Chi ha ucciso la cultura?

Maggio 12, 2020
Samuele Baracani

Si può ormai considerare un'evidenza incontestabile il fatto che la modernità abbia un serio e profondo problema culturale. Le cause però che hanno portato a questo sono molto più fumose e meno chiare. Insomma, chi ha ucciso la cultura?

Se dovessimo stare a sentire i media e la narrazione ufficiale ci troveremmo di fronte a tre responsabili principali: fascismo, ignoranza, complottismo. Il fascismo però è morto da tempo, e il fascismo culturale, se è qualcosa di più che nostalgia e avere opinioni edgy a riguardo dell'immigrazione, può essere più considerata una conseguenza piuttosto che una causa. Se la cosa poi ha a che fare con una ideologia, questa dovrebbe per lo meno produrre una cultura parziale e carica di pregiudizi, ma il problema nostro è l'assenza di cultura e non tanto la sua contaminazione. L'ignoranza da parte sua è il contrario della cultura. Ora però, a meno di ammettere una qualche zoroastriana lotta millenaria tra il sapere e il nulla, ci si chiede come l'ignoranza possa prevalere, non come l'ignoranza possa produrre altra ignoranza. Un antico assunto aristotelico ci ricorda che nulla può essere la causa di sé stesso e, a costo di apparire bigotti e legati a quella scienza decrepita che è la logica, non potremo che inchinarci di fronte a questa verità.

Il complottismo forse è un candidato più interessante. Osservandolo però da vicino ci renderemo conto che il complottismo resta relegato in ambiti molto ridotti e soprattutto che più di ogni altra cosa è schiavo della moda, soprattutto quando si diffonde sui social, spesso capri espiatori di cose di cui sono solamente cassa di risonanza. Può qualcosa di così fragile e mutevole essere un valido avversario rispetto alla sapienza secolare, che viene portata avanti dalle scuole e dai media? Ci deve essere una ragione per cui ha tanta facilità di diffondersi e questa, come già prima, non la può trovare in se stesso. Ma dove allora? Che ci sia una fragilità segreta proprio in chi della cultura si fa portatore?

Ma può davvero essere che persone studiate e responsabili ne siano i colpevoli? Forse esiste qualcun altro, qualcosa che ne è stato la causa. Ad esempio molti accusano l'inglese che contamina la nostra lingua. Ma forse che l'inglese non ha una cultura? Anche nella sua più turpe e distorta parodia, tutt'oggi riesce a produrne una. Allora saranno i social? Eppure sui social per quanto effervescenti e troppo rapidi si trovano gruppi e pagine di valore. Esiste però un mondo che si è fatto molto influenzare da quello della rete, praticamente in ogni ambito. Stiamo parlando ovviamente di quello del giornalismo. Il giornalista ha sempre avuto un problema con la conoscenza ben ordinata. Il sistema in cui si trova, vittima e carnefice allo stesso tempo, lo costringe ad essere un po' tutto e un po' niente. Il giornalista non ha mai avuto la possibilità di concentrarsi su un ambito sufficientemente specifico da poter scrivere cose sensate, né di avere delle basi generali sufficienti da poter fornire qualcosa di più di un'opinione. Non è colpa sua, la nicchia in cui si è infilato è stata disegnata così. Anche il giornalista più colto, costretto ora più che mai a dover scrivere un pezzo prima dei suoi colleghi, se mai si affiderà alla sua fornita libreria, potrà farlo al massimo per una rapida consultazione. Siccome con tutta probabilità ha scelto il giornalismo come se fosse una scienza umanistica, illudendosi che la dattilografia lo sia, si sarà per lo più tenuto all'oscuro degli orrori feroci della matematica, e avrà con tutta probabilità dormito durante le lezioni di storia. Se la letteratura non la conosce invece non gliene si può fare una colpa, ma su questo torneremo più oltre. Gli ingredienti per il disastro sembrano esserci tutti, ma provate ad aggiungerci la frenesia di essere rapido e soprattutto di dover dare un'opinione propria e in linea con la propria ideologia su di un fatto che non conosce molto di più di qualsiasi altro mortale, a meno che non appartenga ad un noto movimento giovanile occupapiazze. Il sopradetto giornalista poi sarà costretto dalla sua fame e dal suo bisogno di stipendio di trasformare la sua ignoranza in un pezzo da diffondere il più possibile ai quattro venti ed ecco fatta la prima frittata: il vuoto dell'ignoranza è stato riempito con informazioni sbagliate, faziose, imprecise. Di fondo è sempre questo il metodo: mettere una colonna traballante al posto di quella solida. E non stupirà scoprire che di colonne traballanti ce ne sono parecchie.

Infatti c'è un altro mestiere che costringe a saper troppo per poter saper qualcosa, ed è quello dell'insegnante, soprattutto di liceo. Anche qui non è colpa sua. All'università ha studiato tutt'altro rispetto a quello che andrà ad insegnare; al liceo ha avuto professori che avevano avuto lo stesso problema; ma soprattutto si è convinto di avere un ruolo essenziale nel propagare la cultura, unica verità assoluta ed indiscutibile. E questo, forse è un po' colpa sua. Scambiare l'autorità e la responsabilità per una particolare divina elezione è un peccatuccio da nulla quando tutti quelli che ti circondano sono convinti dello stesso, in fondo. Così il nostro prescelto si affiderà agli strumenti che la sorte gli ha affidato, sorvolando sulle loro imperfezioni perché questo programma s'ha da fare o oggi o mai più e non c'è tempo per cincischiare e sciogliere i nodi. Ora se qualcuno ha riaperto il proprio manuale del liceo di una qualsiasi materia dopo aver studiato qualcosa di più a riguardo avrà sperimentato una terribile sensazione di fantozziano sconforto e ribellione. Un tale ammasso di falsità, miti e imprecisioni che il povero Luciano non ha potuto avere sottomano nello scrivere la sua Storia Vera, lasciandola così mancante e incompiuta. Pensate cosa possa nascere in un uomo se tutta la cultura con cui è stato cresciuto e quella con cui viene necessariamente a contatto sono dei miscugli prometeici di vero e falso indistinguibili.

E arriviamo quindi agli ultimi dispensatori della cultura, quella vera. Qui, come d'altra parte in ognuno degli ambiti precedenti, non mancano rare perle preziose a cui affidarsi. Da Barbero ai più umili (e per questo apprezzabili) divulgatori del web, la scelta non è poca e non importa se ti chiami Barbascura o Zoosparkle, se diffondi quel che sai sotto il tuo nome come Andrea Idini o Bressanini o ancora ti affidi ad un nome di un progetto o un'idea come la TRE o Storia delle Idee o ancora Zhistorica, a fare un buon lavoro sono in molti. Anche noi qui ci proviamo di tanto in tanto. Il problema in questo campo è che non conta se quello che si dice è la verità o se il livello culturale è alto. Basta che ce ne sia il feticcio e si sappia comunicare. Basta far presa sul mito della cultura intoccabile che ci è stato instillato al liceo. Ed ecco che la frittata è completa e la vittima giace riversa sul pavimento in un lago di lacrime di coccodrillo degli stessi che ne hanno denunciato la dipartita.

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