INTRODUZIONE

Il mistero della femminilità non è certo risolvibile in poche righe, malscritte, da un uomo, ma può essere affrontato come un misterioso continente da esplorare a poco a poco: non può essere categorizzato con precisione, ma se ne può parlare cogliendo dei punti e cercando di tratteggiarli con la maggior precisione possibile. Lo scopo di questa serie di articoli è di farlo sfruttando le opere letterarie di alcune donne, pure se affrontandole dal punto di vista maschile.

Non mi carico della pretesa di dover descrivere il femminile alle donne, ma di definirne alcuni tratti principalmente al pubblico di sesso opposto. Per il resto, ogni mancanza, ogni menda, ogni imprecisione sarà dovuta al mio punto di vista esterno e non al lavoro delle autrici di cui parlo, che ho scelto per la qualità innegabile del loro lavoro.

La Bellezza

Fra le cose che la post-modernità fatica a comprendere della femminilità è il suo rapporto con la bellezza. Essa viene trattata come un relitto di un passato patriarcale, che mette in competizione le donne fra di loro, incatenandole in stereotipi al servizio degli uomini. Singolare come anche molti uomini si sentano coinvolti in questa competizione, soprattutto quando devono piangersi addosso per una qualche ragione, cosa che da sola dovrebbe per lo meno mettere in dubbio questa narrazione, che però è sostenuta dalle persone più noiose, antipatiche e agguerrite, quindi non può essere falsa secondo il criterio post-moderno. Ma qual è questo relitto?

Per poterlo esplorare ci immergeremo in un racconto di Carolyn Wells, The Curved Blades. Lucy Carrington è una non più giovane e mai stata bella ereditiera, corteggiata da un sedicente nobiluomo europeo e circondata da parenti e dipendenti che vivono grazie ai suoi beni. Il suo aspetto sgradevole ha finito col rendere tale anche il suo carattere, perché lo vive come una maledizione che le impedisce di potersi fidare realmente di chi le sta intorno. L’unico modo che ha per poter avere delle relazioni vantaggiose è di tiranneggiare usando il suo denaro come promessa e minaccia. Questo però ovviamente non la soddisfa; se fosse bella, sarebbe ammirata e questa sarebbe una buona ragione per essere scelta davvero e con sincerità. La ricerca della propria bellezza la ossessiona al punto tale dal confidare nell’unica persona in cui non dovrebbe, facendosi così avvelenare da un falso filtro magico che avrebbe dovuto darle il suo riscatto.

Perché la ritiene così importante? Il fatto è che la bellezza femminile è una sorta di valuta sociale. Si tratta di un fatto apparentemente incomprensibile per il mondo maschile, se la si tratta di per sé, ma diventa molto più chiaro se la paragoniamo a quella che è la valuta sociale maschile, che è la competenza. Gli uomini si considerano fra di loro, e sono spesso considerati dalle donne, in base a quello che sanno fare; successo, fama e ricchezza non sono che dei metri oggettivi per valutare questa capacità. La competitività maschile, che altro che non è che la corsa alla valuta sociale, punta, difatti, al risultato.

La bellezza funziona allo stesso modo per le donne: è un modo per suscitare ammirazione ed essere scelte. Se l’uomo punta ad essere bravo, la donna punta ad essere bella. Questo non vale solo nei confronti degli uomini, ma anche nella subsocietà femminile. Qui però occorre parlare di come la gerarchia femminile funziona. La competitività maschile punta ad ottenere il massimo risultato possibile; l’uomo vuole vincere. Per le donne la faccenda si articola in modo diverso: occorre raggiungere uno standard e da lì in poi è tutto libero.

Il fascino

Ora la faccenda è semplice: la bellezza è per lo più una cosa che si possiede naturalmente, e per il resto ci si può far poco. Un po’ come il coraggio, uno non se la può dare. Certo, esistono modi per aiutarla, a partire dal trucco fino ai ritocchini chirurgici, ma, de facto, queste cose difficilmente cambiano radicalmente l’aspetto di una persona, e sono facili da notare. Un minimo di attenzione alla propria cera rientra nel rispetto e amore di sé che ciascuno si deve, ma esagerare significa fare la fine della zia Lucy di cui abbiamo parlato sopra, per non dire proprio della vecchia imbellettata del Pirandello. Esiste però qualcosa che ciascuno può possedere, perché si tratta di una caratteristica propria dell’animo. Essendo evanescente e evidente principalmente grazie alle sue manifestazioni, è difficile da definire e spesso lo si riassume nella parola fascino, charme, un certo non so ché che rende attraenti. Come dice Anton Giulio Barrili ne L’undecimo comandamento:

La presenza della donna si sente; sono in lei certe delicatezze che parlano una lingua arcana ai
nostri sensi, e questa lingua i nostri sensi la intendono senza averla imparata; miracolo che non è ancora avvenuto pel latino e pel greco.

Se è difficile definirlo, è facile definire cosa non è. Una certa corrente moderna vorrebbe farci credere che una donna in carriera sia affascinante anche solo per questa ragione; che il successo sia un metro di questo fascino, che chi non lo ottiene non abbia alcuno charme; il che andrebbe benissimo, come sarebbe bellissimo avere asini con le ali, e biplani supersonici parcheggiati nel vialetto di casa. Si spera che non sia necessario ripetere che la competenza non è ciò che fa splendere le caratteristiche di una donna per il sesso opposto; ciò non significa ovviamente che sia controproduttiva, ma semplicemente è come cercare di accoppiare parameci e capodogli: si può provare, ma per ora nessuno ci è riuscito. Si tratta di rette parallele, e il tentativo di affermare il proprio valore tramite una dinamica maschile per un uomo è totalmente irrilevante.

La scelta per un uomo è se saper fare tutto molto male, o saper fare bene una cosa soltanto, il che è il nostro punto di forza e di debolezza al tempo stesso. Se prentendiamo che la donna ragioni a questo modo, la metteremo solo in difficoltà, ma questo non è un male. Per quanto i puritani abbiano tentato di convincerci che “la donna è mobile” sia un insulto, sappiamo nel profondo che non esiste nulla di più noioso per un uomo di ciò che è immobile. Annie Vivanti, in Sorella di Messalina, ci ricorda che la dinamicità dell’animo femminile è parte del suo fascino:

Era così varia e sorprendente che al giovane pareva di conoscere in lei tutta la muliebrità del mondo. Ella era mille donne! Era tutte le donne. Era la donna!

Certo, tutto questo deve essere tenuto insieme da qualcosa, e ne parleremo più oltre, ma che donna è quella che sa contenere dentro di sé questa continua fonte di novità, che scaturisce naturalmente dalla sua natura! Un uomo sano non desidera altro che potere esplorare l’oceano infinito che è una donna, con le sue pericolose burrasche da superare, e gli scogli terrificanti da evitare.

Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle Pendolari e, non contento, ho deciso di ripetere lo scempio con Fuga dai Faggi Silenziosi.