Chiaravalle. Chi meglio di lui potrà mostrarci questa allegoria e analogia tra la Chiesa Catara e la donna cantata?

[...]
Ancora mi rimembra d'un mattino
che facemmo la pace tra noi due ,
e che mi diede un dono così grande:
il suo amore e il suo anello.
Dio mi conceda ancor tanto di vita
che il suo mantello copra le mie mani!

Io infatti non bado al latino ostile
di quanti cercano di separarmi dal mio Buon Vicino;
perché io so come vanno le parole,
quando si recita una breve formula:
che alcuni si vanno vantando dell'amore,
e noi ne abbiamo il pezzo e il coltello.

(Ab la dolchor del temps novel)

Ora qui la tesi di un presunto catarismo comincia a diventare piuttosto ridicola. Il pezzo e il coltello (in realtà anche l'anello e il mantello si prestano) sono delle allusioni non troppo velate alla sessualità, cosa che non ci si aspetta dal rapporto con un'istituzione. Certo, siamo in tempi in cui le donne sposano le stazioni, ma fare all'amore con un qualcosa di astratto e soprattutto di spirituale è un po' troppo anche per la fantasia del nostro Denis. Oltretutto sappiamo della forte contrapposizione al corpo e alla sessualità (soprattutto secondo natura) dei Catari, una delle poche cose di cui siamo certi a loro riguardo, e costruire una teoria evitando questi ostacoli comincia a diventare un pochino troppo complesso. Si potrà obiettare che queste sono citazioni mirate di autori scelti con cura, ma a questo punto sarebbe toccato a de Rougemont non fare altrettanto per sostenere la sua tesi sui Provenzali.
Viene comunque da chiedersi come sia possibile che un seguace di un'eresia filomanichea abbia tanta libertà di parlare di questioni che tutto sono tranne che spirituali. La risposta risulta però parecchio più semplice di quanto ci si possa immaginare. In ogni religione, e lo stesso si dica di un'eresia, si possono trovare diversi tipi di fedeli e aderenti. Una suddivisione moderna è quella fra praticanti e non praticanti, che non rende pienamente giustizia di un fenomeno così complesso dell'interiorità umana, ma traccia una linea netta fra due categorie: una che è pronta a impegnarsi anima e corpo per la sua religione, seguendone alla perfezione i precetti, scegliendola e seguendone per quanto possibile i precetti; la seconda invece vi aderisce per tradizione, cultura, identità, reazione, simpatia o qualsiasi altra ragione non sufficiente a seguirne le pratiche con continuità. A quale di queste due sarà mai appartenuto Guglielmo IX? Considerata la repentina riconversione al cattolicesimo, la profondità delle sue ragioni per il catarismo risulta per lo meno dubbia, come lo è quella di molti altri nobili provenzali, che sappiamo disgustati dall'opulenza e dalla corruzione del clero locale. D'altra parte il catarismo doveva pur mettere radice su una qualche forma di reazione al cattolicesimo per poter rispuntare così vecchio e così nuovo in una zona estremamente particolare della Cristianità e non altrove.

Ora però veniamo alla parte più inverosimile. Il catarismo si spegne con la crociata contro gli albigesi e può aver avuto una certa influenza alla corte di Federico II; come però sarebbe arrivato fino a Dante? Se il XII secolo fu l'epoca del Catarismo, il XIII è popolato da movimenti pauperistici che hanno una radice molto più materialista. Della sopravvivenza degli Albigesi non c'è traccia, a parte nelle metafore su "Madonna" che però ha selezionato e popolato dei significati a lui graditi proprio de Rougemont. Dante, vissuto a cavallo tra XIII e XIV, come ci è entrato in contatto? Soprattutto, come ha fatto a essere fra gli adepti di una setta fortemente iniziatica? Qui, le spiegazioni di de Rougemont raggiungono il delirio; basti pensare che tra le possibilità (sì, sono diverse ipotesi, non ne sceglie una precisa) nelle appendici ventila una possibile appartenenza del poeta ai Templari i quali sarebbero stati in contatto con l'eresia catara. Ora viene decisamente da ridere a pensare già solo che i Templari erano un ordine cavalleresco fatto da monaci guerrieri e Dante era sposato (i Templari avevano una regola che il nostro Denis non si è probabilmente posto il problema di leggere, come probabilmente vale per la maggior parte delle cose di cui parla, ispirata alla regola benedettina, cfr I Templari, Laurent Dailliez); soprattutto però che il processo ai Templari inizia nel 1307 e termina nel 1314 e che fino a quel momento, anche secondo i più complottisti, non avevano alcuna ragione di nascondersi. Vale la pena poi ricordare che la Divina Commedia fu scritta tra il 1308 e il 1320, cioè in buona parte proprio durante il processo, il che rende la tesi ulteriormente più surreale. Possibile che un poeta in esilio, in contatto con gente sospettata di idolatria e eresia, scrivesse proprio di questa idolatria ed eresia, anche se in modo cifrato, proprio nel mentre che questi erano sotto processo? La cosa diventa ancora più ridicola considerando che il nostro Dante non ha mai avuto peli sulla lingua nel dire le sue idee politiche, né nel giudicare con una durezza che oggi sarebbe condannata alla gogna ogni Papa che gli fosse capitato davanti.

La faccenda si fa ulteriormente più imbarazzante quando però vengono a galla gli elementi che renderebbero Dante un cataro fatto e finito. Di fondo l'argomentazione principale, a parte tutta la retorica amorosa che il poeta copia da Guinnizzelli che l'aveva copiata dai siculo-toscani, che l'avevano copiata dai siciliani, che l'avevano copiata dai provenzali, è che Dante non incontra mai realmente Beatrice ma resta ad agognarla e dunque essa rappresenterebbe questa immagine semignostica della Chiesa Catara/Amore/vita eterna dopo la morte o qualunque altra cosa la comunicazione esoterica cataro-provenzale potesse intendere. Ora, a meno che in quell'incontro non si sottintendano cose di mantelli, anelli, pezzi e coltelli e cose simili, un'affermazione del genere pare uno sbandierare ai quattro venti che l'autore non abbia letto la Vita Nova. Il prosimetro di Dante è costellato di incontri fra lui e la sua donna, a partire da quello a nove anni. La presenza di lei conquista sempre di più la scena, con il povero poeta che si mette sempre più in sordina fino alla sua morte. Soprattutto però c'è un episodio che non è assolutamente ascrivibile in questa teoria; sto ovviamente parlando dell'episodio del gabbo che chiunque può trovare nel capitolo XIV della Vita Nova. Scena gustosissima e di un ironico realismo, l'unica forse permeata di un certo modo giocoso in tutta la poesia amorosa dantesca, vede il nostro poeta che, incontrando Beatrice ad una festa, si sente male e viene per questo preso in giro da lei e dalle sue amiche. Se però la più alta descrizione della friendzone non avesse ancora convinto i più scettici, possiamo arrivare ad un altro episodio, questa volta in coda all'opera. Negli ultimi capitoli, dopo la morte di Beatrice, Dante vede alla finestra un'altra donna e si trova, sostanzialmente, al dilemma tipico di ogni uomo innamorato: amare l'amore o amare una donna? Se all'inizio casca nell'errore di amare l'amore in sé, senza dare importanza a quale sia l'oggetto dell'amore, alla fine si riconduce ad un fatto semplicissimo: si può amare solo una persona fino alla fine e lui ha amato Beatrice; il fatto che essa sia morta non è rilevante. Questa considerazione si compirà poi nella Commedia, dove sarà lei a andarlo a cercare. La vita eterna, per Dante, diventa la possibilità di ricongiungersi a lei, proprio a lei, oltre che a Dio. Lei in quanto donna e persona, per quanto idealizzata e guardata di lontano come impone un amore semplice, gentile e puro, anche se di certo non nel senso cataro del termine.

D'altra parte, se vogliamo capire Dante, non abbiamo alcuna necessità di ricorrere a studi complessi e artifici fantasiosi. Ci basta tornare un attimo bambini, quasi a quei dieci anni in cui d'improvviso si affaccia alla nostra mente che una ragazzina è la cosa più bella che esiste.

Bibliografia

L'amore e l'occidente, Denis de Rougemont
Dieci secoli di Medioevo, Giuseppe Sergi
I templari, Laurent Dailliez
Il Medioevo e il fantastico, John Ronald Reuel Tolkien
Divina Commedia, Dante Alighieri
Vita Nova, Dante Alighieri

Hai trovato utile o interessante questo articolo? Prova a dare un'occhiata ai nostri libri. 
Le Schegge Riunite non usano banner pubblicitari e contano su di te per poter proseguire il loro lavoro.

1 Marzo, 2020
N di ReceNsire

Facebook Twitter Linkedin VKontakte N di MeNare, ovvero il miglior concentrato di schiaffoni oggi in circolazione. Se siete lettori di arguti saggi o romanzetti da club del libro, questa antologia piena di ignoranza sopraffina e botte innominabili non fa di certo per voi. Ma se invece amate la violenza gratuita, il linguaggio ripugnante, il ritmo […]

29 Febbraio, 2020
Fantafilologia: i frutti di un cattivo albero

Facebook Twitter Linkedin VKontakte Bisogna arrendersi: o ci si tiene aggiornati e al passo coi tempi, oppure si finisce nell'oscurità del dimenticatoio più profondo. Quindi ci si ammoderni e si abbandoni ogni vecchia e obsoleta cattiva abitudine; bisogna dedicarsi a quelle nuove. La nuova frontiera della fantafilologia ormai è quella del correggere trascrizioni e traduzioni, […]

19 Febbraio, 2020
Le Arti Marziali Occidentali nel 1600

Facebook Twitter Linkedin VKontakte In molti anni di pratica di arti marziali si finisce coll'imparare cosa distingue un sistema di combattimento militare, un sistema di autodifesa, uno sport e una vera e propria arte. Nel moderno occidente insegnare a battersi con lo scopo di scendere in guerra è appannaggio di pochi e l'uso delle armi […]

Iscriviti alla nostra newsletter!

Iscriviti per ricevere la rassegna settimanale, rimanere aggiornato sulle attività, gli eventi e le novità editoriali.


Le nostre rubriche

facebook-square linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram